La decisione, depositata il 25 marzo 2026 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, nel caso Cox Communications Inc. c. Sony Music Entertainment costituisce una rigorosa e chiara interpretazione delle norme a tutela del diritto d’autore in vigore negli Stati Uniti d’America e rappresenta sostanzialmente un logico sviluppo della giurisprudenza in materia di responsabilità dei fornitori di servizi di connessione on-line.
La causa trae origine dal ricorso presentato nei confronti della Cox Communications, Inc. da Sony Music e da altre case discografiche, le quali avevano affermato che la prima, come fornitore dei servizi di connessione on-line, avesse contribuito alla commissione delle violazioni dei suoi abbonati recidivi proseguendo nel dare loro accesso al servizio, nonostante le ripetute diffide inviate dai titolari dei diritti per fare cessare i comportamenti reiteratamente abusivi.
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Come nasce il contenzioso Cox sulla responsabilità degli ISP
Inoltre, le case discografiche hanno fatto valere nei confronti della controparte il principio della responsabilità vicaria di Cox Communications, avendo quest’ultima tratto profitto dalle violazioni commesse, le quali generano abbonamenti e traffico per la rete, in funzione del nesso causale che sussiste fra il fornitore dei servizi on-line e i propri abbonati.
Nelle proprie difese, Cox Communications ha sostenuto che non sussistessero prove a sostegno dell’applicazione nei suoi confronti dei principi di “Common Law” dell’”aiding-and-abetting”, necessari a sostanziare l’intento volitivo del fornitore dei servizi nel coadiuvare gli utenti nell’illecito al fine di assoggettarlo ad una responsabilità per “contributory infringement”.
Affinché queste condizioni si potessero verificare, il comportamento di Cox Communications, secondo le sue stesse difese, avrebbe dovuto esplicarsi sia in un “aiuto sostanziale” al compimento dell’illecito degli utenti che “in una partecipazione conscia e volontaria nel comportamento illecito di un altro soggetto”, circostanza questa che Cox ha affermato non sussistere.
La decisione della Corte suprema sulla responsabilità degli ISP nel caso Cox
Nella sentenza che qui si commenta brevemente, la Corte Suprema ha escluso che Cox Communications avesse assunto, oltre che la responsabilità vicaria, già confermata in appello dai Giudici del Quarto Circuito, anche la responsabilità indiretta (c.d. “contributory infringement”) per avere facilitato o promosso le violazioni commesse dagli utenti attraverso la connessione ad Internet garantita dal service provider.
A tale stregua, il risarcimento dei danni a favore delle case discografiche, determinato nella misura di un miliardo di dollari dalla District Court della Virginia dell’anno 2019, andrà ricalcolato in base al giudizio della Corte Suprema, elidendo da tale importo quello derivante dal danno indiretto.
L’incipit della decisione che porta il nome del Giudice Relatore Justice Clarence Thomas, resa all’unanimità dai nove Justice seppure con le diverse motivazioni addotte dai Justice Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson, prende l’abbrivo dal principio base del Copyright Act, il quale recita: “chiunque violi uno qualsiasi dei diritti esclusivi del titolare del copyright… è un trasgressore del copyright” [Titolo 17 dello U.S.C. §501(a)].
I principi di copyright richiamati dalla Corte
Da questo assioma, elemento cardine, oltre che del sistema giuridico statunitense anche degli ordinamenti liberali dell’Unione Europea avuto riguardo alla proprietà intellettuale, il Syllabus – che precede l’Opinion, quest’ultima costituita dalla sintesi delle dichiarazioni rese da ciascun magistrato della Corte Suprema, accompagnata dalle ragioni che ne sostengono il giudizio – riassume, in tre fitte pagine, quanto è emerso nel corso dell’esame della causa e illustra quali conseguenze giuridiche derivino dai fatti.
Nel suo percorso logico, in primo luogo la Corte Suprema indica quali siano le categorie di atti illeciti in cui può ricadere la responsabilità dei fornitori dei servizi on-line per le violazioni commesse dagli utenti utilizzando le connessioni telematiche e quali siano le ragioni addotte dalla dottrina e dai precedenti giurisprudenziali della stessa Corte Suprema in materia, per giungere alle conclusioni di riforma della sentenza di primo grado, già emendata parzialmente dai giudici del Quarto Circuito, che è stata oggetto di verifica da parte del massimo organo giurisdizionale degli Stati Uniti.
Quando può scattare la responsabilità degli ISP
Il caso di specie – evidenzia la decisione – riguarda la sussistenza o meno della responsabilità della Cox Communications per contributory infringement cioè un’ipotesi di tort liability consistente in un comportamento attivo del fornitore dei servizi attraverso il quale esso avrebbe consentito che il suo servizio venisse utilizzato dagli utenti per commettere una violazione dei diritti di privativa che insistono sulle opere oggetto di illecita diffusione.
Secondo il pensiero della Corte, i titolari dei diritti possono dimostrare giudizialmente l’intenzionalità dell’illecito richiesta dalla norma in due modi.
Le due ipotesi individuate dai giudici
In primis, essi possono provare che una parte (il fornitore dei servizi) ha indotto attivamente l’altra (cioè l’utente), a commettere la violazione; inoltre, gli stessi Rightholder possono dimostrare che il service provider abbia sviluppato e messo on-line un servizio di connessione a Internet studiato appositamente per commettere la violazione.
Nel proseguire nel proprio ragionamento, la Corte asserisce che i fornitori di servizi Internet come la Cox Communications Inc. hanno una conoscenza limitata di come vengono utilizzati i loro servizi, conoscendo quale indirizzo IP corrisponda a ciascun account di ogni abbonato, ma non potendo distinguere i singoli utenti o controllare direttamente come vengono dagli stessi utilizzati i servizi on-line. Inoltre, Cox vieta contrattualmente agli abbonati di utilizzare i propri servizi di connessione per pubblicare, copiare, trasmettere o diffondere contenuti che violano i diritti d’autore.
I limiti fissati alla responsabilità degli ISP
Partendo da questi dati fattuali, la Corte Suprema ha posto vincoli stringenti all’applicazione della responsabilità secondaria, asserendo che esistono solo due forme in cui essa può esplicarsi: l’induzione attiva alla commissione della violazione e la promozione dell’illecito attraverso la creazione di un servizio che non abbia altra finalità che quello della violazione dei diritti altrui, così come avvenuto nel caso MGM c. Grokster.
Al di fuori di queste ipotesi, ha scritto la Corte Suprema, la mera conoscenza da parte dei service provider del fatto che gli utenti recidivi proseguivano nell’avvalersi dei servizi di Cox Communications per commettere illeciti on-line non costituisce elemento sufficiente a configurare l’intento volontario (willful intent) di violare i diritti d’autore delle case discografiche.
La medesima Corte ha poi sottolineato che poiché Cox Communications impone ai suoi abbonati regole contrattuali precise per vietare la commissione di illeciti on-line, scoraggiando gli utenti dall’avvalersi a tale scopo dei propri servizi di connessione ed attuando tali previsioni attraverso la risoluzione dei relativi contratti, non può essere considerata responsabile di incoraggiare gli utenti nel violare il copyright.
Inoltre – ha soggiunto la Corte – i servizi forniti sulla rete Internet da Cox si prestano a innumerevoli usi legittimi, essendo in tal modo escluso che si ricada nell’ipotesi di un servizio on-line studiato su misura per contravvenire alla legge.
Le opinioni concorrenti di Sotomayor e Brown Jackson
Di fronte a questa scelta della Corte Suprema di limitare la Secondary Liability degli ISP ai due casi sopra sommariamente delineati, la Justice Sonia Sotomayor – pur aderendo alle conclusioni cui sono pervenuti gli altri Giudici circa l’assenza di prova che Cox Communications avesse promosso l’illecito commesso dagli utenti – ha osservato che “La maggioranza (della Corte) … limita inutilmente la responsabilità secondaria, sebbene i precedenti di questa Corte abbiano lasciato aperta la possibilità che possano applicarsi altre teorie di Common law in materia di responsabilità, come il principio dell’aiding-and-abetting.”
A tale critica si è associata anche la collega Justice Ketanji Brown Jackson sostenendo entrambe che la teoria dell’aiding-and-abetting permette di valutare l’esistenza di una responsabilità dei fornitori di servizi on-line anche nell’assenza di un loro atto di promozione della violazione degli utenti o della creazione di un modello di business preordinato a tale scopo.
Secondo i Justice Sotomayor e Brown Jackson non vi è nelle decisioni Sony e Grokster alcun principio di diritto che limiti la responsabilità dei fornitori di servizi digitali ai due casi sopra tratteggiati, semmai proprio la decisione del caso Grokster lascia aperta la porta ad altre diverse forme di “secondary liability”.
L’azione contro gli utenti e il ruolo dei provider
Un ulteriore aspetto che è stato evidenziato da Justice Clarence J. Thomas nella sua illustrazione delle motivazioni della sentenza di cui oggi ci occupiamo riguarda l’affermazione – inserita nella parte iniziale del provvedimento – secondo cui: “In questo caso, tuttavia, anziché citare in giudizio i trasgressori, i titolari del copyright hanno citato in giudizio i ricorrenti, Cox Communications, Inc. e la sua controllata, che fornivano le connessioni Internet utilizzate dai trasgressori. Essi sostenevano che la stessa Cox era responsabile della violazione del copyright perché continuava a fornire accesso a Internet a noti trasgressori”.
Sulla prima parte della frase, quella che concerne la possibilità per i titolari dei diritti di agire in giudizio direttamente verso i trasgressori, anziché nei confronti dei service providers, vanno svolte alcune brevi considerazioni.
La questione appare infatti estremamente delicata, non solo in Italia, dove vi sono stati numerosi casi che hanno appalesato problematiche apparentemente insormontabili, ma anche negli Stati Uniti dove le cause intentate contro gli abbonati ai servizi on-line sono numerose in quanto è possibile ottenere i nominativi degli infringers attraverso la notifica di una “subpoena”.
Di fatto, un’azione legale nei confronti degli utenti dei servizi di comunicazione elettronica risulta poco conveniente per i titolari dei diritti in quanto: citare in giudizio migliaia di utenti richiede molto tempo e ha dei costi elevati; ottenere gli indirizzi IP e le prove delle violazioni dei singoli abbonati è complesso; gli ISP sono senz’altro in grado di pagare i danni causati dalla pirateria che occorre sulle loro reti di comunicazione elettroniche e un’azione per le violazioni su larga scala ha maggiori potenzialità dissuasive di una causa contro i singoli utenti.
Le conseguenze della sentenza sulla responsabilità degli ISP
In conclusione, la sentenza in commento riafferma la solidità del fondamento del diritto d’autore e la sussistenza dei principi cardine della responsabilità degli ISP negli Stati Uniti in base al DMCA e al Copyright Act. La Suprema Corte sottolinea inoltre la necessità che vi debba essere estremo rigore nella determinazione dei danni da risarcire ai titolari dei diritti e che, questi, qualora derivino da comportamenti asseritamente complici dei fornitori dei servizi on-line, debbano essere provati dai ricorrenti sulla scorta di evidenze documentali, le quali escludono l’adozione di criteri presuntivi.










