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Sostenibilità sotto assedio: chi vuole fermare la transizione verde



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La transizione ecologica è contesa da fronti opposti: governi che rallentano per ragioni economiche e geopolitiche, critici radicali che la giudicano troppo compatibile col capitalismo. Nel mezzo, un pianeta che continua a scaldarsi e un dibattito che ridefinisce modelli produttivi, priorità politiche e visioni di futuro

Pubblicato il 27 mar 2026

Danilo Devigili

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La transizione ecologica è oggi al centro di un conflitto che non riguarda più solo l’ambiente, ma investe l’economia globale, le scelte industriali e le visioni politiche del futuro.

In un’epoca di debiti pubblici crescenti, competizione geopolitica e crisi energetiche, la domanda non è più se sia necessaria, ma se sia ancora praticabile — e a quali condizioni.


La sostenibilità sotto attacco: perché il consenso si sta incrinando

La sostenibilità, dunque, non è mai stata così contestata come oggi. Non nei principi, ma nella sua praticabilità. Dopo trent’anni di dibattito il consenso che l’ha accompagnata nell’ultimo decennio si sta incrinando sotto i colpi di una nuova polarizzazione economica, politica e ideologica.

Da un lato, è tornata con forza la retorica della crescita ad ogni costo. La transizione ecologica viene descritta come un freno allo sviluppo, un lusso incompatibile con un mondo segnato da inflazione energetica, crisi industriali e competizione globale sulle tecnologie strategiche. Lo slogan “Drill baby drill”, recentemente riesumato dal lessico trumpiano, riassume perfettamente questo clima: trivellare, estrarre, produrre, accelerare.

Le obiezioni rispetto alla transizione green sono soprattutto economiche. Decarbonizzare richiede infatti investimenti colossali. Le stime parlano di circa 6 trilioni di dollari l’anno, ma se ne dovrebbero spendere più di 9 per instradarsi sulla traiettoria che porta alla neutralità climatica a metà secolo. Una cifra che, a seconda delle stime, si colloca tra il 5 e l’8 % del prodotto interno lordo mondiale annuale. In uno scenario di debiti pubblici crescenti e consenso elettorale fragile, molti governi preferiscono dunque rallentare, rinegoziare e rinviare impegni e scadenze che sembravano inderogabili.


Dagli Usa all’Europa: i segnali di frenata sulla transizione verde

I segnali di frenata sono molteplici e attraversano sia il livello nazionale sia quello internazionale.

Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act – il più grande piano di incentivi alla transizione energetica varato da Biden – è stato fortemente ridimensionato da Trump, mentre l’amministrazione federale ha contemporaneamente riaperto nuove concessioni per l’estrazione petrolifera in Alaska e nel Golfo del Messico, evidenziando il doppio binario tra decarbonizzazione e sicurezza energetica.

Al ritiro dall’accordo di Parigi e dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si è poi aggiunto il ridimensionamento della norma dell’amministrazione Obama (2009) che sanciva la pericolosità dei gas serra e introduceva obblighi di monitoraggio, segnalazione e limitazione dell’inquinamento causato dai mezzi di trasporto.

L’Europa tra Green Deal e retromarce: dal pacchetto Omnibus all’EU ETS

In Europa, nonostante il Green Deal resti l’architrave strategica, diverse misure sono state riviste o diluite.

Nel dicembre del 2025 il Parlamento Europeo, spinto dalle proteste di molte aziende di medie dimensioni, ha approvato il pacchetto Omnibus che semplifica, posticipa e limita alle grandi imprese gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità e di due diligence aziendale (direttive CSRD e CSDDD). Lo stop alla vendita di auto endotermiche dal 2035 è stato parzialmente riaperto agli e-fuels dopo le pressioni di alcuni Stati membri.

Le proteste agricole hanno rallentato direttive su pesticidi, emissioni e ripristino ambientale, mentre il dibattito su nucleare e gas come fonti “di transizione” resta aperto.

Nel frattempo Bruxelles ha introdotto il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il dazio climatico sulle importazioni ad alta intensità di carbonio. Uno strumento pensato per evitare delocalizzazioni produttive, ma che sta generando tensioni commerciali con Cina, India e Paesi emergenti, oltre a impatti diretti sulle filiere industriali europee, comprese quelle tecnologiche energivore. Infine è in atto uno scontro tra i Paesi europei sulle modifiche e aggiustamenti al sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione Europea (EU ETS), tra chi è favorevole a una sua estensione e chi invece preme per un alleggerimento degli oneri a carico delle imprese energivore.


Sovranità industriale e digitale: quando la transizione incontra la geopolitica

Acciaio, semiconduttori, batterie, data center: la transizione ecologica incrocia ormai la sovranità industriale e digitale. Il costo dell’energia, la disponibilità di materie prime critiche e i vincoli emissivi stanno ridisegnando le geografie produttive, spingendo aziende tech e manifatturiere a rivedere supply chain, investimenti e localizzazioni infrastrutturali.


Il dilemma climatico: il costo di sbagliare è asimmetrico

Il quadro che emerge è quello di una transizione sempre meno lineare, sottoposta a revisioni, compromessi e marce indietro dettate più dalla contingenza economica e geopolitica che da un ripensamento scientifico della crisi climatica.

Eppure la questione climatica continua a dimostrare la sua urgenza. Gli scenari climatici dell’IPCC parlano di rischi sistemici in caso di aumento delle temperature oltre i 2°C. Parliamo del collasso di alcuni ecosistemi, di eventi estremi su larga scala, di crisi alimentari e migrazioni climatiche. Il 2024, anno più caldo mai registrato, ha già superato la prima soglia critica. Il dilemma è brutale nella sua semplicità: se i critici della transizione avessero ragione, avremmo speso troppo; se avessero torto, il costo sarebbe incalcolabile.


La critica da sinistra: crescita sostenibile o contraddizione in termini?

Ma la sostenibilità è sotto attacco anche da un altro fronte, meno visibile ma intellettualmente aggressivo, ossia quello che la accusa di essere troppo timida, troppo compatibile con il capitalismo che dovrebbe invece mettere in discussione.

Kohei Saito e il paradosso delle rinnovabili

Il filosofo giapponese Kohei Saito è tra le voci più radicali di questo filone. La sua tesi è netta: parlare di crescita sostenibile è una contraddizione in termini. Gli SDGs, il Green New Deal, la transizione green sarebbero tentativi di rendere accettabile un sistema fondato sull’accumulazione infinita. I numeri sulle risorse sembrano dargli argomenti. L’estrazione globale di materie prime è quadruplicata dagli anni ’70 a oggi e continua a crescere. Le rinnovabili, anziché sostituire le fonti fossili, spesso si aggiungono per sostenere nuovi consumi, trainati da digitalizzazione, AI, data center.

L’economia digitale e il mito della smaterializzazione

Qui il dibattito incrocia direttamente l’agenda digitale. L’economia immateriale, celebrata per anni come soluzione a basso impatto, mostra il suo lato energivoro. L’intelligenza artificiale consuma quantità crescenti di energia e acqua. Il cloud ha una fisicità fatta di server, cavi sottomarini, miniere di terre rare. La smaterializzazione, insomma, non elimina il problema ma lo delocalizza.


Decrescita e benessere: le alternative al PIL tra Jackson e Latouche

Su posizioni meno radicali ma convergenti si colloca Tim Jackson, che da tempo smonta l’equazione tra PIL e benessere. La pandemia ha reso evidente quanto i lavori essenziali coincidano spesso con i meno remunerati, e quanto la produttività economica non misuri la qualità della vita.

Il tema, oggi, torna centrale: possiamo continuare a crescere materialmente in un pianeta finito? Serge Latouche ha trasformato questa domanda in un programma culturale, quello della decrescita, fondato su riduzione dei consumi, rilocalizzazione produttiva, sobrietà energetica. In Italia, Maurizio Pallante ne ha offerto una declinazione pratica, puntando su autoproduzione ed efficienza.

Modelli affascinanti, ma ancora marginali rispetto alla scala delle economie globali.


Il “punto di svista”: capitalismo, limiti fisici e il vero nodo del dibattito

Qui emerge quello che potremmo definire un “punto di svista” del dibattito. Le teorie della decrescita presuppongono un cambiamento antropologico profondo che vede il passaggio da individui consumatori a cittadini solidali. Un salto culturale enorme, che la storia economica non mostra ancora su larga scala. Il capitalismo resta il sistema dominante non per superiorità morale, ma per efficacia operativa. Funziona perché intercetta l’interesse individuale. Adam Smith lo spiegava con brutalità pragmatica: non è la benevolenza del fornaio a sfamarci, ma il suo tornaconto. Anche le alternative storiche non hanno brillato in sostenibilità. I modelli pianificati del Novecento hanno prodotto devastazioni ambientali su scala industriale, dimostrando che produzione e limiti ecologici entrano in conflitto a prescindere dal sistema politico.

Il vero nodo, allora, non è capitalismo contro decrescita. È crescita infinita contro limiti fisici. La sostenibilità si colloca in questo spazio di tensione. Non è rivoluzionaria abbastanza per alcuni, lo è troppo per altri. È un compromesso dinamico, imperfetto, ma oggi è l’unico linguaggio condiviso tra economia, tecnologia e politica. Forse non rappresenta il punto di arrivo, ma una fase di transizione, un laboratorio in cui si stanno ridefinendo modelli produttivi, infrastrutture digitali, metriche di valore.

I sistemi economici non sono eterni. Cambiano quando cambiano le basi materiali e culturali che li sostengono.


Trivellare o trasformare: quale futuro per la sostenibilità

Se la sfida climatica e quella tecnologica continueranno a intrecciarsi, la trasformazione sarà inevitabile. La domanda non è, a questo punto, se accadrà, ma in quale direzione andrà.

Nel frattempo, la sostenibilità resta il campo di battaglia dove si confrontano visioni opposte di futuro: trivellare o trasformare, accelerare o ridurre, consumare o ripensare. Probabilmente servirà ancora molto tempo ma, anche per merito della sostenibilità, è iniziata una riflessione che ci porterà a sviluppare sistemi socioeconomici in grado di smaterializzare i nostri stili di vita in modo da renderli compatibili con i limiti fisici del nostro pianeta. Utopia, chissà, ma bisogna continuare a credere nella profezia di Joseph Beuys: ognuno ha il potere per intervenire sul proprio cambiamento e su quello della società, perché “La rivoluzione siamo Noi”.

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