chokepoint geopolitici

Stretti, chip e sanzioni: ecco da dove passa la nuova guerra economica



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Stretti marittimi, sanzioni, chip, cavi sottomarini e infrastrutture digitali diventano strumenti di pressione globale. Tra Stati Uniti, Cina, Iran ed Europa, i chokepoint geopolitici ridisegnano rotte commerciali, catene tecnologiche e rapporti di forza internazionali

Pubblicato il 5 giu 2026

Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione



stretto di hormuz; guerra ibrida navale
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A nessun osservatore è sfuggito come il recente incontro tra Trump e Xi Jinping abbia lasciato immutate tutte le questioni di rilievo, in particolare quelle tecnologiche, mettendo in luce la debolezza della posizione americana e la sua incapacità di governare le crisi che essa stessa suscita.

Secondo Christine Lagarde “la caratteristica distintiva di questo momento non è semplicemente l’aumento dei rischi. In realtà stiamo lasciando un mondo in cui il rischio può essere misurato e modellato, per entrare in uno di autentica incertezza”[1].

La nuova logica dei chokepoint globali

La logica di potenza perseguita dai singoli stati su tutti i fronti, da quello militare a quello tecnologico, rifiuta ogni condivisione delle regole ed è foriera di rischi imprevedibili. Gli stretti, di Hormuz, di Bab el-Mandeb, per citare quelli più critici, furono oggetto di norme internazionali per assicurare il loro uso pacifico, ma oggi sono contesi per essere utilizzati come strumenti offensivi. Sono diventati strozzature, tra le quali Edward Fishman inserisce l’intero arsenale delle sanzioni finanziarie, economiche e tecnologiche. Lavorando al Dipartimento del Tesoro dal tempo della prima amministrazione Obama, Fishman ha contribuito a realizzare l’arsenale delle “nuove armi”, i chokepoints che oggi sono al centro degli scontri internazionali. L’obiettivo iniziale era di evitare il confronto militare diretto, mentre il rischio – calcolato – era che prendesse corpo la progressiva frammentazione del mercato mondiale.

Ora, la frammentazione sta procedendo e sono destinati a crescere i costi che essa impone con l’inflazione destinata a salire in modo strutturale e i rischi di allargamento della guerra aperta tutt’altro che diminuiti[2]. Inoltre, le strategie divergenti tra Stati Uniti, Europa e Cina, portano ad un solo vincitore: il paese che delinea – anche se forse non saprà raggiungere e consolidare – un nuovo sistema di regole a livello internazionale. Questo paese è la Cina, mentre un’altra area che si propone come regolatore è l’Unione Europea, con l’obiettivo – da nessun altro perseguito – della tutela dei diritti fondamentali.

Stretti marittimi e chokepoint geopolitici

Ci sono diversi stretti al centro dell’attenzione dei contendenti. Vediamoli.

Il Canale di Panama assicura principalmente i flussi tra Atlantico e Pacifico, dalla costa est degli Stati Uniti all’Asia e, in misura crescente, le esportazioni di gas liquefatto (GNL) americano. Gli investimenti infrastrutturali cinesi in entrambe le estremità del Canale, se da un lato migliorano la sua efficienza, dall’altro sollevano interrogativi strategici di lungo periodo: la Cina ha bisogno di non dover subire strozzature nei flussi commerciali sulle rotte internazionali.

La Groenlandia, ovvero lo stretto dell’Artico, consente alla NATO di controllare il traffico sottomarino e la proiezione navale russa nell’Atlantico. Il Baltico, stretto dell’Europa settentrionale, è una vulnerabilità critica dopo il sabotaggio del Nord Stream e il taglio di cavi sottomarini nel 2024, quando ha messo in luce una categoria di infrastrutture critiche globali di crescente importanza nell’era dell’affermazione dell’intelligenza artificiale: quelle che giacciono sui fondali marini, oggi del Golfo Persico e del Mar Rosso.

I Dardanelli controllano entrate e uscite dal Mar Nero, cruciale per le esportazioni di grano ucraino prima e durante la guerra, e per i movimenti navali russi tra la flotta del Mar Nero e il Mediterraneo. La gestione turca della Convenzione di Montreux è diventata uno strumento geopolitico ed oggi Recep Tayyip Erdoğan, autoritario presidente turco, vuole creare il Kanal Istanbul per poter esigere un pedaggio: una grande opera, contestata nella sua sostenibilità tecnico-finanziaria, ma foriera di prebende per gli imprenditori delle costruzioni – sempre assai cari ai governi sotto tutte le latitudini, come insegna l’inarrivabile incompiuta del ponte di Messina.

L’invasione della Crimea nel 2014, prima aggressione della Russia contro l’Ucraina, era dettata dalla volontà di accedere più agevolmente dal Mar d’Azov al Mar Nero con la flotta meridionale e di interferire con la circolazione commerciale nel Mar Nero, unico sbocco navale dell’Ucraina.

Oggi, lo stretto di Hormuz è il passaggio più aspramente conteso, nel quale due diversi strangolamenti si fanno concorrenza: quello americano sul traffico iraniano e quello iraniano sul traffico internazionale.

È la strozzatura critica per il mercato delle materie prime energetiche. Circa il 20% del petrolio mondiale e il 20% del GNL globale vi transitavano quotidianamente, diretti prevalentemente verso l’Asia orientale (Cina, Giappone, Corea del Sud, India). Qualsiasi chiusura provoca shock immediati sui prezzi energetici, ma la guerra economica, più di quella convenzionale, è efficace anche se viene solamente annunciata: sono sufficienti le aspettative che il rischio connesso al transito per una certa rotta marittima sia superiore al normale, per far crescere i costi delle assicurazioni su quella rotta, dirottando il traffico altrove – con un aumento strutturale dei costi.

La guerra dei proxy

Lo strangolamento degli stretti, che una volta richiedeva potenti flotte e basi militari al loro supporto, è oggi possibile con armi tecnologicamente avanzate, ma di poco costo[3]. La frammentazione crea ulteriori attriti e accelera la rincorsa tecnologica competitiva mentre il riarmo accentua la complessità delle interrelazioni e la fragilità degli equilibri mondiali. Aumenta il rischio della catastrofe e lo avvicina nel tempo[4].

La Repubblica iraniana ha creato, all’interno delle Guardie della Rivoluzione, una serie di forze armate-proxy, raggruppate sotto la definizione di Quds Force[5]. Tra i loro obiettivi vi è quello di creare deterrenza fuori dal territorio della Repubblica islamica, riducendo la propria vulnerabilità rispetto ai punti di strangolamento e controllandone alcuni decisivi per il commercio mondiale[6].

Tra queste forze, oltre ad Hamas ed Hezbollah, vi sono le milizie Houthi. Privi di una giurisdizione territoriale, tra il 2023 e il 2026 gli Houthi, usando armi che non richiedono importanti basi logistiche, hanno danneggiato in modo significativo il traffico commerciale che transita nel Canale di Suez: dalle 80 portacontainer a settimana si è passati a 26. Qui passa circa il 12-15% del commercio globale in volume, inclusa una quota rilevante dei flussi di container Europa-Asia e una frazione significativa dell’energia dal Golfo all’Europa. In questo modo, oggi, l’Iran agisce aggressivamente su due stretti: Hormuz e Bab el-Mandeb.

Le rotte deviate intorno al Capo di Buona Speranza aggiungono 10 -14 giorni e costi di carburante significativi, con effetti a cascata sulle filiere manifatturiere europee. Le rotte più lunghe intorno all’Africa assorbono, infatti, circa 2 milioni di TEU (container standard da 20 piedi) di capacità di trasporto globale: un assorbimento che persiste anche in assenza di attività Houthi. La quota di traffico marittimo globale che attraversa il Canale di Suez è scesa dal 12% a meno del 9%, con le tariffe di trasporto merci tra Shanghai e Rotterdam aumentate dell’80% tra il 2023 e il 2025.

ACLED ha contato solo 7 attacchi Houthi contro navi commerciali in tutto il 2025, rispetto ai 150 del 2024[7]. Eppure, nel 2025, i transiti nel Canale di Bab el-Mandeb sono scesi a poco più di un terzo dei volumi del 2023 e il traffico nel Canale di Suez, all’inizio del 2026, continua a rimanere di circa il 60% inferiore. La pausa negli attacchi non si è tradotta in un ritorno alla normalità: molte navi continuano a deviare le rotte intorno al Capo di Buona Speranza.

I chokepoint tecnologici

Lo Stretto di Taiwan è uno stretto di mare, ma è soprattutto un chokepoint tecnologico. L’isola produce circa il 90% dei semiconduttori più avanzati al mondo (TSMC sotto i 7nm). Un blocco navale o un conflitto reciderebbe non solo la fornitura di chip ma l’intera economia a valle che ne dipende – dagli smartphone all’automotive ai sistemi militari. Ciò rende lo Stretto di Taiwan il nodo in cui chokepoint fisici e tecnologici convergono nel modo più pericoloso. Il Giappone ha implementato controlli su 23 categorie di apparecchiature per chip nel 2023 e l’Olanda ha limitato le esportazioni EUV e alcune DUV di ASML dal 2024[8].

Tra i chokepoints tecnologici si può citare anche quello delle materie prime rare (ossidi rari, metalli, e magneti) controllato al 70% dell’offerta mondiale dalla Cina. Si tratta di materie prime, ma la loro estrazione e la sostituzione di quelle più rare dipende dalla dinamica dei prezzi internazionali e dall’innovazione, ossia dagli investimenti. La ritorsione della Cina che ha bloccato l’esportazione delle terre rare nel 2025, non è facile da sostenere a lungo termine, e infatti è stata sospesa insieme all’inasprimento dei controlli sui chip da parte americana.[9]

L’intera catena del valore può essere oggetto di sanzione e l’intera infrastruttura delle telecomunicazioni è oggetto di uso duale: civile e militare, come insegna la dottrina geopolitica cinese e l’uso della rete satellitare StarLink nella guerra russa contro l’Ucraina. L’importanza decisiva degli sviluppi dei nuovi sistemi d’arma basati su AI è illustrata dallo studio francese sulle tecnologie chiave della nuova guerra. Questa evoluzione tecnologica degli armamenti sul campo, impone una nuova attenzione alle condizioni che assicurano il loro funzionamento: si allarga l’insieme delle forniture, dei servizi e delle infrastrutture abilitanti. Civile e militare procedono insieme: la guerra tecnologica non diventa affatto più pulita[10].

Dalle macchine EUV di ASML, alla produzione di wafer TSMC, al design dei chip di Nvidia, alle licenze dell’architettura ARM, ma anche al cloud e all’infrastruttura AI. AWS, Azure e Google Cloud sono i giganti tecnologici americani che oggi stanno investendo nelle reti mondiali. Qualsiasi paese tagliato fuori da questi servizi/prodotti perde l’accesso alla frontiera della capacità dell’intelligenza artificiale. Oggi questa dipendenza ha un impatto simile alla dipendenza dall’energia, ma con una crescita che renderà questa la prima infrastruttura e il più importante interscambio globale di servizi (vedi figura 1).

Figura 1. Terabit di traffico al secondo (Tbps) tra diverse aree del mondo. Confronto 2024/2021 (fonte: Telegeography, capacità internazionale dei cavi sottomarini)

L’Europa controlla pochissimi stretti di filiera (Airbus, alcune proprietà intellettuale farmaceutica, qualche infrastruttura finanziaria) ed è esposta a quasi tutte le principali strozzature. Anche per questo motivo sta costruendo l’euro digitale nel tentativo di ridurre l’esposizione nei confronti della capacità americana di alterare a proprio vantaggio il sistema dei pagamenti internazionali. Eppure, come si vede dalla figura precedente, l’Europa è centrale nella rete di macroflussi internazionali delle informazioni, ma non ha una adeguata politica infrastrutturale nei confronti dell’Africa e del Medio Oriente: non ha una strategia di presenza internazionale adeguata al suo peso economico e tecnologico.

Le sanzioni e le ritorsioni

Gli Stati Uniti impongono tre volte più sanzioni economiche di qualsiasi altro paese al mondo. Ogni sanzione, tuttavia, insegna al destinatario come aggirare il vincolo e, alla fine, motiva la costruzione di sistemi paralleli che riducono la dipendenza dai nodi controllati dagli americani e, ciò facendo, ampliano ulteriormente la frammentazione. Più gli USA esercitano efficacemente la loro influenza su questi chokepoint, più velocemente gli avversari si predispongono ad eluderli e, nel caso della Cina, a sostituirli.

Inoltre, il controllo pubblico-politico sui chokepoints tecnologici è fortemente messo in discussione dallo sviluppo privato delle infrastrutture critiche, da Starlink, ai cavi sottomarini di Meta ai satelliti di Amazon (figura 2) che rappresentano non la proiezione di potenza del governo americano, ma la proiezione sul mercato globale dei giganti tecnologici: “Secondo i dati della società di ricerca TeleGeography, gli investimenti internazionali nei cavi sottomarini supereranno i 16 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2029, raggiungendo il livello più alto degli ultimi vent’anni.

Tuttavia, la maggior parte di questi capitali è destinata a fornitori proprietari di servizi cloud su larga scala, il che significa che l’infrastruttura rimane inaccessibile al mercato aperto”[11]. Google è coinvolta in 33 rotte di cavi sottomarini, alcune di proprietà esclusiva, mentre Meta co-possiede 16 reti esistenti incluso il cavo 2Africa, e ha appena lanciato il Progetto Waterworth – il cavo più lungo del mondo a proprietà singola, 50.000 km su cinque continenti, con un investimento stimato di 10 miliardi di dollari. Microsoft ha cavi dedicati (Amitié, Marea) per connettere i propri data center tra Nord America ed Europa. L’investimento totale in nuovi cavi è previsto intorno ai 13 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2027 – quasi il doppio del triennio precedente. Starlink di SpaceX opera in oltre 125 paesi con più di cinque milioni di utenti, con circa 9.400 satelliti in orbita.

Amazon ha ribattezzato Kuiper “Amazon Leo” e punta a 700 satelliti entro metà 2026, con servizio commerciale in rollout. Eutelsat OneWeb ha oltre 650 satelliti con copertura polare privilegiata. Nessuno di questi sistemi è frutto di un accordo intergovernativo, sono frutto di decisioni unilaterali di aziende private, senza riferimenti al Trattato di Washington del 1884 o della ITU del 1865.

Figura 2. Mappa delle reti private di connessione: cavi sottomarini, satelliti, punti di attracco

Le sanzioni – in particolare quelle tecnologiche contro la Cina – hanno un ulteriore effetto perverso: la perdita di quote di mercato delle aziende leader occidentali nel mercato cinese, mercato strategico anche per poter disporre delle risorse necessarie a continuare ad investire.

ASML ha già previsto che il suo fatturato in Cina scenderà a circa il 20% nel 2026, dal 33% dell’anno precedente. Applied Materials ha stimato una perdita di fatturato in Cina fino a 710 milioni di dollari quest’anno. Lam Research prevede che la Cina scenderà al di sotto del 30% del suo fatturato, rispetto al 43% che rappresentava nel primo trimestre.[12]

Ma le sanzioni sono come gli antibiotici, usate troppo o troppo frequentemente, perdono efficacia, perché la leva dei chokepoint accelera l’impegno degli avversari a costruire alternative. Questo sta facendo la Cina in modo sistematico, proponendo anche, in parallelo, di definire un quadro istituzionale a livello mondiale, convinta, non senza ragioni, che l’attuale fase di predominio americano sia in crisi e possa essere rimpiazzata da un quadro multilaterale istituzionalizzato nel quale il ruolo della Cina sia assai più rilevante di oggi[13]. Lo si vede dalla sua risposta articolata e strategica: il sistema CIPS cinese come alternativa a SWIFT, la produzione domestica di chip attraverso SMIC, lo yuan digitale come alternativa al regolamento in dollari, la Shanghai Cooperation Organisation come quadro commerciale che cerca di bypassare l’infrastruttura finanziaria occidentale.

Strategie a confronto

Le lacune nell’applicazione delle sanzioni rimangono: le importazioni cinesi di apparecchiature per la produzione di semiconduttori sono cresciute da 10,7 miliardi di dollari nel 2016 a 51,1 miliardi di dollari nel 2025.

Quando gli Stati Uniti hanno temporaneamente limitato le esportazioni di tutti i software EDA (electronic design automation) verso la Cina, Pechino ha dirottato i finanziamenti verso le aziende locali per accelerare lo sviluppo di alternative nazionali. Per sottrarsi al predominio di Synopsys e Cadence (aziende statunitensi).

Le memorie ad alta larghezza di banda (HBM) rappresentano una seconda lacuna nei controlli sulle esportazioni statunitensi che aiuta la Cina a recuperare terreno. Le memorie HBM di SK Hynix e Samsung (aziende sudcoreane) circolano abbastanza liberamente.

L’amministrazione Trump ha inasprito inizialmente i controlli sull’esportazione dei semiconduttori introdotta dal presidente Biden, ma ha successivamente parzialmente invertito la rotta. Nel dicembre 2025, il presidente ha consentito a Nvidia di vendere i chip H200 alla Cina, continuando a impedire l’esportazione dei chip Blackwell più avanzati: ora i processori H200 sono disponibili per l’esportazione, ma di fatto bloccati dall’embargo informale imposto dalla Cina.

Il vantaggio degli Stati Uniti sulla Cina nell’IA è questione di mesi: un lag che si colmerà in breve spazio di tempo qualunque sia la politica adottata dall’amministrazione americana.

Il vertice di Pechino non ha risolto nulla nel settore tecnologico, ha solo rimandato il problema. Xi Jinping ha riproposto la sua architettura multilaterale: l’iniziativa globale sulla governance dell’AI lanciata nell’ottobre 2023, la risoluzione ONU co-firmata da 140 paesi nel luglio 2025 e la proposta di una World Artificial Intelligence Cooperation Organisation con sede a Shanghai avanzata all’APEC di Gyeongju nel novembre 2025. In sostanza, mentre Washington negozia su base bilaterale continuando ad escludere e contrastare i suoi alleati, Pechino ha già costruito un tavolo globale alternativo.

Trump ha commesso un errore quando ha fatto capire a Pechino che Washington aveva disperatamente bisogno del suo favore. In risposta, i funzionari cinesi hanno adottato una linea dura. Sebbene Trump non abbia concluso accordi importanti, torna a casa con la lezione che un approccio bilaterale non funziona con Xi. Deve coinvolgere gli alleati e i partner degli Stati Uniti.” [14].

La logica cinese è coerente e stabile: ogni restrizione americana è un’opportunità per accelerare l’autosufficienza. Il fatto che Pechino abbia rifiutato informalmente i chip H200 anche quando Washington li ha sbloccati dice tutto: la Cina ha deciso di non tornare dipendente da Nvidia, preferendo sostenere Huawei anche a costo di qualche ritardo tecnologico. È una scommessa di lungo periodo sulla sovranità tecnologica, che Washington sta promuovendo con le sue stesse restrizioni.

Note

[1]) Christine Lagarde, Technology, fragmentation and the new uncertainty, 2026 Annual Global Risk Lecture, Jonhs Hopkins University, Bologna 5 March 2025.

[2]) Edward Fishman, Chokepoints. American Power in the Age of Economic warfare, Penguin Putnam Inc, US 2025.

[3]) Bilal Y. Saab, Natasha Ahmed, The Iran problem won’t be solved without a counter-drone coalition, Atlantic Council, May 22, 2026.

[4]) Miriam Schive, Elana Banin, Why frontier technology governance is essential in an increasingly fragmented world, World Economic Forum, Jun 2, 2025.

[5]) Hüseyin Faruk Şimşek, Iran’s proxy war paradox: strategic gains, control issues, and operational constraints, Small Wars & Insurgencies, Volume 36, 2025.

[6]) Vladimir Rauta, ha concettualizzato la “proxy war”, come la delega da parte di uno Stato ad un gruppo armato delle risorse necessarie a condurre, per conto dello Stato stesso di azioni di guerra. Vladimir Rauta, ‘Proxy War’ – A Reconceptualisation, Civil Wars, vol. 23, 2021.

[7]) ACLED, Regional power struggles fuel simmering tensions across the Red Sea. The Houthis have drawn down their attacks on commercial shipping, but dynamics in the Horn of Africa and Yemen bring the Red Sea to a crossroads between de-escalation and spiraling violence, 11 December 2025.

[8]) EUV: Utilizza una lunghezza d’onda di 13,5 nm. È una tecnologia avanzatissima che permette di incidere dettagli inferiori a 10 nm10 \text{ nm}10 nm, ideale per i chip più potenti di smartphone e intelligenza artificiale. DUV: Utilizza lunghezze d’onda maggiori (es. 193 nm). È lo standard industriale più diffuso per i chip di uso quotidiano

[9]) Alvin Camba, The Burn and the Choke: Why Semiconductor Controls Will Outlast China’s Rare Earth Weapon, War on The Rocks, January 5, 2026.

[10]) Bohdan Kostiuk, Daryna-Maryna Patiuk, Anastasiya Shapochkina, Élie Tenenbaum, Mapping the MilTech War: Eight Lessons from Ukraine’s Battlefield, Focus stratégique, No. 132, Ifri, February 2026.

[11]) Submarine Cables. Summit 2026, Open-Market Deep Freeze: The Coming Atlantic Cable Crunch, 28 May 2026.

[12]) The Next Web, China Sharpens Criticism of US Chip-Equipment Bill as Trump Arrives in Beijing, May 13, 2026

[13]) Nicholas Zúñiga, Saheli Datta Burton, Filippo Blancato, Madeline Carr, The geopolitics of technology standards: historical context for US, EU and Chinese approaches, International Affairs, 10 July, 2024.

[14]) Melanie Hart, Where’s the beef? Trump’s underwhelming meeting with Xi, in Atlantic Council, May 15, 2026.

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