Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

competenze digitali

Analfabetismo funzionale in Italia, innovare la Scuola per combatterlo

Nell’epoca delle fake news è concreto il rischio di non fare abbastanza contro l’analfabetismo funzionale precoce in Italia. Perché gli studenti giungano a un apprendimento autentico, è determinante il ruolo degli insegnanti ma anche del sindacato. E sarebbe opportuno coinvolgere nel confronto anche l’Università

04 Mag 2018

Fulvio Oscar Benussi

Docente di diritto ed economia, Liceo Carlo Tenca di Milano


La Scuola può avere un ruolo centrale per combattere uno dei più gravi problemi che attanaglia l’Italia, con conseguenze politiche ed economiche importanti: l’analfabetismo funzionale. L’UNESCO definisce dal 1984 l’analfabetismo funzionale come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità».

I dati sull’analfabetismo funzionale in Italia

In Italia è analfabeta funzionale il 28% della popolazione. Lo certifica uno studio di PIAAC 2016 (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), un programma ideato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.

Siamo al quarto posto nel mondo, peggio di noi fanno solo Giacarta (69%), Cile (53%) e Turchia (47%); al pari posto con Spagna e Israele, mentre la Grecia ha un valore del 27%.

Il pericolo per la memoria storica

Per capire quanto può essere grave questa condizione, possiamo citare un esempio collegato alla memoria storica.

Successivamente alla crisi del 1929, con un discorso a New York in cui prometteva di “liberare le masse dalle fauci degli squali della finanza”, Hitler siglò la sua alleanza con gli Stati uniti d’America: “da quel momento unite nella lotta per la libertà”. O almeno questo era il tema di un video – celebrante l’accordo siglato durante la visita di Hitler alla “Grande mela” – che ho proposto di recente a studenti degli ultimi tre anni scolastici in 15 classi per un totale di 324 studenti del primo biennio della scuola secondaria superiore.

Ho mostrato loro uno spezzone di filmato, nello stile dei vecchi filmati dell’Istituto Luce, tratto dalla serie ENTERPRISE Storm Front – Part II (Nuovo Fronte Temporale_2a parte)[1].

Se questa vicenda “storica” non vi torna alla memoria, non preoccupatevi. Va bene così: l’episodio è fittizio e scopo del test era appunto saggiare la memoria storica dei ragazzi.

I ragazzi, nel silenzio più assoluto e sapendo che le loro risposte sarebbero rimaste anonime, dovevano rispondere alla domanda:

“Quando Hitler si alleò con l’America?”

L’esito del test, che riporta la numerosità delle risposte in termini percentuali, è presentato in figura 1.

Occorre specificare che la distribuzione dei voti ottenuti in storia dagli studenti di terza media, che erano stati coinvolti nel test, è quella della figura seguente

Una perdita di memoria diffusa e inquietante

In valore assoluto la risposta corretta Non si sono mai alleate è stata indicata da 21 studenti su 343. Una perdita della “memoria” così diffusa è, a nostro avviso abbastanza inquietante. Primo Levi diceva che: “tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”.

Uno scollamento così “esagerato” tra realtà storica e quanto studiato può avere cause diverse. La prima può essere legata alla fortissima credibilità che viene riconosciuta a quanto raccontato nei documentari cinematografici a carattere storico. Una seconda causa potrebbe essere collegata all’idea che un docente non “induce in errore”: ciò anche se la domanda “Quando Hitler si alleò con l’America?” consentiva, senza alcuna forzatura, di rispondere “mai”.

Forse però dovremmo anche chiederci se a scuola non […] sarebbe giusto distinguere ‘sapere disinteressato’ (il sapere per il sapere) da ‘sapere poco interessante’. Se lo facessimo, non potremmo non domandarci se la ‘scuola del libro’ ridotta a ‘scuola del manuale’ non dia un suo (involontario?) contributo ad annullare questa fondamentale distinzione […] come si chiede il professor Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento, Università Roma Tre, in Contenuti scolastici, perché innovarli è necessario. Se questo fosse il caso, l’esito poco positivo del questionario avrebbe tutt’altra chiave di lettura.

L’itinerario da seguire per un apprendimento autentico

Ciò sembra essere anche confermato dalle proposte per porvi rimedio segnalate nel progetto The future of education and skills. Education 2030, OECD 2018. Riporto di seguito due delle cinque aree politiche comuni identificate dall’OCSE:

  • A causa del sovraccarico del curriculum , gli studenti spesso mancano del tempo sufficiente per padroneggiare concetti disciplinari chiave o coltivare amicizie, sonno ed esercizio fisico. È tempo di spostare l’attenzione dei nostri studenti da “più ore per l’apprendimento” a “tempo di apprendimento di qualità”
  • Il contenuto deve essere di alta qualità se gli studenti devono impegnarsi nell’apprendimento e acquisire una comprensione più profonda.

Le parti in carattere grassetto (da noi inserito) sembrano fornire una possibile indicazione sull’itinerario da seguire per giungere ad un apprendimento autentico da parte degli studenti.

Crediamo che il pericolo che oggi stiamo correndo, particolarmente insidioso nell’epoca delle fake news, è quello di non fare abbastanza per allontanare i nostri studenti dal rischio dell’analfabetismo funzionale precoce. Insegnare ad essere critici è quanto da sempre si propone la scuola come esito formativo diffuso. Oggi mi sembra possa esserci un concreto rischio che aumentino gli analfabeti funzionali che sanno leggere, scrivere e far di conto, ma non capiscono quello che leggono, o, come nel nostro caso, quello che vedono in un video, e non hanno gli strumenti analitici e critici per avvantaggiarsi di quello che leggono, vedono, ascoltano o apprendono[2]. Vedere: A. Crea, Quanti sono gli analfabeti funzionali in Italia?, 2018.

Il nuovo esame di stato e la contestualizzazione delle conoscenze

Come noto, nella scuola secondaria di secondo grado, il nuovo esame di stato sostituirà l’attuale a partire dal prossimo anno scolastico. La modifica più pregnante dell’impianto riformatore è rappresentata, a nostro avviso, dal passaggio da un esame che verifica la mera conoscenza dei contenuti studiati nelle singole discipline[3] a un esame che:

  • avrà per oggetto una o più discipline caratterizzanti il corso di studio e accerterà le conoscenze, le abilità e le competenze[4] attese dal profilo educativo culturale e professionale degli studenti di quello specifico indirizzo (seconda prova scritta )
  • proporrà al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale (colloquio orale)
  • verificherà le competenze digitali acquisite

Tale modifica, che condividiamo, punta sulla contestualizzazione delle conoscenze acquisite mediante una valutazione che coniughi le conoscenze con le abilità e le competenze correlate. Crediamo che questo approccio potrebbe portare a percorsi di apprendimento più significativi e capaci di ridurre le problematicità emerse nel test di cui abbiamo esposto gli esiti in testa all’articolo.

Il cambiamento di paradigma, che il nuovo esame di stato implica, porta con sè la necessità di riflettere sulla valenza formativa della disciplina insegnata ed evidenzia l’importanza di una modifica nell’operatività dei docenti che dovranno preparare gli studenti:

  • non solo ad apprendere i contenuti della disciplina, ma anche a svilupparne le abilità relative
  • non solo ad apprendere i contenuti della disciplina, ma anche a svilupparne le competenze correlate
  • ad analizzare criticamente testi, documenti, esperienze, progetti, problemi
  • ad approcciare un problema in modo interdisciplinare
  • a collegare i contenuti e i metodi propri delle singole discipline con materiali tratti da fonti alternative al libro di testo,
  • ad acquisire la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle tra loro per argomentare in maniera critica e personale
  • a favorire l’acquisizione di competenze digitali.

Quest’ultimo obiettivo potrebbe essere perseguito proponendo lo sviluppo delle abilità e delle competenze correlate alla disciplina insegnata attraverso attività laboratoriali fondate sull’utilizzo di risorse digitali.

Lezioni di Content digital Integrated Learning

In tale contesto si potrebbe procedere analogamente a quanto fatto per l’insegnamento delle lingue straniere. Per le lingue si è seguita una “Nuova modalità di realizzazione delle lezioni” istituendo l’obbligo di realizzare lezioni CLIL (Content Language Integrated Learning) di apprendimento integrato di lingua e contenuti. Per il digitale una strada percorribile potrebbe prevedere l’istituzione di lezioni CDIL (Content digital Integrated Learning) di apprendimento integrato di contenuti con strumenti digitali.

Pensiamo comunque che il nuovo esame di stato sicuramente avrà, nel tempo, un effetto trainante nel senso delle innovazioni indicate. Relativamente alle necessità formative dei nostri giovani ci sembra, però, che si debba anche considerare l’opportunità di favorire l’apprendimento delle soft skills, indicate come fondamentali per le attività lavorative, del problem solving[5] e del lavoro di gruppo.

La dimensione della discontinuità, necessaria in una scuola proiettata verso il futuro, sarà sicuramente anche più ampia di quanto sopra indicato. Nella Pubblicazione: A. Schleicher, Valuing our Teachers and Raising their Status. How communities can help, OCSE 2018, uno dei titoli di paragrafo del primo capitolo è: “Preparare gli studenti per il loro futuro non per il nostro passato”. Per migliorare questa situazione paradossale OCSE propone che la governance dell’istruzione passi da verticale a orizzontale. […] “Una serie di fattori ha messo in discussione e trasformato questa concezione top-down del processo decisionale, incluso il crescente uso delle tecnologie digitali […]. La proposta diventa quindi di vedere le scuole come parte di ecosistemi di apprendimento più completi con molteplici dimensioni, sistemi multilivello (locale, regionale, nazionale e internazionale) dove l’allineamento dei livelli è una delle sfida più importanti, in particolare per quelli più decentralizzati”.

In questa logica nel documento OCSE viene proposta la domanda: Come si possono creare le condizioni per incoraggiare e sostenere gli insegnanti nell’avviare, condividere e valutare pedagogie e programmi di studio innovativi, tra cui l’utilizzo nella didattica delle nuove tecnologie? Nella nostra esperienza va considerato che l’innovazione non viene praticata in contemporanea da tutti gli insegnanti della stessa scuola: ci sono quelli che attuano innovazioni profonde, altri che fanno qualche timido passo verso il nuovo, quelli che continuano come al solito e altri che cercano di ostacolare l’avvento del nuovo. Relativamente alla domanda posta nel documento OCSE proponiamo la seguente riflessione legata al contesto della scuola italiana. Nel recente passato le scuole hanno puntato a una maggiore standardizzazione del livello di preparazione degli studenti, attivando la pratica del confronto mediante la realizzazione di prove comuni per classi parallele. In una fase in cui l’innovazione diventa irrimandabile e strutturale crediamo che tale prassi anziché favorire possa ostacolare lo sviluppo dell’innovazione che per sua natura abbandona lo standard e si caratterizza invece per perseguire lo scopo avventurandosi in percorsi sperimentali[6].

Innovazione del sistema di formazione e ruolo del sindacato

Il documento Valuing our Teachers and Raising their Status. How communities can help, OCSE 2018 nel capitolo Abilitare pedagogie per il futuro propone anche la seguente domanda: Quali sono le implicazioni dell’innovazione pedagogica e la predisposizione di ambienti di apprendimento innovativi per i governi e per i sindacati? Il legislatore ha effettuato ed effettuerà le modifiche strutturali ritenute idonee e definirà gli incentivi per favorire la diffusione dell’innovazione. Perché la scuola cambi è però indispensabile il coinvolgimento degli insegnanti e il contemporaneo superamento delle eventuali resistenze. Il ruolo del Sindacato, in tale contesto, se proattivo invece che indifferente, o addirittura apertamente oppositivo, può essere determinante nel favorire significativamente il processo in atto. Le Organizzazioni sindacali non possono, a nostro parere, limitarsi a seguire gli umori degli insegnanti per ottenere consenso. Nostro parere è che i Sindacati, quelli confederali in particolare[7], debbano avere il coraggio di fare le scelte necessarie per il bene del Paese. Le Organizzazioni sindacali confederali, infatti, devono perseguire, oltre al bene della categoria del personale della scuola, anche il bene dei lavoratori delle altre categorie da loro rappresentate e tali lavoratori, quando sono nella posizione di genitori-utenti del servizio scolastico, chiedono quasi unanimemente una scuola che offra formazione innovativa e in cui l’utilizzo di risorse digitali rientri nell’ordinarietà della didattica.

Concludiamo questa riflessione facendo una proposta per completare il dibattito sulla formazione delle giovani generazioni. L’agenda digitale europea si preoccupa della diffusione degli strumenti digitali (A.I., realtà virtuale, robot, ecc.) nei sistemi di istruzione dei Paesi Membri e da anni ci stiamo occupando di scuola digitale, suggeriamo che si avvii anche una sezione di approfondimento dedicata all’Università. Crediamo infatti che anche alle Università gioverebbe confrontarsi su questi temi. Pensiamo perciò che l’Università debba essere coinvolta in un confronto allargato anche a soggetti non appartenenti al mondo accademico su come cambiare e innovare la formazione erogata in tale sede.

  1. La situazione proposta nel video nasceva nel contesto fantascientifico della “lotta tra i mondi” dove specie diverse cercavano di distruggersi vicendevolmente muovendosi nel passato per cambiare gli eventi successivi, cioè il futuro.
  2. Fare acquisire anche alcune indispensabili competenze di fact checking da parte degli studenti è perciò a nostro avviso priorità formativa irrinunciabile al fine di garantire le competenze di cittadinanza indispensabili per non cadere nei tranelli tesi dai diffusori di fake news
  3. anche l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro è elemento innovativo di rilievo, ne abbiamo parlato in Alternanza scuola lavoro, ecco il potere di un curricolo scolastico,https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/alternanza-scuola-lavoro-ecco-il-potere-di-un-curricolo-scolastico/
  4. Di tale opzione abbiamo ragionato, prima della pubblicazione della riforma, nell’articolo Scuola digitale: ecco come il knowledge sharing può innovare la didattica
  5. http://dx.doi.org/10.1787/9789264273955-en
  6. “Il governo trarrebbe beneficio dall’adozione di un approccio differenziato agli investimenti pubblici a favore delle innovazioni, promuovendo l’aspetto esplorativo, plurale e sperimentale del cambiamento. Ciò obbliga a pensare in modo nuovo non solo al cambiamento tecnologico, ma anche al cambiamento organizzativo: si tratta di costruire gli enti pubblici del futuro con capacità creativa, di adattamento e di esplorazione.” (il grassetto è nostro n.di r.) M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Economia & Lavoro, Anno XLVIII, pp. 7-24, https://marianamazzucato.com/entrepreneurial-state/es-it/
  7. l’autore dell’articolo è membro del Consiglio Generale della Cislscuola di Milano, Legnano, Magenta, ma qui esprime solo opinioni personali

Articolo 1 di 4