Il dibattito

Cina, il caso del software che “spia” le opinioni dell’estero: ecco gli impatti per la democrazia digitale

Un articolo del Washington Post rivela che il public opinion analysis software della Cina, usato per vigilare sull’uso della rete entro i confini nazionali, dal 2020 sarebbe impiegato per raccogliere e conservare dati su obiettivi e pensieri stranieri: uno spunto per riflettere sul tema della democrazia nell’era digitale

07 Gen 2022
Franco Pizzetti

professore emerito in diritto costituzionale, Università di Torino, ex Garante Privacy

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Il passaggio all’epoca digitale impone il ripensamento del concetto di democrazia, ma può essere democratico un governo che, di fatto, monitora la rete per controllare (non solo per conoscere) cosa l’opinione pubblica pensa? Il caso della Cina offre interessanti spunti di riflessione sul tema. Il Paese infatti dispone di un imponente servizio di sorveglianza sulle reti governative estere, definito come “public opinion analysis software”, che è stato messo a punto nel decennio precedente allo scopo di segnalare le informazioni aventi valore politico reperibili on line.

Il tema è emerso in un articolo di Cate Cadell intitolato China harvests masses of data on Western targets, documents show , pubblicato sul Washington Post del 31 dicembre 2021. Nel testo si racconta che il software usato in Cina era stato messo a punto inizialmente per vigilare e controllare l’uso dei media da parte degli utenti della rete operanti all’interno del territorio cinese ma, come il Post ritiene di poter rivelare sulla base di più di 300 documenti e contratti relativi a progetti governativi cinesi, all’inizio del 2020 è usato anche per raccogliere e conservare dati relativi a obiettivi e modi di pensare stranieri, raccolti da fonti come Twitter, Facebook, e altri social-media appartenenti all’ecosistema occidentale.

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Gli obiettivi del public opinion analysis software della Cina

I documenti citati, pubblicamente accessibili utilizzando piattaforme nascoste del governo (o a disposizione del governo), dimostrerebbero che essi sono usati anche dalle agenzie che si occupano dei media usati dagli Stati, dai dipartimenti stranieri di polizia o che svolgono attività militari o operano nell’ambito della regolazione cyber. Strutture tutte che inoltre utilizzano anche nuovi o più sofisticati sistemi per raccogliere dati e informazioni.

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Sempre secondo il Post, tutto questo si articolerebbe in programmi software del valore di circa 320.000 dollari che si servono delle informazioni postate su Twitter e Facebook per creare banche dati relative a giornalisti e accademici stranieri. A questo si aggiungerebbe, poi, un sistema di software, del valore di 216.000 dollari, a disposizione della polizia di Pechino e dei suoi programmi di intelligence finalizzato ad analizzare le comunicazioni via chat tra Hong Kong e Taiwan e un cyber centro in Xinjiang, zona di residenza della maggior parte della popolazione Uyghur, finalizzato anche a raccogliere e catalogare la maggioranza delle comunicazioni che usano i linguaggi delle minoranze mussulmane per la comunicazione con l’estero. Ovvio che tutto questo serve a conoscere e capire meglio le reti di comunicazione anticinesi e il loro uso, come sottolinea un appartenente al China’s Central Department, intervistato dall’autrice dell’articolo.

Ovviamente il Post sottolinea anche che questi metodi basati sull’uso di “reti a strascico per la raccolta di informazioni” sono parte di più ampio sistema messo a punto da Pechino per migliorare gli effetti dei suoi sforzi di propaganda anche attraverso metodi di intelligenza artificiale sia relativi all’analisi dei dati raccolti, che al loro uso per ragioni di propaganda all’estero. Come dice all’autrice dell’articolo, che riporta le dichiarazioni di Marike Ohlberg una senior fellow del Germany Marshall Fund da lei intervistata che ha sviluppato ampie analisi sui network che in Cina influenzano la opinione pubblica, lo scopo di questa complessa rete informativa e l’uso delle informazioni raccolte mira anche a rendere più trasparente il numero e la dimensione di quello che accade in Cina. Il tutto nella prospettiva di difendere la Cina rispetto all’opinione pubblica occidentale e comunque a influenzare l’opinione pubblica all’estero.

Non a caso, infatti, fa parte dei compiti di questa rete di attività anche il riservare una quota cospicua del budget per comprare e mantenere social media stranieri e per sviluppare una propaganda all’estero in favore di Pechino e della Cina. Questi sistemi in rete lavorano 24 ore su 24 e usano ovviamente anche English speakers. Non solo: questi sistemi di propaganda raccolgono anche in tempo reale i dati relativi agli utenti dei media per meglio definire i contenuti di propaganda, scavalcando così pure i sistemi messi a punto da Twitter e Facebook per raccogliere e archiviare su server collocati in territorio cinese.

I tre aspetti del dibattito

L’articolo del Post non va oltre, ma quanto dice è più che sufficiente a capire il messaggio che esso vuole trasmettere. Un messaggio che si articola su almeno tre piani. Un primo piano riguarda la segnalazione che, in sostanza, grazie a una costante e continua vigilanza in rete e soprattutto sui social, considerati come principali sistemi di comunicazione nell’epoca digitale, è tutta l’opinione pubblica internazionale, e in particolare quella USA, che viene costantemente monitorata e controllata al fine di comprendere sempre, e sempre in tempo reale, quale sia l’immagine della Cina rispetto alle diverse pubbliche opinioni nelle diverse parti dell’Occidente.

Un secondo piano riguarda il fatto che attraverso questo costante monitoraggio e l’accesso continuo ai dati conservati sui server di Twitter e Facebook collocati in territorio cinese (condizione imposta a questi social per poter operare in Cina), il governo cinese e le sue agenzie monitorano costantemente anche i Paesi stranieri e le loro minoranze interne, comprese le loro comunicazioni interpersonali (e dunque anche i singoli cittadini).

Il terzo piano, infine, riguarda la notizia, ricondotta a operatori del sistema di sorveglianza cinese citati specificamente per nome e cognome, che il sistema investe cifre cospicue anche in un’attività costante di propaganda, analoga a quella, non a caso richiamata, emersa negli USA con riguardo a “Cambridge Analytics”. Emerge da tutto questo un quadro complesso della realtà cinese e soprattutto dell’attività del governo cinese per conoscere ma anche per “orientare” l’opinione pubblica degli altri Paesi.

Il ruolo dei dati

Si potrebbe dire facilmente che tutto questo non è affatto una novità, ed infatti non lo è. Tuttavia, resta vero che l’articolo in questione è importante per almeno due motivi. Il primo, più banale, è che esso dimostra ancora una volta perché la UE è così sensibile al trasferimento dei dati all’estero e alle regole che devono presiedere perché esso sia legittimo per il diritto della UE. Allo stesso tempo, tuttavia, proprio il fenomeno descritto, compreso il fatto che anzi nella realtà cinese la medesima sensibilità della UE è così condivisa che la Cina obbliga a conservare i dati su server in territorio cinese, ci dice che l’idea di porre vincoli e regole alla circolazione dei dati a livello globale è sempre più “fragile” e “debole”, soprattutto in un’epoca come la “Digital Age”, nella quale sono gli interessati stessi a inviare all’estero i propri dati per poter comunicare, come accade nel caso dei social, con persone residenti nelle diverse aree del Paese.

Il secondo motivo, più rilevante, è che l’articolo mette in luce la possibilità di utilizzare i social e la circolazione dei dati nel contesto globale per influenzare l’opinione pubblica di altri Paesi e, in questo modo, costruire all’estero una immagine artificiale e volutamente amichevole del proprio Paese e del proprio sistema politico. Quest’ultimo aspetto deve far riflettere molto perché aiuta a comprendere una realtà caratterizzata dalla fragilità e facile condizionabilità dell’opinione pubblica, e dunque dalla possibilità per i governanti di condizionare l’opinione e i giudizi dei governati. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente importante perché tocca anche l’idea e la realtà della democrazia digitale e consente di approfondire il contrasto sempre più evidente fra visione cinese e visione occidentale di democrazia.

Lo scontro tra Cina e USA

È noto che, soprattutto in questa fase, il confronto, peraltro sempre più aspro, fra Cina e USA si gioca anche sul terreno delle democrazia e delle forme che queste deve assumere nella “Digital Age”. Non a caso, il Presidente USA Biden ha convocato il “Summit per la Democrazia”, che si è tenuto il 9 e il 10 dicembre 2021, senza la presenza dei russi, né quella dei cinesi, né, infine, quella di alcuni Paesi della UE come, ad esempio, l’Ungheria. Ma il nodo centrale del vertice, come è noto e come il suo svolgimento ha dimostrato, non è solo lo scontro, non nuovo, fra democrazie occidentali e democrazie degli Stati un tempo parte del patto di Varsavia, ora in gran numero riuniti nel patto di Visegràd.

Il nodo vero è lo scontro tra USA e Cina giacché Biden e il governo americano negano che la Cina rispetti i valori democratici e quindi ritengono difficile, se non impossibile, una solida e pacifica convivenza reciproca, in un contesto come quello del Pacifico che vede la confrontation USA/Cina come elemento dominante su tutti i piani. L’aspetto più interessante, ed emerso in modo netto proprio a seguito dell’iniziativa di Biden, è che la Cina ha reagito all’atteggiamento del Presidente USA con una presa di posizione molto netta del Presidente cinese Xi Jinping ripetuta il 30 settembre 2021 nel discorso durante il Ricevimento in onore del Premier Li Keqiang nella Sala del Popolo in Pechino. Secondo il pensiero di Xi Jinping, già da lui esposto all’ultima sessione generale delle Nazioni Unite, è “antidemocratico” giudicare tutti i sistemi democratici secondo “un unico standard” così come è antidemocratico rifiutarsi di “accogliere diversi percorsi di modernizzazione”.

Una diversa visione della democrazia

In coerenza con le origini marxiste del comunismo cinese, Xi Jiping ha sottolineato che i cinesi hanno una linea sostanzialista e non formalista della democrazia, secondo la quale essa non si basa sulla capacità della sua classe dirigente di rappresentare il popolo ma di “fare l’interesse del popolo” (cfr. anche il Libro bianco cinese “Democrazia cinese”, pubblicato il 4 dicembre 2021 dall’Ufficio per l’informazione del Consiglio di Stato cinese).

Dunque, secondo il pensiero attuale cinese, se il popolo è soddisfatto del governo e dei risultati che esso ottiene, è doveroso riconoscere che quel governo è un governo democratico e che il sistema che lo esprime è una democrazia. Come si vede, questa impostazione non punta affatto sulla democrazia digitale intesa come sistema di voto in grado di selezionare, anche con modalità digitali, una classe dirigente eletta in modo libero e segreto dai cittadini che, proprio sul voto, fonda la sua legittimazione a governare.

Sparigliando completamente il quadro, la visione sostanzialistica cinese non guarda alle forme ma alla sostanza e dunque afferma che quello che conta è il risultato dell’azione politica e il modo col quale il popolo lo valuta. Se il popolo è sodisfatto e si riconosce negli obiettivi raggiunti allora, dice il leader cinese, quel Paese è un Paese democratico perché basato non sulle forme ma sulla sostanza democratica. Il tema è suggestivo e meriterebbe, anzi meriterà, ben più ampi approfondimenti in futuro. È evidente, infatti, che il passaggio dall’epoca off-line all’epoca on-line, per dirla con Floridi, impone un ripensamento profondo delle regole democratiche e forse del concetto stesso di democrazia.

I possibili scenari

Il tema è delicatissimo perché se si ammette che la democrazia “alla cinese” si fondi sulla corrispondenza tra ciò che il popolo vuole e ciò che i governanti devono fare, indipendentemente dalla rappresentanza di questi ultimi, è ovvio che dobbiamo vedere con favore che i governanti si preoccupino costantemente di sapere e verificare che cosa i governati vogliono. Dunque, potrebbe essere accettabile che, in epoca digitale, i governanti monitorino costantemente l’opinione pubblica e le sue manifestazioni per sapere meglio cosa i governati vogliono.

In sostanza, si aprirebbe la porta a immaginare la ben nota profilazione degli utenti come strumento non per conoscere cosa i “consumatori” vogliono, e dunque per incrementare le vendite, ma come uno strumento per conoscere cosa i “cittadini” vogliono, e dunque per fare meglio, e più tempestivamente, quello che essi si aspettano dai governanti.

Tuttavia proprio l’articolo del Post, che si estende a dimostrare come la sorveglianza cinese della rete comporti anche il tentativo di “manipolare” la opinione pubblica e la sua percezione della Cina attraverso l’uso dei social per “condizionare” e non per “conoscere” cosa la gente vuole (cosa i cittadini vogliono), dimostra quanto alla prova dei fatti possa essere fragile la pur suggestiva idea cinese di democrazia. Per questo l’articolo del Post deve comunque essere letto e discusso come il punto di avvio necessario di uno dei dibattiti più urgenti e più importanti per il nostro futuro: cosa è e cosa può essere la democrazia nell’epoca digitale.

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