L’Italia continua a produrre ricerca di qualità, con competenze riconosciute in molti ambiti scientifici e tecnologici. Un segnale positivo arriva anche dai dati sulla proprietà industriale: secondo il Report attività brevettuali della Direzione Generale per la Proprietà Industriale – UIBM (MIMIT), nel 2025 le domande di brevetto per invenzione industriale sono state 11.996 (+18,2% rispetto al 2024) e cresce anche il contributo di università ed enti di ricerca (594 domande, +25%).
È una dinamica incoraggiante, perché indica che idee e risultati scientifici vengono sempre più spesso “messi a terra” in forme tutelabili e potenzialmente trasferibili. Ma proprio questi numeri aiutano a chiarire dove si gioca la partita: non basta generare più innovazione (e più titoli), serve far sì che un numero crescente di tecnologie percorra davvero tutto il tragitto fino a prototipi, prodotti, partnership industriali e mercato. Ed è qui che emerge il punto centrale.
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Il trasferimento tecnologico in Italia oltre i brevetti
Negli ultimi mesi, una consultazione pubblica avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) su un Atto di Indirizzo Strategico 2026-2028 ha rimesso a fuoco il punto centrale: la valorizzazione della conoscenza non può essere affidata a interventi episodici o a singole misure. Serve una strategia che tenga insieme tutta la catena, dalla ricerca allo sviluppo, fino al mercato e alla scala industriale. E serve farlo con strumenti coerenti, stabili e misurabili.
Il vero nodo: la filiera è spezzata
Nel trasferimento tecnologico esiste un momento critico che molti ecosistemi conoscono bene: la fase in cui un risultato scientifico promettente deve diventare una tecnologia validata, poi un prodotto, poi un’azienda in grado di vendere e crescere. È la cosiddetta “valle della morte” dell’innovazione: il tratto in cui il progetto non è più pura ricerca, ma non è ancora abbastanza maturo per attrarre capitali privati o clienti.
Dove si interrompe la catena dell’innovazione
In Italia quel tratto è spesso più lungo e profondo del necessario. Il motivo è che gli strumenti lungo la filiera non sono sempre coordinati: finanziamo la ricerca, sosteniamo la nascita di startup, ma fatichiamo a garantire continuità tra le fasi. Il risultato è che molte tecnologie promettenti non raggiungono mai la soglia investibile, oppure arrivano troppo tardi, quando nel frattempo il mercato si è mosso o l’ecosistema internazionale ha già consolidato vantaggi competitivi.
Rafforzare la filiera significa quindi costruire un percorso senza salti: accompagnamento, infrastrutture, proof-of-concept, prototipazione, validazione industriale, accesso a competenze di business, canali verso la domanda. E, soprattutto, una logica di sistema che eviti duplicazioni e dispersione.
Governance e coordinamento: meno frammentazione, più esecuzione
Uno dei difetti storici del sistema italiano è la frammentazione: iniziative regionali, programmi nazionali, strumenti di enti pubblici e fondazioni, misure europee. Spesso non mancano le idee né i bandi; manca l’allineamento.
Governance del trasferimento tecnologico in Italia
Quando i livelli di governance non dialogano, succede qualcosa di molto concreto: un gruppo di ricerca non capisce quale strada seguire per valorizzare un risultato; una startup deep-tech non trova continuità tra un grant e una fase di scale-up; un investitore vede troppi rischi non tecnologici ma organizzativi; una PMI interessata a innovare non sa dove cercare interlocutori affidabili.
La consultazione MIMIT, nel mettere al centro una visione strategica pluriennale, riconosce implicitamente che serve una regia: una governance multilivello capace di ridurre la dispersione, valorizzare la complementarietà dei ruoli e costruire strumenti di analisi e monitoraggio per capire cosa funziona davvero. Senza dati e misurazione, ogni policy rischia di restare un elenco di buone intenzioni.
Coordinare non significa centralizzare tutto. Significa definire obiettivi comuni, ruoli chiari e metriche condivise. E significa anche mettere in connessione gli attori della filiera: università, centri di ricerca, uffici di trasferimento tecnologico, incubatori, acceleratori, corporate, investitori, pubblica amministrazione. In molti casi, la differenza tra un progetto che decolla e uno che si arena non è la qualità della tecnologia, ma la qualità delle connessioni attorno ad essa.
Competenze e valutazione dell’impatto
C’è un equivoco ricorrente: pensare che basti avere buona ricerca perché il trasferimento tecnologico avvenga automaticamente. Non è così. La valorizzazione della conoscenza è un mestiere. Richiede figure professionali specializzate: persone capaci di leggere una tecnologia e tradurla in un percorso di mercato, di gestire proprietà intellettuale e contratti, di costruire partnership industriali, di dialogare con investitori e imprese.
In molti ecosistemi maturi, queste competenze sono parte integrante delle università e dei centri di ricerca, con strutture dedicate, incentivi corretti e carriere riconosciute. In Italia, invece, il potenziamento delle professionalità del trasferimento tecnologico è ancora disomogeneo: alcune realtà sono avanzate, altre sono sotto-dimensionate, altre ancora dipendono da singole persone “eroiche” che tengono insieme tutto.
Se vogliamo orientare il sistema all’impatto, dobbiamo investire in competenze e anche in criteri di valutazione. Non solo valutare quante pubblicazioni si producono, ma quanto valore economico e industriale si genera: brevetti valorizzati, licenze, spin-off che crescono, partnership con imprese, occupazione qualificata creata. Non per trasformare la ricerca in una corsa al profitto, ma per evitare che eccellenze scientifiche restino scollegate dalla crescita del Paese.
Ricerca, impresa e capitale: il collegamento va reso strutturale
Capitale e trasferimento tecnologico in Italia
Un trasferimento tecnologico efficace vive di triangolazione: ricerca che produce conoscenza, imprese che conoscono mercati e fabbisogni, capitale che finanzia il rischio. Se uno di questi lati manca o è debole, l’intero triangolo si deforma.
In Italia, il collegamento tra ricerca pubblica e tessuto produttivo non è sempre strutturato. E quando lo è, spesso riguarda ambiti tradizionali; più difficile è costruire ponti rapidi nei settori deep-tech, dove la distanza tra laboratorio e mercato può essere lunga, e dove servono investimenti importanti prima di vedere ricavi.
Qui entra in gioco la questione del capitale di rischio per il deep-tech: non basta moltiplicare piccoli strumenti seed. Serve rafforzare la capacità di finanziare la crescita, creare meccanismi di de-risking intelligenti e favorire l’incontro tra progetti ad alto potenziale e investitori in grado di seguirli nel tempo.
Sul fronte degli strumenti, l’Italia non parte da zero: esistono già leve pubbliche pensate per colmare parte del gap tra ricerca e mercato, come Enea Tech e Biomedical e il Fondo Trasferimento Tecnologico di CDP Venture Capital. Il punto, però, è evitare che questi strumenti agiscano come isole: per funzionare davvero devono essere inseriti in una pipeline riconoscibile di progetti, con criteri chiari di selezione e follow-on, capacità di co-investimento e connessione sistematica con industria, università e programmi europei.
In altre parole: non basta “mettere capitale” in un anello della catena; serve un disegno che faccia scorrere i progetti dalla validazione alla scala, riducendo il rischio non tecnologico (governance, competenze, accesso a domanda e partner industriali).
Il ruolo della domanda pubblica
Un altro punto spesso sottovalutato è il ruolo della pubblica amministrazione.
Un segnale interessante, in questa direzione, arriva anche da recenti interventi normativi che riconoscono la necessità di aprire spazi reali agli innovatori. Un esempio è il disegno di legge sulla space economy, che introduce meccanismi per favorire l’accesso di startup e PMI innovative anche attraverso quote dedicate nei sub-appalti: un modello che, se ben implementato, può diventare un precedente replicabile in altri ambiti (sanità digitale, cybersecurity, energia, mobilità, gestione dati).
Il valore di misure di questo tipo non è solo economico: è creare domanda qualificata e dare alle startup un contesto in cui sperimentare, costruire track record e accelerare l’adozione, riducendo il divario tra prototipo e mercato.
Europa e strumenti: più accesso, meno burocrazia, più valorizzazione dei progetti
Europa e trasferimento tecnologico in Italia
Sul piano europeo, programmi come lo European Innovation Council (EIC) sono pensati proprio per sostenere il deep-tech e accompagnare tecnologie ad alto rischio verso il mercato. Eppure, il tema non è solo “partecipare di più”, ma aumentare capacità e tasso di successo, e soprattutto ridurre l’attrito tra valutazione e implementazione.
Una direzione utile è valorizzare di più i progetti che hanno già superato una valutazione europea (ad esempio attraverso meccanismi tipo seal of excellence o percorsi nazionali accelerati), evitando che chi innova debba ripetere iter e documentazione quasi identici su canali diversi.
Se un progetto è stato giudicato valido a livello UE, il sistema nazionale dovrebbe poterlo “agganciare” più rapidamente con cofinanziamenti, accesso a infrastrutture e percorsi di industrializzazione, trasformando l’Europa da percorso parallelo a moltiplicatore di efficacia.
Conclusione: la sfida non è scrivere una strategia, ma costruire un percorso
Dalla strategia all’esecuzione
Il trasferimento tecnologico non si risolve con uno slogan né con un singolo fondo. Si risolve costruendo un percorso stabile e leggibile, in cui chi fa ricerca sa come arrivare al mercato, chi fa impresa sa come accedere a tecnologie e competenze, chi investe trova progetti maturi e supportati, e la PA diventa parte della soluzione, non solo un vincolo.
Se l’Italia vuole davvero rafforzare la propria competitività, deve smettere di trattare la valorizzazione della conoscenza come un tema di nicchia per addetti ai lavori. È una politica industriale, nel senso più concreto: riguarda produttività, occupazione qualificata, autonomia tecnologica, capacità di creare imprese che restano e crescono sul territorio.
La domanda, alla fine, è semplice: vogliamo continuare a essere un Paese che produce buona ricerca ma lascia che il valore si generi altrove? O vogliamo costruire, finalmente, un sistema capace di trasformare conoscenza in sviluppo? La risposta non sta nelle intenzioni. Sta nell’esecuzione.















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