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Innovazione italiana post-Pnrr: adesso serve una scelta di sistema



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L’Atto di indirizzo strategico 2026-2028 punta a rafforzare il trasferimento tecnologico italiano tra governance unificata, roadmap, venture capital, PNRR e ruolo della PA. Il nodo decisivo resta la capacità di trasformare ricerca, università e imprese in un modello italiano di innovazione davvero stabile e competitivo

Pubblicato il 6 mag 2026

Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR



Storico sorpasso del Sud sul Nord e Centro Italia: il Mezzogiorno come hub di innovazione, ecco dove è più competitivo innovazione in italia
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Impedire alla bandiera della crescita, a mezz’asta da diverso tempo, di essere ammainata del tutto è l’imperativo che si è dato il Governo, a fronte di un quadro macroeconomico che vede l’Italia in lenta ripresa, ma ancora in affanno e in una situazione di fragilità, con inflazione in normalizzazione (per quanto?), mercato del lavoro stabile, in un contesto demografico complesso, caratterizzato da invecchiamento della popolazione e carenza di competenze, finanza pubblica fragile e bassa crescita.

I problemi che zavorrano una crescita asfittica vengono da lontano. Diversi Governi hanno provato ad aggredirli, senza essere riusciti fino in fondo a risolverli.

Il modello italiano di innovazione davanti alla sfida della crescita

Nell’ultima edizione dello Studio economico dell’OCSE sull’Italia (aprile 2026) viene riconosciuta al nostro Paese la capacità di resilienza agli shock degli ultimi anni, ma all’orizzonte si intensificano le sfide di breve e lungo termine per le prospettive di crescita. Tra queste rientra senz’altro quella dell’innovazione, che può diventare la leva principale per affrontare tre problemi strutturali:

  • bassa produttività
  • scarsa crescita del capitale tecnologico
  • limitata capacità delle imprese di espandersi e competere

Il documento lo afferma in modo esplicito quando indica che “un sostegno ottimale alla crescita della produttività deriverebbe… dal potenziare l’innovazione e l’adozione di tecnologie”.

Questo implica che il Governo dovrà intervenire per aumentare gli investimenti in ricerca, sviluppo e tecnologie digitali, nel miglioramento delle competenze e delle pratiche manageriali, perché senza innovazione non è possibile aggredire efficacemente stagnazione e produttività.

Il modello italiano di innovazione nell’Atto di indirizzo strategico

Alla ricerca di soluzioni all’altezza delle sfide, in modo da mantenere alto lo slancio riformatore innescato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), è stato elaborato e presentato dal Governo l’Atto di indirizzo strategico 2026-2028 in materia di valorizzazione delle conoscenze e di trasferimento tecnologico.

La Strategia – elaborata congiuntamente dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal Ministero dell’Università e della Ricerca – costituisce un testo di indirizzo essenziale per rafforzare il collegamento tra il sistema della ricerca e della conoscenza con il sistema imprenditoriale.

Giovedì 7 maggio si conclude la consultazione pubblica sulla strategia, che si articola in sette proposte di intervento, a loro volta articolate in azioni, che i due dicasteri intendono attuare per potenziare l’ecosistema italiano dell’innovazione, migliorare il coordinamento, attrarre investimenti e orientare il sistema produttivo verso le tecnologie altamente strategiche identificate.

Le sette linee di intervento della strategia

LINEE STRATEGICHE DI INTERVENTOAZIONISOTTOAZIONI
Linea strategica di intervento 1 – Governance multilivelloAzione 1 – Coordinamento strategico e allineamento multilivelloAzione 1.1 – Armonizzazione delle fonti finanziarie e integrazione degli strumenti di policy
Azione 1.2 – Coordinamento dei tavoli tematici e aggiornamento dinamico dell’Atto di indirizzo strategico
Azione 1.3 – Dialogo strutturato con le Regioni e valorizzazione delle specializzazioni territoriali
Azione 2. Adozione di un framework unico per il monitoraggio e la valutazione e meccanismi correttivi
Azione 3 – Relazione annuale e accountability pubblica
Linea strategica di intervento 2 – Creazione di Roadmap Tecnologiche Strategiche AzioneAzione 1 – Coordinamento di Tavoli tematici nazionali per la definizione di roadmap strategiche e settorialiAzione 1.1 – Sviluppo di roadmap tecnologiche integrate lungo l’intera catena del valore
Azione 1.2 – Rafforzamento della collaborazione pubblico‑privata per la convergenza delle traiettorie tecnologiche
Linea strategica di intervento 3 – Razionalizzazione e valorizzazione degli attori dell’ecosistema del TTAzione 1 – Istituzione di un Elenco nazionale dei soggetti operanti nel TT
Azione 2 – Valorizzazione del ruolo degli Uffici di Trasferimento Tecnologico e del loro networkAzione 2.1 – Istituzione di hub interateneo
Azione 2.2 – Certificazione nazionale delle competenze nel trasferimento tecnologico
Azione 3 – Valorizzazione piattaforma KS
Azione 4 – Strutturazione dei programmi Proof of Concept (PoC)
Azione 5 – Istituzione di una rete nazionale di scouting, sensibilizzazione e formazione nei percorsi universitari e nei dottorati
Azione 6 – Supporto alla programmazione strategica
Linea strategica di intervento 4 – Linee di indirizzo per il raggiungimento dell’obiettivo del TT nell’ambito delle progettualità finanziate con il Fondo per il trasferimento tecnologico
Linea strategica di intervento 5 – Rafforzamento partecipazione nazionale ai bandi europeiAzione 1 – Istituzione di un programma nazionale di accompagnamento EIC Ready
Azione 2 – Formazione, supporto tecnico operativo e competenze strategiche
Azione 3 – Supporto all’accesso e de-risking finanziario
Azione 4 – Rafforzamento del Legame RicercaImpresa
Linea strategica di intervento 6 – Rafforzamento del capitale di rischio per le tecnologie deep‑techAzione 1 – Sviluppo di strumenti finanziari dedicati e integrazione con il mercato europeo
Azione 2 – Rafforzamento del segmento late‑stage e delle condizioni di scale‑up
Azione 3 – Attrazione di investitori istituzionali e costruzione di una rete nazionale di co‑investitori
Azione 4 – Integrazione strutturale tra ricerca, capitale di rischio e imprese
Linea strategica di intervento 7 – Trasferimento tecnologico alle PAAzione 1 – La PA come testing ground
Azione 2 – La PA come “Venture Capitalist” Indiretto
Azione 3 – La PA come “Data Provider” (Valorizzazione degli Asset)

Governance, valutazioni e trasferimento nel modello italiano di innovazione

In attesa dell’adozione definitiva del documento strategico, qualche commento è opportuno farlo fin da adesso.

La previsione di una governance finalmente unificata e multilivello è senz’altro un aspetto positivo. Le roadmap e la governance multilivello potranno facilitare l’accesso ai bandi UE, la partecipazione a programmi del Consiglio europeo per l’innovazione e l’attrazione di investimenti europei.

Più volte i due Ministeri hanno attuato politiche e portato avanti programmi molto simili, che si sono rivelati nei fatti delle sovrapposizioni. La previsione di una Cabina di regia MIMIT–MUR che coordina attori, fondi e strategie, è sicuramente un vantaggio, contribuisce a ridurre la frammentazione, aumenta la coerenza tra politiche industriali e ricerca, migliora l’allineamento nazionale-regionale. L’importante è che non si trasformi in una sovrastruttura burocratica, con tempi lunghi di implementazione o di stallo alle prime difficoltà di coordinamento reale.

Peraltro, molte misure richiedono monitoraggio avanzato, raccolta di dati standardizzata, valutazioni periodiche e aggiornamenti dinamici. La mancanza di metriche comuni potrebbe rilevarsi un rischio nelle valutazioni di efficacia e impatto delle misure, così come un rischio inefficacia se Ministeri e attori non saranno adeguatamente formati o si generi un disallineamento tra Regioni (non tutte le Regioni hanno la stessa capacità amministrativa e in alcune persistono carenze infrastrutturali).

Paradossalmente, la molteplicità di strumenti è un’opportunità ma potrebbe generare duplicazioni o difficoltà di integrazione tra livelli istituzionali. Il documento stesso riconosce che “non è sostenibile una policy di technology transfer che prescinda da valutazioni di merito”. Se le valutazioni tarderanno, tutto il sistema subirà rallentamenti.

La creazione di roadmap integrate lungo la catena del valore è un altro punto di forza (orienta investimenti e priorità, riduce dispersione di risorse, facilita convergenza pubblico privato). Così come la prospettiva di un rafforzamento degli attori del trasferimento tecnologico. La previsione di strumenti concreti su cui investire fa ben sperare sulle prospettive di professionalizzazione del settore e di creazione di massa critica e reti operative.

L’elenco nazionale dei soggetti operanti nel TT – tra cui far rientrare anche i Parchi scientifici e tecnologici – insieme agli hub interateneo, alla certificazione delle competenze e alla rete nazionale di scouting, sono le basi per creare un ecosistema del TT moderno e competitivo.

Anche in questo caso, in assenza di un forte presidio, i fondi potrebbero frammentarsi, i programmi PoC potrebbero moltiplicarsi senza massa critica, gli hub rischiano sovrapposizioni, arrivando a finanziare progetti “facili” anziché strategici.

Scale up, venture capital e PA nel modello italiano di innovazione

Il testo, infine, riconosce la necessità di sostenere scale up e investimenti ad alta intensità di capitale (“rafforzamento del segmento late stage e delle condizioni di scale up”). L’intento è quello di provare a colmare un divario storico dell’Italia, favorendo la crescita di imprese deep tech e attraendo investitori istituzionali. Il nostro ecosistema di venture capital è ancora poco maturo e la distanza rispetto ad altri Paesi UE resta ampia.

Anche per questo, l’ultima misura prevista ambisce a far diventare la Pubblica Amministrazione un testing ground (terreno di prova o banco di prova), con l’interno di trasformare le istituzioni pubbliche in laboratori aperti dove testare, collaudare e validare nuove tecnologie, soluzioni digitali o modelli organizzativi prima di implementarli su larga scala. Invece di adottare innovazioni in modo rigido e definitivo, la PA agirebbe come un incubatore di innovazione, passando da un ruolo passivo di acquirente di tecnologia a un ruolo attivo di validatore e co-creatore di soluzioni, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza dei servizi, la trasparenza e la relazione con il cittadino. Il ruolo di data provider e di venture capitalist indiretto, avrebbero come effetto positivo la creazione di una domanda pubblica qualificata e la valorizzazione di dati e infrastrutture.

PNRR e fondi UE nel modello italiano di innovazione

Nel complesso, l’atto di indirizzo strategico è un passaggio cruciale sul quale innestare una serie di azioni che dovrebbero anche dare continuità “logica” e programmatica a quanto realizzato con il PNRR e il Piano complementare.

In questi giorni, proprio al Ministero dell’Università e della Ricerca, grazie alla tenacia e all’impegno di tanti dirigenti e funzionari, hanno meritatamente festeggiato un traguardo importante: 30 programmi del PNRR (Ecosistemi dell’innovazione, Centri Nazionali e Partenariati) hanno complessivamente raggiunto e superato la quota del 100% di spesa sostenuta (pari a 4,650 miliardi di euro), di cui l’87,38% risulta anche formalmente rendicontata.

Una messa a terra clamorosa. Nella quinta edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia. Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia”, è presente un capitolo in cui è stato approfondito lo stato di attuazione e gli effetti sistemici delle principali misure della Missione 4, Componente 2, del PNRR denominata “Dalla ricerca all’impresa”. Lo studio condotto ha permesso di misurare con maggiore precisione il modo in cui gli investimenti in ricerca e innovazione hanno rafforzato l’economia e la società, in termini sia di risultati immediati che di impatti a lungo termine della ricerca.

La fine del PNRR fissa un punto di arrivo e lancia nuove sfide. Dare continuità a quanto di buono sta lasciando il PNRR è la prima vera “politica” che dovrebbe capeggiare tra le priorità di ogni agenda ministeriale.

Ci sono momenti in cui una decisione apparentemente tecnica rivela, in realtà, la direzione di un Paese. Le politiche di innovazione non sono solo una questione di risorse, ma di metodo e visione condivisa.

Per questo molti operatori stanno salutando con favore il Programma SYNERGY 2026. Una notizia apparentemente tecnica, come la pubblicazione di un bando per garantire risorse (più investimenti, più finanziamenti e più infrastrutture), elemento essenziale, su cui il dibattito in questi anni si è concentrato, che in realtà dice molto sulle prospettive di costruire il binario dove far correre il modello di innovazione italiano. E, più in profondità, quale ruolo intendiamo giocare in un’Europa che sta ridefinendo il proprio equilibrio tra ricerca, industria e sviluppo e che a breve dovrà definire il passaggio alla nuova programmazione dei fondi UE per la ricerca e l’innovazione 2028-2034.

Università, ricerca e mercato per un modello italiano di innovazione aperta

Ma c’è un punto che resta decisivo e nel dibattito ancora poco affrontato: verso quale modello organizzativo indirizzare le Università e il modo in cui la ricerca incontra il mercato. Le esperienze più avanzate indicano una direzione chiara. Le Università europee stanno evolvendo verso un vero e proprio modello gruppo: una struttura pubblica centrale, dedicata alla didattica e alla ricerca, affiancata da soggetti partecipati, non privati, come sono le Fondazioni, ma che operano in regime privatistico, come intermediari per il trasferimento tecnologico, i servizi e la formazione permanente.

Non è un dettaglio organizzativo. È una trasformazione profonda. Significa riconoscere che l’innovazione richiede strumenti, tempi e regole diverse.

Significa tenere insieme interesse pubblico e capacità di stare sul mercato. Non serve guardare oltreoceano per trovare modelli efficaci. In Europa esistono già esperienze che dimostrano come Università/centri di ricerca e industria possano collaborare mantenendo autonomia e responsabilità (da Cambridge a Chalmers, alla Fraunhofer-Gesellschaft).

Il punto è avere il coraggio di adattarle e di renderle sistema, strutturando al meglio un modello italiano di innovazione aperta.

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