poliarchia regolatoria

Energia, salute e tlc: quando troppe regole frenano l’Italia



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In Italia la regolazione economica è distribuita tra UE, Stato, Regioni e autorità indipendenti. Questa frammentazione genera incertezza per le imprese, rallenta gli investimenti e crea disuguaglianze territoriali. I-Com propone una roadmap verso regole più coerenti e una governance più coordinata

Pubblicato il 17 apr 2026

Silvia Compagnucci

vicepresidente di I-Com



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Nel nostro Paese, quando si parla di regolazione economica, spesso non è chiaro fino in fondo chi decide cosa e soprattutto chi ha l’ultima parola. È il risultato di un sistema frammentato in cui si intrecciano Unione europea, Stato centrale (con le relative agenzie tecniche), Regioni ed enti locali, nonché autorità amministrative indipendenti.

Questa architettura multilivello, accentuata dalla riforma del Titolo V, ha prodotto nel tempo sovrapposizioni di competenze, conflitti istituzionali e difficoltà di coordinamento, con effetti molto concreti: più incertezza per le imprese, più lentezza per gli investimenti, più disuguaglianze territoriali per cittadini e consumatori.

Il paper di I-Com sulla regolazione pro-competitiva

Sono questi alcuni dei temi approfonditi dall’Istituto per la Competitività (I-Com) nel Policy paper “EX PLURIBUS UNUM. Una roadmap verso una regolazione economica pro-competitiva“, presentato lo scorso 19 febbraio al Senato della Repubblica, focalizzandosi in particolare sugli effetti patologici della poliarchia regolatoria in tre settori chiave: energia, salute & IA e telecomunicazioni.

Quando la poliarchia regolatoria diventa una patologia sistemica

La poliarchia regolatoria, ossia quell’assetto decisionale in cui il potere di produrre regole giuridicamente rilevanti non è concentrato in un’unica autorità, ma distribuito tra una pluralità di soggetti operanti su livelli e con gradi di legittimazione diversi, non è necessariamente un problema in una società complessa come quella odierna. Anzi, in teoria, una regolazione policentrica può essere più flessibile, più tecnica e più adatta a governare mercati complessi.

Il problema nasce quando questa pluralità non è accompagnata da una regia efficace. In tal caso, la poliarchia smette di essere una risorsa e diventa un fattore di frammentazione, opacità e inefficienza.

Energia, salute e telecomunicazioni: i settori più colpiti

È proprio questo che emerge nei tre ambiti analizzati. Nell’energia, la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni ha spesso generato contenziosi, ritardi autorizzativi e strategie non allineate, con ricadute sugli investimenti e sulla transizione energetica. Nella sanità, il quadro è reso ancora più complesso dall’intreccio tra livelli di governo, agenzie tecniche e autorità amministrative indipendenti: un assetto che può rafforzare le tutele, ma che spesso rallenta l’innovazione, come dimostrano le difficoltà legate al Fascicolo sanitario elettronico e alla valorizzazione dei dati sanitari. Nelle telecomunicazioni, infine, il contrasto tra semplificazioni decise a livello centrale e resistenze locali mostra bene quanto sia difficile tradurre gli obiettivi nazionali ed europei in attuazione concreta sui territori.

La complessità della poliarchia regolatoria: esempi a confronto

La poliarchia regolatoria non è un problema astratto, ma una questione concreta che incide sui costi, sui tempi e sulla capacità del sistema Italia di raggiungere obiettivi industriali, ambientali e tecnologici. L’analisi condotta da I-Com ha evidenziato tali criticità con specifico riguardo ad alcuni use cases nel settore energia, salute e telecomunicazioni dai quali emerge un messaggio di fondo piuttosto netto: in Italia, più che la mancanza di norme, pesa spesso la loro frammentazione.

Il mercato dei biocarburanti e la rendita regolatoria

Nel settore energetico, il paper si concentra in particolare sul mercato dei biocarburanti, strumento ancora indispensabile per accompagnare la transizione ecologica, soprattutto nei comparti in cui l’elettrificazione procede lentamente o resta poco praticabile. Ma proprio qui emerge una governance particolarmente complessa: direttive europee, decreti nazionali, organismi tecnici, autorità di controllo e sistemi di certificazione si intrecciano in un quadro che rende il mercato poco lineare. Il risultato, secondo l’analisi, è una sorta di “rendita regolatoria”: i costi non dipendono solo dalla dinamica industriale o competitiva, ma anche dal peso degli adempimenti e delle regole. In altre parole, la transizione rischia di essere frenata non tanto dagli obiettivi, quanto dalla macchina che dovrebbe renderli possibili.

Intelligenza artificiale e dati sanitari tra innovazione e governance

Nel campo della salute, l’analisi si sofferma sul potenziale dell’intelligenza artificiale e dell’uso avanzato dei dati sanitari, descritti come leve decisive per migliorare diagnosi, cure, prevenzione e gestione delle liste d’attesa. Tuttavia, anche in questo caso, l’innovazione si scontra con un assetto di governance poco armonizzato. Il nodo centrale è il rapporto tra trasformazione digitale e tutela della privacy, emerso con forza nelle vicende del Fascicolo Sanitario Elettronico e dell’Ecosistema dei Dati Sanitari. Il Garante privacy, pur riconoscendo il valore strategico di questi strumenti, ha imposto correzioni profonde su basi giuridiche, responsabilità, sicurezza e trasparenza. Il quadro che ne esce è ambivalente: da una parte i controlli hanno migliorato la qualità delle regole, dall’altra hanno messo in luce quanto il sistema fosse inizialmente privo di un disegno chiaro e condiviso.

Telecomunicazioni: le infrastrutture di rete frenate dagli enti locali

Per quanto concerne le telecomunicazioni, sono molte le difficoltà che accompagnano la realizzazione delle infrastrutture di rete, tra opposizioni locali, lentezze amministrative ed applicazione disomogenea delle semplificazioni introdotte negli ultimi anni. Nonostante gli interventi normativi e gli obiettivi fissati per la diffusione della banda ultralarga e delle reti mobili, i tempi autorizzativi restano spesso lunghi e incerti, con forti differenze territoriali. A pesare è soprattutto il ruolo degli enti locali, che in molti casi rappresentano il vero collo di bottiglia. Il caso telco evidenzia dunque una contraddizione evidente: mentre il Paese dichiara di voler accelerare sulla digitalizzazione, sul territorio continuano a moltiplicarsi ostacoli procedurali, resistenze e perfino nuove iniziative che rischiano di frenare ulteriormente lo sviluppo delle reti.

La semplificazione c’è, ma non basta (ancora)… soprattutto in Italia

Dinanzi ai cortocircuiti della poliarchia regolatoria, il punto di partenza per le possibili vie d’uscita sta nei tentativi di semplificazione degli ultimi anni. Il problema, però, è che tra l’annuncio di queste riforme e la loro effettiva capacità di incidere sul quadro regolatorio vigente — e l’assetto di governance che lo accompagna — resta ancora una distanza significativa.

L’Europa e i pacchetti Omnibus: la semplificazione come messaggio politico

Sul fronte europeo, ad esempio, la legislatura UE in corso ha fatto della semplificazione uno dei suoi messaggi politici più forti. Dopo il rapporto Draghi, l’idea di una “Europa più semplice e veloce” si è tradotta in una serie di iniziative che si rivedono nei (10) pacchetti Omnibus, pensati per alleggerire adempimenti e obblighi informativi, soprattutto per PMI e SMC.

Le misure di semplificazione italiane: dai decreti alla Legge 2025

Anche l’Italia ha provato negli ultimi anni a intervenire con una lunga serie di misure di semplificazione. Dai primi decreti Semplificazioni fino alla Legge Semplificazioni 2025, il legislatore ha cercato di snellire procedure, accelerare autorizzazioni, digitalizzare la PA e ridurre alcuni ostacoli burocratici nei settori più strategici. In quello energetico, ad esempio, sono state introdotte corsie più rapide per valutazioni ambientali e impianti da fonti rinnovabili; nelle telecomunicazioni si è lavorato per rendere più veloci gli iter autorizzativi per lo sviluppo delle infrastrutture; in ambito sanitario e farmaceutico si guarda ora anche a un Testo Unico in grado di mettere ordine in una normativa da anni frammentata e stratificata.

Il confronto OCSE: l’Italia ancora indietro sulle buone pratiche regolamentari

In altre parole, la semplificazione esiste, ma spesso si ferma a metà strada. E infatti, se si guarda il panorama internazionale, l’Italia non si posiziona benissimo per quanto riguarda le pratiche di buona regolamentazione. Nell’ultimo OECD Regulatory Policy Outlook 2025, il nostro Paese pur adottando formalmente strumenti quali la valutazione d’impatto della regolazione (RIA) e consultazioni, questi risultano applicati in modo disomogeneo e non sistematico, soprattutto per la normativa secondaria, mentre la valutazione ex post è poco istituzionalizzata e raramente utilizzata per correggere o semplificare le regole esistenti. Ciò si riflette in punteggi più bassi rispetto alla media OECD, suggerendo una limitata capacità di apprendimento e adattamento nel tempo.

Conclusioni: serve una regia pubblica più forte e meglio coordinata

La poliarchia regolatoria italiana non è un’anomalia da eliminare, ma una condizione strutturale dei sistemi complessi. Settori come energia, salute e digitale richiedono inevitabilmente più centri decisionali e competenze specialistiche. Il problema nasce quando questa pluralità di livelli decisionali — UE, Stato, Regioni, enti locali e autorità indipendenti — non è ben coordinata: allora produce sovrapposizioni, incertezza del diritto, costi per le imprese, ritardi negli investimenti e disuguaglianze territoriali nell’accesso a beni e servizi. La priorità, quindi, non è “meno regole” in astratto, ma regole più coerenti, più uniformi e più attuabili.

Ciò che serve dunque è una regia pubblica più forte e meglio coordinata, capace di ridurre la frammentazione applicativa e di far funzionare davvero le semplificazioni già introdotte. In linea con le raccomandazioni OCSE, la direzione da seguire è quella di una regolazione più semplice, proporzionata al rischio, con meno oneri autorizzativi inutili, più trasparenza, più valutazioni ex ante ed ex post e un monitoraggio serio dell’attuazione concreta delle norme.

Senza meccanismi di coordinamento chiari, responsabilità ben definite e tempi certi, il rischio è infatti che la regolazione finisca per frenare proprio ciò che dovrebbe abilitare: innovazione, concorrenza, investimenti e crescita. In altre parole, il problema non è avere molti attori, ma non avere una regia adeguata per farli funzionare come un vero sistema.

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