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Digital Product Passport, la nuova leva per l’economia dei dati industriali



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Il Digital Product Passport, introdotto dall’ESPR, evolve da strumento di trasparenza a infrastruttura per l’economia dei dati industriali europea. Batterie, tessile e automotive mostrano come dati standardizzati e interoperabili possano abilitare nuovi servizi, modelli di business e applicazioni di intelligenza artificiale

Pubblicato il 13 mag 2026

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”



Digital Product Passport
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Il Digital Product Passport (DPP), introdotto dall’ESPR, nasce come strumento di trasparenza e sostenibilità, ma si sta rapidamente trasformando in una infrastruttura chiave dell’economia dei dati industriali europea.

Standardizzando le informazioni di prodotto, abilita interoperabilità tra imprese, piattaforme e pubbliche amministrazioni. I casi di batterie, tessile e automotive mostrano come il DPP possa generare nuovi servizi e modelli di business data-driven. Non è quindi solo un obbligo normativo, ma una leva strategica per competitività e innovazione. La sfida è passare dalla compliance alla governance dei dati e agli ecosistemi industriali interoperabili.

Oltre la compliance: il DPP come infrastruttura

Il Digital Product Passport (DPP) nasce, almeno formalmente, come uno strumento regolatorio. Inserito nel quadro dell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), il suo obiettivo è garantire maggiore trasparenza, tracciabilità e sostenibilità lungo il ciclo di vita dei prodotti.

Ma fermarsi a questa lettura significa sottovalutarne la portata.

Il DPP sembra infatti simbolizzare perfettamente la re-ontologizzazione del reale ovvero i prodotti fisici non scompaiono, ma acquisiscono una nuova natura informazionale, diventando nodi attivi nell’infosfera. Il passaporto digitale non descrive il prodotto, ne estende l’essere.

Da questo punto di vista il DPP sta rapidamente evolvendo da semplice obbligo normativo a infrastruttura abilitante dell’economia dei dati industriali europea. Non è solo un registro digitale ma rappresenta un nuovo modo di strutturare, condividere e governare le informazioni di prodotto lungo le filiere.

Per questo motivo, il DPP deve essere interpretato come una leva strategica per la competitività, un’infrastruttura abilitante per l’innovazione e una condizione necessaria per lo sviluppo di ecosistemi industriali interoperabili.

La vera sfida, oggi, non è implementarlo, ma governarlo passando dalla logica della compliance a quella della data governance, costruendo architetture condivise in cui il valore emerge dalla connessione tra attori, dati e servizi.

In questo scenario, il prodotto stesso cambia natura. Non è più solo un oggetto fisico, ma un’entità arricchita da una dimensione informazionale persistente e dinamica.

Il quadro normativo: ESPR e la standardizzazione del dato di prodotto

L’ESPR introduce il Digital Product Passport come elemento centrale della strategia europea per la sostenibilità e la circolarità. Ogni prodotto sarà accompagnato da informazioni digitali strutturate e accessibili. Ma il vero salto è nella standardizzazione del dato.

Il riferimento principale è la proposta di Regolamento Ecodesign for Sustainable Products (ESPR), che sostituisce la Direttiva 2009/125/CE sull’ecodesign, ampliandone significativamente l’ambito di applicazione. Il regolamento prevede l’introduzione del DPP come strumento obbligatorio per specifiche categorie di prodotti, con l’obiettivo di migliorarne: tracciabilità, sostenibilità, durabilità e circolarità.

Accanto all’ESPR, il Digital Product Passport si inserisce in un quadro normativo più ampio e già in parte operativo. Tra i riferimenti più rilevanti:

  • Regolamento (UE) 2023/1542 sulle batterie e i rifiuti di batterie. È il primo atto normativo europeo che introduce concretamente il Digital Product Passport, rendendolo obbligatorio per le batterie industriali ed elettriche. Definisce requisiti specifici su contenuti informativi, accesso ai dati e tracciabilità lungo il ciclo di vita.
  • Regolamento (UE) 2024/1781 (ESPR – in via di adozione/implementazione). Stabilisce il quadro generale per l’estensione del DPP a numerose categorie di prodotti, demandando ad atti delegati la definizione dei requisiti tecnici e informativi.
  • Regolamento (UE) 2022/868 (Data Governance Act). Introduce meccanismi per la condivisione dei dati e modelli di intermediazione, fondamentali per abilitare ecosistemi di scambio in cui il DPP può operare.
  • Regolamento (UE) 2023/2854 (Data Act). Rafforza i diritti di accesso e utilizzo dei dati generati da prodotti connessi e servizi digitali, creando le condizioni per valorizzare economicamente le informazioni contenute nei DPP.
  • Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act). Pur non riguardando direttamente il DPP, stabilisce requisiti sulla qualità, governance e affidabilità dei dati utilizzati nei sistemi di intelligenza artificiale, rafforzando il ruolo di dataset strutturati e interoperabili.
  • Strategia europea per l’economia circolare (Circular Economy Action Plan). Fornisce il quadro politico entro cui si colloca il DPP, con l’obiettivo di estendere la vita dei prodotti e migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse.

In questo contesto, il Digital Product Passport emerge come punto di convergenza tra politiche industriali, regolazione dei dati e sostenibilità ambientale.

Batterie, il caso più avanzato

Esempio. Batterie (il caso più avanzato). Nel settore delle batterie dove il DPP è già previsto in modo concreto il passaporto digitale includerà:

composizione chimica
origine delle materie prime (es. litio, cobalto)
impronta di carbonio
stato di salute della batteria

Questo significa che:

• un produttore può tracciare l’intera filiera
• un operatore di riciclo può sapere esattamente come trattare il prodotto
• un’autorità può verificare la conformità in tempo reale

In altre parole, il DPP diventa un linguaggio condiviso tra industria, mercato e regolatore.

Dal documento al dato: il DPP come layer informativo

Il passaporto digitale non è un documento statico, ma un layer informativo dinamico (Figura 1) che accompagna il prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita.

Tessile e moda

Esempio. Tessile e moda. Nel settore tessile, il DPP può contenere:

composizione dei materiali (cotone, poliestere, fibre riciclate)
provenienza delle materie prime
processi produttivi (tintura, lavorazione)
istruzioni per riuso e riciclo

In questo modo si abilitano scenari completamente nuovi:

• un consumatore può verificare la sostenibilità reale di un capo
• un marketplace può filtrare prodotti in base a criteri ESG
• un operatore del riuso può sapere come smontare e recuperare i materiali

Il prodotto diventa così un nodo informativo attivo, non più un oggetto opaco.

Figura 1: Layer informativo dinamico

Il salto concettuale è rilevante. Non si tratta solo di digitalizzare informazioni preesistenti, ma di attribuire al prodotto una identità informazionale strutturata trasformando attributi fisici in conoscenza condivisa e azionabile lungo la filiera.

Ecosistemi di dati industriali: il vero impatto del DPP

Il DPP abilita la costruzione di ecosistemi di dati tra imprese, piattaforme e istituzioni. Il valore non sta nel singolo dato, ma nella capacità di condividerlo e integrarlo lungo la filiera.

Automotive e supply chain

Esempio. Automotive e supply chain. Nel settore automotive, il DPP può integrare dati provenienti da:

  • produttori di componenti
  • assemblatori
  • fornitori di servizi di manutenzione
  • operatori di fine vita

Un componente (es. un motore elettrico o una centralina) può avere un proprio passaporto con:

  • materiali
  • specifiche tecniche
  • storico manutenzione
  • aggiornamenti software

Tale approccio consente:

  • manutenzione più efficiente
  • maggiore sicurezza
  • ottimizzazione del ciclo di vita
  • integrazione con servizi digitali post-vendita

Il risultato è una filiera connessa e data-driven (Figura 2), dove ogni attore contribuisce e beneficia dello stesso ecosistema informativo. Il Digital Product Passport non si limita a raccogliere informazioni ma agisce, in definitiva, come nodo informativo condiviso che connette i diversi attori della filiera — produttori, fornitori, piattaforme digitali, operatori di manutenzione e istituzioni pubbliche — abilitando uno scambio continuo e interoperabile di dati lungo il ciclo di vita del prodotto.

Figura 2: Ecosistemi di dati e filiera connessa e data-driven

Il ruolo della PA: governance e infrastrutture

Perché questi ecosistemi funzionino realmente, non basta la semplice disponibilità di dati o tecnologie ma è necessario costruire un ambiente coerente in cui le diverse componenti possano dialogare senza attriti.

L’interoperabilità è il passo successivo e più sostanziale. In questo senso, le infrastrutture di scambio dati diventano l’ossatura dell’ecosistema, perché permettono che i flussi informativi circolino in maniera sicura, tracciabile e scalabile, evitando duplicazioni e inefficienze.

In questo quadro, il ruolo della Pubblica Amministrazione non è marginale ma strutturale. La PA è chiamata innanzitutto a definire le regole del gioco, stabilendo standard, protocolli e criteri di accesso che garantiscano equità e trasparenza. Allo stesso tempo, deve assicurare che i dati siano affidabili e protetti, intervenendo sulla qualità, sulla sicurezza e sulla governance degli accessi, elementi essenziali per generare fiducia negli attori dell’ecosistema. Infine, la PA può e deve agire come abilitatore, promuovendo piattaforme interoperabili che rendano concreta la collaborazione tra soggetti diversi, riducendo le barriere tecniche e organizzative.

Questa impostazione è pienamente coerente con i principi europei di interoperabilità e valorizzazione del dato pubblico, che vedono nei dati non solo una risorsa amministrativa ma un asset strategico per l’innovazione e lo sviluppo economico. Tuttavia, la questione va oltre l’efficienza. La governance del Digital Product Passport (DPP) apre infatti il tema della sovranità digitale industriale. In gioco non c’è solo chi gestisce i dati, ma chi controlla le infrastrutture, gli standard e, in ultima analisi, le regole che determinano come il valore viene creato e distribuito.

Da questa prospettiva, la Pubblica Amministrazione italiana non dovrebbe limitarsi a un ruolo regolatorio, ma può ambire a essere il garante di un’architettura dei dati che sia intrinsecamente europea. Ciò significa progettare sistemi interoperabili per definizione, capaci di dialogare a livello continentale, ma allo stesso tempo evitare modelli estrattivi in cui il valore generato dai dati viene concentrato in poche piattaforme dominanti. L’obiettivo è quindi costruire un ecosistema in cui apertura e controllo non siano in contraddizione, ma si rafforzino reciprocamente, assicurando sia innovazione sia autonomia strategica.

DPP e intelligenza artificiale: il vero punto di svolta

Il Digital Product Passport non è solo una base informativa. È un abilitatore per l’intelligenza artificiale.

IA su dati di prodotto

Esempio trasversale – IA su dati di prodotto

Batterie → previsione della durata e ottimizzazione del riuso
Tessile → classificazione automatica per riciclo
Automotivemanutenzione predittiva e diagnosi intelligente

Senza dati strutturati e interoperabili, questi scenari non sarebbero possibili.

Le analisi più recenti confermano che l’IA è efficace solo dove esistono infrastrutture dati solide e governate.

Il nesso tra qualità dei dati e capacità dell’IA non è astratto. Secondo il report L’Italia nell’era dell’IA (Fondazione Leonardo ETS, 2026), il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto €1,2 miliardi nel 2024 (+58% annuo), con la componente di analisi testuale e sistemi conversazionali in crescita dell’86%. Ma il rapporto avverte: questa crescita è strutturalmente condizionata dalla disponibilità di infrastrutture dati solide, standardizzate e interoperabili. Il DPP è esattamente il tipo di infrastruttura che può sbloccare questa traiettoria per il settore industriale.

Il DPP rappresenta quindi una delle condizioni abilitanti per una AI industriale europea.

Da obbligo a vantaggio competitivo

Le imprese possono assumere due diversi orientamenti strategici nei confronti del DPP. Da un lato, esso può essere interpretato come un vincolo regolatorio, rispetto al quale adottare un approccio minimale, volto esclusivamente alla conformità. Dall’altro, può essere integrato come leva strategica all’interno dei processi aziendali, diventando un fattore abilitante per l’innovazione e la differenziazione competitiva.

Un esempio concreto consente di chiarire questa distinzione. Nel settore tessile, un produttore che implementa il DPP in modo avanzato non si limita alla raccolta dei dati richiesti, ma utilizza tali informazioni per rafforzare la trasparenza nei confronti dei clienti, con effetti positivi in termini di fiducia e posizionamento di mercato. Inoltre, l’adozione di standard interoperabili facilita l’accesso a piattaforme europee e consente lo sviluppo di servizi digitali basati sui dati, come sistemi evoluti di tracciabilità o certificazioni dinamiche.

Analogamente, nel comparto automotive, il DPP può essere impiegato per migliorare i servizi post-vendita, grazie alla disponibilità strutturata di informazioni lungo l’intero ciclo di vita del prodotto. Ciò permette di ottimizzare le attività di manutenzione, riducendo i costi operativi e aumentando l’efficienza complessiva. Contestualmente, si aprono opportunità per l’introduzione di modelli di business data-driven, fondati su servizi predittivi, aggiornamenti personalizzati e analisi continuativa delle prestazioni.

Chi investe nel DPP non sta solo rispettando una norma, ma costruendo capacità competitiva.

Criticità e sfide aperte

L’implementazione del Digital Product Passport, pur ricca di potenzialità, si confronta con una serie di criticità strutturali che ne possono rallentare o distorcere l’adozione. Pertanto, non mancano le difficoltà:

costi per le PMI
standard ancora in evoluzione
complessità tecnica

Questo può generare un divario, sull’adozione tecnologica come evidenziato anche nel report L’Italia nell’era dell’IA (Fondazione Leonardo ETS, 2026) che documenta il divario nell’adozione dell’intelligenza artificiale tra grandi imprese (53,1%) e PMI (15,7%) è già strutturale — e l’OCSE conferma che barriere analoghe (competenze, costi, qualità del dato) caratterizzano tutti i Paesi membri. L’opportunità è colmare questo gap in ottica di circolo virtuoso.

Conclusione

Il Digital Product Passport non è un semplice strumento informativo. È una infrastruttura invisibile che ridisegna il modo in cui i dati di prodotto vengono generati, condivisi e utilizzati. Gli esempi nei settori batterie, tessile e automotive mostrano chiaramente una cosa: il DPP non riguarda solo la sostenibilità, ma la trasformazione digitale dell’industria.

Non è un registro, ma una piattaforma.

Non è un obbligo, ma un linguaggio comune.

Non è un costo, ma una leva strategica.

E, soprattutto, è una delle basi su cui costruire la futura economia dei dati industriali europea.

C’è una dimensione più profonda in questa trasformazione: il digitale non si limita ad aggiungere uno strato di informazione sopra la realtà fisica, ma ne ridefinisce la natura stessa. Un prodotto dotato di Digital Product Passport non è più solo un oggetto — è un’entità relazionale, definita dalle sue connessioni nell’ecosistema informazionale. Costruire questa infrastruttura oggi significa scegliere che tipo di economia e che tipo di mondo vogliamo abitare domani.

Tre takeaway per decisori pubblici e imprese

  1. Il DPP è un’infrastruttura dati, non un adempimento. Il passaporto digitale va progettato come parte della strategia dati aziendale e pubblica. Ridurlo a un obbligo di compliance significa perdere il suo vero valore: abilitare interoperabilità, integrazione e nuovi servizi.
  2. Il vantaggio competitivo si gioca sugli ecosistemi, non sui singoli dati. Il valore del DPP emerge solo se integrato in reti di condivisione tra imprese, piattaforme e PA. Chi costruisce o partecipa a questi ecosistemi avrà un vantaggio strutturale rispetto a chi resta isolato.
  3. Senza governance e qualità del dato, non c’è AI industriale. Il DPP è una base per l’intelligenza artificiale, ma solo se i dati sono:

standardizzati
affidabili
interoperabili

Investire oggi in data governance significa abilitare domani applicazioni avanzate, dalla manutenzione predittiva alla circolarità intelligente.

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