VII RAPPORTO CONSOB

Investimenti delle famiglie: così le (scarse) competenze digitali annullano i benefici del fintech

Dal recente Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane emergono tutti i nodi che inficiano le possibilità delle famiglie di trarre vantaggio dalla democratizzazione della finanza abilitata dalle nuove tecnologie. Dai social alle piattaforme di trading, ecco i rischi

31 Gen 2022
Roberto Culicchi

Of Counsel DWF (Italy)

finanza

La recente pubblicazione da parte di Consob del VII Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie riaccende il dibattito sulle competenze tecnologiche delle famiglie italiane in relazione all’utilizzo di internet e dei social media per effettuare investimenti finanziari.

È indubbio che la pandemia abbia influito sull’utilizzo delle nuove tecnologie da parte delle famiglie italiane considerando che il 28% degli italiani – secondo il Rapporto – utilizza servizi finanziari online più di quanto facesse prima della pandemia. Ma le competenze digitali degli investitori italiani restano comunque limitate. Se infatti il 27% degli intervistati si riconoscono un livello “almeno buono” di capacità nell’utilizzo della rete, un’autovalutazione più dettagliata delle conoscenze digitali, riferita a sette concetti di base e avanzati, mostra però che la percentuale di risposte corrette varia dal 12% al 61%, attestandosi in media al 44% e questo dato non può non creare qualche campanello dall’allarme.

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Ciò risulta ancora più vero se si considera che tra coloro che utilizzano la rete per determinare le proprie scelte economico-finanziarie di investimento quasi tutti si dichiarano disponibili a mantenere le nuove abitudini anche in futuro, trovando attrattiva, tra le altre cose, la maggiore accessibilità e comodità di utilizzo del canale digitale rispetto a quello fisico.

Tecnologie e investimenti: pericoli e campanelli d’allarme

Che il crescente utilizzo delle nuove tecnologie per la determinazione delle scelte di investimento delle famiglie italiane venga spesso citato come testimonianza di quel fenomeno inarrestabile che va sotto il nome di democratizzazione della finanza è innegabile; altrettanto inequivocabili sono tuttavia i ripetuti segnali di allerta lanciati dalle autorità regolamentari sui rischi connessi a questi nuovi trend comportamentali dei risparmiatori. Il fenomeno, tra l’altro, non è solo italiano; è del febbraio dello scorso anno il grido d’allarme lanciato dall’ESMA (l’autorità regolamentare che raccoglie l’insieme dei vari regulators europei) sul proliferare dell’utilizzo di nuove tecnologie quali trading on line e criptovalute nelle scelte di investimento finanziarie da parte degli investitori retail.

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Lo statement dell’ESMA del 2021 contiene una dichiarazione che avverte del pericolo per gli investitori al dettaglio di prendere decisioni di investimento basate unicamente su opinioni, raccomandazioni informali e scambi di intenzioni commerciali attraverso i social network e le piattaforme online non regolamentate. In particolare, nel report l’autorità europea non escludeva che si potessero replicare in Europa gli episodi di alta volatilità vissuti da alcuni titoli statunitensi in seguito ad azioni coordinate di investitori al dettaglio (chiaro il riferimento a casi eclatanti verificatisi sul mercato statunitense quali quello di Gamestop).

Informazioni affidabili, primo passo fondamentale per ogni decisione di investimento

Se da un lato, infatti, una maggiore partecipazione degli investitori al dettaglio nei mercati azionari può essere considerata favorevolmente per lo sviluppo dell’Unione dei mercati dei capitali, ciò nondimeno gli investitori retail devono essere invitati a prestare attenzione quando prendono decisioni d’investimento basate solo su informazioni provenienti dai social media e da altre piattaforme online non regolamentate. Soprattutto se non sono in grado di verificare l’affidabilità e la qualità di quelle informazioni. Lo statement dell’ESMA sottolinea come un passo fondamentale per qualsiasi investitore prima di prendere una decisione d’investimento sia quello di raccogliere informazioni d’investimento da fonti affidabili, tenendo conto dei propri obiettivi d’investimento, dei vantaggi della diversificazione e della capacità di sopportare le perdite.

Occorre comunque evitare di fare di tutta l’erba un fascio.

Fintech e democratizzazione della finanza: gli aspetti del fenomeno

È innegabile che il fintech, e nello specifico la tecnologia applicata alla finanza, abbia svolto un ruolo fondamentale nel processo di democratizzazione della finanza. In base ad un’indagine condotta dalla Banca Mondiale, nell’Asia meridionale negli ultimi sette anni i possessori di conti bancari online sono aumentati del 23%, mentre in Africa sono letteralmente raddoppiati. Il merito va ascritto principalmente alle continue innovazioni del fintech che hanno reso la finanza più inclusiva attraverso una digitalizzazione dei servizi. Tra l’altro non va dimenticato come il fintech contribuisca positivamente a combattere il fenomeno degli “unbanked”, ovvero di quei soggetti che non hanno alcun accesso a servizi finanziari di alcun tipo, oppure sono “sottobancarizzati”, termine che indica coloro che utilizzano soluzioni finanziarie in modo estremamente limitato.

Il boom delle piattaforme di trading online e l’influenza dei social

In questo processo di apertura del mondo della finanza a soggetti che fino a qualche anno fa ne erano letteralmente esclusi hanno certamente contribuito anche fattori come il boom delle piattaforme di trading online, che stanno permettendo a milioni di micro-investitori di accedere con estrema facilità al mercato degli strumenti finanziari, con poche o nulle barriere all’entrata. È innegabile che oggi anche un soggetto quasi privo di educazione finanziaria può diventare un trader online aprendo in pochi minuti un account su una delle tante piattaforme di broker disponibili sul mercato, da eToro a Degiro, da Trade.com a Plus500.

Come sopra accennato, anche lo sviluppo dei social network ha contribuito a questo processo di trasformazione e apertura del mondo della finanza, posto che tali strumenti di comunicazione si sono affermati come vere e proprie fonti di informazione e piattaforme di scambio di opinioni e feedback, con impatti sempre più rilevanti sugli andamenti di mercato (il già citato caso GameStop ne è un perfetto esempio).

Da qui i dubbi e le perplessità di Consob circa l’affidabilità dei social network e delle piattaforme di trading online come fonti di informazione finanziaria. Le opinioni espresse nei social network e all’interno di chat la cui presenza spesso caratterizza le piattaforme di trading online avrebbero infatti l’effetto, secondo Consob, di produrre raccomandazioni di investimento che violerebbero le norme previste per l’intermediazione finanziaria, con il rischio di generare abusi di mercato.

Social trading e bolle speculative

Inoltre, le piattaforme di trading online, attraverso funzionalità come il “social trading” (il quale permette di copiare le strategie di investimento di trader più “esperti”) incoraggerebbero investimenti di massa da parte di micro-investitori privi di esperienza. Si tratta del fenomeno che da alcuni commentatori è stato definito mediante l’utilizzo di termini quali “effetto gregge”. L’effetto gregge viene a essere individuato come una fase nella quale gli individui sono fortemente influenzati dal comportamento altrui; pertanto, i soggetti agenti pensano o agiscono sulla base delle decisioni assunte dalla massa. La presente condotta, se calata nell’ambito dei mercati finanziari, può portare alla formazione delle c.d. “bolle speculative”, in quanto vi è una tendenza a emulare il comportamento degli altri investitori invece che prendere decisioni basate su un ragionamento personale o sulla base delle informazioni raccolte. I dati e le informazioni raccolte dall’investitore tendono ad assumere un ruolo secondario, perché la decisione si baserà sulle indicazioni della massa. In altre parole., si tende a perdere la propria autonomia di pensiero per omologarsi all’altrui condotta.

Reti sociali e rischio di manipolazione dei mercati

Una ulteriore area più grigia di regolamentazione è rappresentata da coloro che utilizzano tali reti sociali per promuovere la compravendita di un titolo. Va sottolineato che discutere l’opportunità di comprare o vendere azioni di un emittente non costituisce di per sé una manipolazione di mercato. Tuttavia, organizzare o eseguire strategie coordinate per scambiare o piazzare ordini in determinate condizioni e in determinati momenti per muovere il prezzo di un’azione potrebbe costituire un abuso del normale funzionamento dei mercati.

Per questo motivo, occorre prestare particolare attenzione quando si pubblicano informazioni sui social media su un emittente o uno strumento finanziario. Anche la diffusione di informazioni false o fuorvianti può considerarsi un abuso. Inoltre, occorre prestare attenzione a diffondere raccomandazioni d’investimento attraverso qualsiasi mezzo, compresi i social media e le piattaforme online, in quanto sono pratiche soggette a una serie di requisiti normativi

La task force congiunta Consob-Guardia di Finanza

Contro l’abusivismo nel settore finanziario va anche segnalata la recente iniziativa che ha visto coinvolti Consob e la Guardia di Finanza, con la creazione di una task force congiunta che ha già condotto l’autorità regolamentare a ordinare l’oscuramento di 28 siti web che offrivano abusivamente servizi finanziari (per lo più legati a criptovalute) dopo la segnalazione pervenuta dalla Guardia di Finanza.

I risparmiatori italiani e gli investimenti sostenibili: i rischi

Un altro dato che emerge dal VII Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie riguarda la potenziale ed accresciuta propensione a investimenti sostenibili da parte dei risparmiatori italiani. Gli investitori che affermano di avere una conoscenza almeno di base degli investimenti sostenibili sono pari al 37% degli intervistati, mentre coloro che si dichiarano interessati a questo tipo di investimenti raggiunge il 73%, in crescita rispetto agli anni precedenti; solo il 9% però dichiara di possederli.

Uno dei fattori principali di criticità per lo sviluppo degli investimenti sostenibili è legato alla bassa conoscenza che gli investitori retail hanno della materia e che, in un contesto di forti asimmetrie informative, può concorrere ad alimentare il rischio di greenwashing.

Tra l’altro, uno sviluppo della finanza sostenibile postula che i meccanismi di allocazione delle risorse, e in particolare di formazione dei prezzi, tengano conto correttamente delle caratteristiche ESG di attività e investimenti. I prezzi che si formano sul mercato, tuttavia, non sono in grado di assolvere a questo compito se, come spesso accade, le informazioni incorporate riflettono un orizzonte temporale di breve periodo.

Ad esempio, gran parte degli obblighi di rendicontazione periodica delle società quotate, con l’obiettivo di aumentare le informazioni disponibili al pubblico, sono recentemente diventati più frequenti e concentrati su un orizzonte temporale a breve termine. È evidente che questo approccio tipicamente di breve termine degli operatori economici e finanziari è un ostacolo alla diffusione di e sviluppo degli investimenti sostenibili e dispiegano un effetto negativo sulle scelte individuali relative all’ambiente e alla collettività. L’importanza dei fattori ESG ed i riflessi di questi sulla redditività delle imprese e la performance degli investimenti si dispiegano appieno tipicamente in un orizzonte di medio-lungo periodo. Di conseguenza, solo l’allungamento dell’orizzonte temporale di riferimento permette di cogliere i vantaggi legati alla integrazione dei fattori ESG nei processi decisionali aziendali e di investimento.

Le competenze digitali degli investitori italiani

Anche i dati ricavabili dal Rapporto Consob in tema di competenze digitali degli investitori italiani destano qualche perplessità.

L’indagine auto-valutativa condotta da Consob relativa alle conoscenze digitali, riferita a sette concetti di base e avanzati, mostra che la percentuale di risposte corrette varia dal 12% al 61%, attestandosi in media al 44%.

Conclusioni

Del resto, sono purtroppo noti i risultati spesso desolanti che emergono dai rapporti annuali forniti dall’ISTAT che ci restituiscono la fotografia di un’Italia in cui la lotta al digitale divide e non riesce ad andare oltre gli annunci, con tutti i danni e le disuguaglianze che ne derivano.

In tal senso, la possibilità per il nostro paese di contribuire all’affermazione di un processo di digitalizzazione efficace, in grado di evitare arretratezze tecnologiche incolmabili, suscettibili anche di creare diseguaglianze sociali, passa necessariamente da un cambiamento, prima culturale e poi anche politico e giuridico, in grado di permetterci di godere dei benefici offerti dal digitale, evitando di subire unicamente gli svantaggi della Rete connessi a fenomeni quali la violazione della privacy individuale, la scarsa consapevolezza sull’uso di Internet e le manipolazioni virtuali non anche non esclusivamente di natura finanziaria.

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