C’è una domanda che oggi ci interpella in modo particolare: che cosa significa insegnare, nell’era dell’AI? Ci troviamo di fronte a nuove sfide tecnologiche, metodologiche ed etiche di grande portata: non stiamo semplicemente utilizzando nuovi strumenti, come è accaduto in passato in altre fasi legate alla digitalizzazione dei contenuti o all’estensione delle piattaforme di e-learning. Con l’intelligenza artificiale generativa stiamo rimodellando i processi stessi della cognizione: assistiamo a un mutamento “epistemologico”, uno scenario in cui il sapere viene sempre più spesso co-prodotto nell’interazione tra uomo e macchina. Una sfida che riguarda l’intera comunità accademica: docenti, studenti, personale amministrativo coinvolto nella qualità della didattica, ma anche gli stakeholder esterni. L’innovazione infatti non è mai il risultato dell’azione di un singolo individuo: nasce dalle comunità, dal dialogo tra università, scuola e mondo del lavoro, tra ricerca e pratica, tra docenti e studenti, tra discipline diverse.
Indice degli argomenti
Intelligenza artificiale nella didattica e nuove responsabilità formative
Una considerazione che come università ci stimola l’impegno verso un approccio sistemico nella formazione, a partire da alcune sfide. In primo luogo la comprensione critica – attraverso la didattica – degli usi, dei limiti e dei possibili rischi dell’AI. Una seconda direttrice riguarda la riprogettazione didattica con sistemi di conoscenza integrata tra contenuti, metodologie e potenzialità dei nuovi strumenti a disposizione: una sfida in cui gioca un ruolo importante la collaborazione fra docenti e figure del personale amministrativo debitamente preparate – definite educational technologist – che possano accompagnare questa trasformazione.
La formazione dei docenti, sempre meno meri trasmettitori di sapere e sempre più progettisti di ambienti di apprendimento che creano le condizioni per l’invenzione, resta un nodo centrale. Non si tratta oggi di decidere se utilizzare o meno l’AI, perché siamo di fronte a un processo pervasivo ineludibile: la responsabilità che non possiamo delegare è comprendere come essere preparati per utilizzarla in modo critico e orientato al bene comune. La crucialità di queste sfide è stata riconosciuta anche dai decreti attuativi approvati di recente dal Consiglio dei Ministri che stanziano 200 milioni di euro per la formazione del personale e introducono l’intelligenza artificiale in modo strutturato nella didattica.
Il progetto ALMA e la rete degli atenei
Come Università di Padova siamo impegnati invece – in rete con altri 14 atenei italiani che lavorano sinergicamente nell’hub ALMA dedicato alla promozione della didattica innovativa digitale – nel Progetto PNRR Avanced Learning Multimedia Alliance for inclusive academic innovation. La rete, che connette esperienze e buone pratiche e vede come capofila l’Università Federico II di Napoli, intensifica progetti di didattica innovativa, come quello già avviato negli anni scorsi del corso di studio Techniques and Methods in Psychological Science, basato sulla produzione di Mooc-Massive Open Online Course accessibili da un vasto pubblico.
Nell’ambito di questo percorso, come Università di Padova assieme all’Università di Firenze, abbiamo focalizzato il nostro impegno sul tema della formazione del corpo docente e del personale tecnico amministrativo, leva irrinunciabile per consentire i processi di innovazione. Accanto ai webinar e ai seminari dedicati a varie tematiche per apprendere nuove metodologie e strumenti da trasferire nella didattica, abbiamo progettato un master di secondo livello dedicato alla formazione di figure di educational technologist, che integrano competenze in ambito educativo con competenze tecnologiche.
Non solo: proprio per favorire lo scambio e il confronto aperto su questi temi abbiamo promosso due importanti eventi, coinvolgendo speaker internazionali che sono arrivati a Padova per confrontarsi con le università della rete ALMA e con altri attori significativi del panorama della formazione.
Il primo convegno, lo scorso aprile, è stato occasione per riflettere sulle sfide poste dall’AI alla didattica: fra gli speaker Arora Payal, docente della Utrecht University e fondatrice di Inclusive AI Lab e Wayne Holmes, professore ordinario di Critical Studies of AI and Education presso lo University College London.
Eric Mazur e la domanda su cosa significhi insegnare
Il secondo appuntamento, lo scorso 9 giugno, ci ha offerto l’occasione di confrontarci con uno dei massimi esperti di innovazione didattica, il docente di Harvard Eric Mazur, su cosa significhi oggi attivare curiosità e generare conoscenza nelle nuove generazioni. In altre parole, cosa significhi oggi insegnare. Per molti secoli la risposta a questa domanda è sembrata evidente: insegnare significava trasmettere conoscenze. Il docente possedeva il sapere, lo organizzava e lo comunicava agli studenti. Oggi, tuttavia, ci troviamo in un contesto radicalmente diverso. Viviamo in un ecosistema informativo caratterizzato da abbondanza, velocità e accessibilità. Le informazioni sono ovunque. L’intelligenza artificiale generativa è in grado di produrre testi, immagini, simulazioni e spiegazioni in pochi secondi. La conoscenza non è più scarsa: è sovrabbondante. Di fronte a questo scenario, la domanda non è più: “Come facciamo ad accedere alle informazioni?”. La domanda è: “Come impariamo a dare significato alle informazioni?”.
Ed è qui che la didattica torna al centro. Quando parliamo di innovazione didattica, spesso il pensiero corre immediatamente agli strumenti tecnologici. Ma l’innovazione non coincide con la digitalizzazione. Non basta introdurre una piattaforma, un’applicazione o un sistema di intelligenza artificiale per innovare. La vera innovazione riguarda il modo in cui concepiamo l’apprendimento. Riguarda il passaggio dall’ascolto alla partecipazione, dalla risposta alla domanda, dalla riproduzione alla costruzione di conoscenza, dall’individualismo alla collaborazione. In altre parole, innovare significa ripensare la relazione educativa.
Le tecnologie possono essere potenti alleate, ma non sostituiscono la dimensione pedagogica. Al contrario, rendono ancora più necessario interrogarsi su ciò che conta davvero nell’apprendere.
Apprendimento attivo e tradizione pedagogica
L’idea che l’apprendimento sia un processo attivo e partecipato non nasce oggi. Da oltre un secolo la ricerca pedagogica ci mostra che la qualità della didattica dipende meno dalla quantità di contenuti trasmessi e più dalla qualità delle esperienze di apprendimento che riusciamo a progettare.
John Dewey ci ricorda che l’educazione non coincide con la semplice acquisizione di informazioni, ma con la capacità di costruire significato attraverso l’esperienza. Una delle sue affermazioni più note sintetizza efficacemente questa prospettiva: Give the pupils something to do, not something to learn; and the doing is of such a nature as to demand thinking; learning naturally results. (“Date agli studenti qualcosa da fare, non qualcosa da imparare; e se l’azione richiede pensiero, l’apprendimento ne seguirà naturalmente.”) È la logica del learning by doing, che continua a ispirare molte delle metodologie attive oggi diffuse nelle scuole e nelle università.
Lev Vygotskij ha poi mostrato come l’apprendimento sia profondamente sociale: impariamo meglio quando interagiamo con gli altri, discutiamo, argomentiamo e collaboriamo. La conoscenza non si costruisce in isolamento, ma attraverso il dialogo e la mediazione culturale.
Jerome Bruner ha evidenziato il valore della scoperta guidata e della costruzione progressiva della conoscenza, sottolineando come il compito dell’insegnante non sia semplicemente fornire risposte, ma creare le condizioni affinché gli studenti possano formulare domande significative e costruire comprensione.
Più recentemente, la ricerca empirica di John Hattie ha confermato che gli interventi didattici con maggiore impatto sono quelli che rendono visibile l’apprendimento: chiarezza degli obiettivi, feedback continuo, metacognizione, relazioni educative significative e apprendimento tra pari.
Se osserviamo queste prospettive nel loro insieme, emerge un messaggio comune: una didattica di qualità non mette al centro l’insegnamento, ma l’apprendimento.
Non misura il successo dalla quantità di contenuti erogati, ma dalla qualità dei processi cognitivi, sociali e motivazionali che riesce ad attivare.
Peer Instruction e costruzione condivisa della conoscenza
Ed è proprio in questa tradizione che si colloca il contributo di Eric Mazur: un approccio che trasforma la lezione in uno spazio di confronto, ragionamento e costruzione condivisa della conoscenza. La sua celebre espressione “Confessions of a Converted Lecturer” racconta la storia di un docente che ha avuto il coraggio di mettere in discussione il proprio modo di insegnare. Ha scoperto che studenti apparentemente brillanti negli esami spesso non comprendevano in profondità i concetti che avevano studiato. Da questa consapevolezza è nato il Peer Instruction, un approccio che valorizza il confronto tra pari, il ragionamento condiviso e la costruzione attiva della comprensione.
Il messaggio che ci ha regalato con la sua testimonianza lo scorso 9 giugno è semplice e rivoluzionario: non impariamo perché qualcuno ci spiega qualcosa; impariamo quando siamo chiamati a pensare. Quando formuliamo ipotesi. Quando argomentiamo. Quando sbagliamo. Quando confrontiamo il nostro punto di vista con quello degli altri. È una lezione che affonda le radici nella migliore tradizione educativa, da Socrate a Galileo, e che oggi ritrova nuova forza nelle sfide contemporanee.
Formare cittadini critici nell’era dell’AI
Ma perché parliamo di cambiamento? Perché la didattica non è un fatto neutrale. Ogni esperienza educativa contribuisce a costruire il modo in cui le persone guardano il mondo. Una didattica trasmissiva tende a formare esecutori. Una didattica partecipativa contribuisce a formare cittadini critici, creativi e responsabili. E oggi abbiamo bisogno di persone capaci di affrontare problemi complessi, di lavorare in contesti interdisciplinari, di collaborare, di esercitare il pensiero critico e l’immaginazione. Le università e le scuole non possono limitarsi a trasferire saperi disciplinari. Devono diventare luoghi in cui si apprendono competenze per abitare il cambiamento. E questo richiede un cambiamento anche da parte nostra, come docenti.
Innovare la didattica significa prima di tutto innovare la professionalità dei docenti. Non si tratta di abbandonare il rigore disciplinare. Al contrario, si tratta di affiancare alla competenza scientifica una crescente consapevolezza pedagogica. Significa progettare ambienti di apprendimento, costruire esperienze, facilitare processi. Accompagnare gli studenti nella costruzione del loro percorso.
All’interno della rete ALMA stiamo lavorando proprio in questa direzione, promuovendo percorsi di formazione, comunità di pratica, sperimentazioni e nuove figure professionali capaci di integrare competenze pedagogiche e tecnologiche. La formazione dei docenti rappresenta infatti la leva fondamentale per qualsiasi processo di innovazione sostenibile.
Intelligenza artificiale nella didattica come occasione di ripensamento
L’avvento dell’intelligenza artificiale rende questa riflessione ancora più urgente. L’AI non è semplicemente uno strumento da adottare o da regolamentare. È un’occasione per ripensare alcune domande fondamentali: che cosa significa comprendere? Che cosa significa creare conoscenza? Quale valore attribuiamo al pensiero umano? Quali competenze diventano davvero essenziali?
Forse la sfida più importante non è insegnare agli studenti a usare l’intelligenza artificiale, è insegnare loro a porre domande significative. Perché la qualità delle risposte dipende sempre dalla qualità delle domande e questa rimane una responsabilità profondamente umana.
Spesso associamo il cambiamento all’introduzione di qualcosa di nuovo, ma – anche nell’era dell’AI – nella didattica il cambiamento più profondo consiste forse nel recuperare qualcosa di antico: la curiosità, il desiderio di comprendere, la gioia della scoperta condivisa. Se, anche grazie alle nuove tecnologie, riusciremo a costruire ambienti di apprendimento capaci di alimentare queste dimensioni, allora non avremo semplicemente innovato la didattica. Avremo contribuito a formare persone capaci di immaginare e costruire il futuro, come afferma Morin. Ed è questa, in fondo, la missione più alta dell’educazione.














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