Spesso in Italia durante convegni e incontri pubblici si parla dell’importanza di fare sistema, ovvero di quanto possa essere fondamentale per lo sviluppo e la crescita di un settore la capacità di unire verso un obiettivo comune diverse risorse, competenze e capacità.
Il Venture Capital italiano non fa eccezione da questo punto di vista. Va detto che negli ultimi anni dei miglioramenti ci sono stati, altrimenti il mercato non si sarebbe consolidato come è stato possibile osservare nell’ultimo. È però sicuro che quanto fatto fino ad ora non basti per salire un altro gradino nella scala dello sviluppo e della crescita. Per avvicinare quell’obiettivo è perciò necessario, come già accennato, riunire più soggetti con un solo orizzonte comune. Nel caso specifico del Venture Capital questo può avvenire nella forma della creazione di modelli stabili di coinvestimento tra investitori informali, Venture Capital stesso e attori istituzionali. Un possibile modello da seguire per una volta lo abbiamo in casa: quello dei fondi PNRR destinati alla digitalizzazione e alle startup.
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Il ruolo dei Business Angel in questo ipotetico schema
Dentro questa ipotesi è giusto soffermarsi su quello che potrebbe essere il possibile ruolo dei Business Angel, da anni ormai riconosciuti come attori fondamentali dell’intera filiera dell’innovazione italiana. Anche in questo caso la funzione dei BA potrebbe essere tutt’altro che secondaria o marginale, sia per le startup che per gli investitori, a prescindere che questi siano privati, istituzionali, o con una composizione mista. I BA infatti sono i più vicini al territorio, alle università, ai centri di ricerca e agli incubatori e sono i primi a intercettare l’innovazione quando è ancora allo stato embrionale. In un ipotetico sistema che coinvolge capitali pubblici (PNRR), il BA può fungere da “validatore”. Grazie agli investimenti operati attraverso i propri capitali personali di fatto compie già una prima selezione naturale che garantisce che quel progetto ha un potenziale reale. Un’azione essenziale di scrematura, preziosa per evitare la dispersione di risorse.
Senza dimenticare quelle che sono le competenze manageriali e gestionali che il Business Angel italiano ha quasi sempre nel proprio bagaglio personale, come dimostra ogni anno ciò che emerge dalla Survey IBAN. Un patrimonio di esperienze fondamentale per una startup che è agli inizi del proprio percorso che in questo modo può avvalersi e utilizzare preziosi consigli e indicazioni per definire il proprio modello di business, trovare i primi clienti e impostare una governance aziendale sana. Il BA diventa a questo punto anche “certificatore” del fatto che la startup ha una struttura imprenditoriale, per quanto iniziale, non improvvisata o basata su tentativi, ma costruita grazie a un percorso di affiancamento con un professionista. Come una sorta di sigillo di qualità che può consentire a grossi fondi, istituzionali o meno, di approcciare la startup con meno dubbi o perplessità.
L’importanza di avere accesso alle risorse per le startup
Perché in fondo per molte storie di startup che sono andate a buon fine il passaggio davvero essenziale è quello in cui riescono a raccogliere e ad attirare su di sé capitali importanti da investitori qualificati. La distribuzione delle risorse è un passaggio fondamentale e delicato che non è possibile gestire con la minima superficialità. La prudenza però non deve diventare timore o mancanza di coraggio ed ecco che quindi l’attività iniziale dei Business Angel potrebbe davvero essere un supporto di vitale importanza. Anche perché le dotazioni dei fondi possono essere importanti, come dimostrato negli ultimi anni da quelli del PNRR dedicati nello specifico all’innovazione: il Digital Transition Fund (DTF) aveva a disposizione 400 milioni di euro, il Green Transition Fund (GTF) altri 250 milioni di euro e avevano come target inderogabile l’allocazione del 100% delle risorse tramite accordi di finanziamento entro il 30 giugno 2026. L’obiettivo è stato raggiunto e questo rappresenta un fatto da evidenziare, considerando come in passato spesso si siano perse interessanti opportunità economiche proprio per il mancato rispetto delle tempistiche. All’inizio di settembre l’intera macchina del PNRR si trova nella sua fase di rendicontazione finale. L’Italia ha completato gli obiettivi realizzativi entro la finestra di agosto 2026 e deve presentare la richiesta per la decima e ultima rata alla Commissione Europea entro il 30 settembre 2026, con l’obiettivo di ricevere l’erogazione finale entro il 31 dicembre 2026.
Perché i fondi istituzionali possono essere decisivi
Risorse come quelle del PNRR o di programmi simili sono nella maggior parte dei casi in mano a fondi istituzionali, o comunque a realtà di un certo peso e importanza. Dentro un processo collettivo è evidente che anche il ruolo di queste componenti è essenziale perché la macchina possa provare a girare a pieno regime. Che sia in autonomia, o al fianco di investitori privati, i fondi istituzionali devono riversare sul mercato quelle risorse economiche di cui sono dotati e che possono fare la differenza tra una startup promettente e un caso imprenditoriale di reale successo. Uno dei problemi principali dell’ecosistema italiano è che vengono create anche ottime startup nella fase iniziale (grazie anche ai BA), ma quando queste imprese hanno bisogno di round di investimento importanti per scalare a un livello più alto, ecco che i capitali in Italia scarseggiano. Così, le migliori aziende vengono acquisite da capitali stranieri o si spostano all’estero. I fondi istituzionali invece possono inserirsi in questo processo di “dispersione del talento”, garantendo che i campioni dell’innovazione digitale possano crescere rimanendo ancorati al territorio italiano, generando posti di lavoro e PIL.
Inoltre l’ingresso di un attore istituzionale nel capitale di una startup (anche indirettamente tramite fondi di fondi o coinvestimenti) impone un salto di qualità nella governance dell’impresa stessa. I fondi istituzionali infatti spingono, e spesso obbligano, le startup a rispettare criteri ESG, a strutturare policy di inclusione e sostenibilità, e a certificare i bilanci con standard elevati. Insieme alla guida operativa del Business Angel e a quella metodologica del VC, l’istituzione garantisce l’etica e la solidità strutturale dell’azienda.
Dai fondi PNRR a modelli stabili di coinvestimento
Insomma, il senso di tutto questo ragionamento potrebbe essere riassunto in questo modo: il capitale pubblico non dovrebbe occuparsi di fare attività di scouting, ma dovrebbe fidarsi della selezione fatta dai privati (BA e VC) e amplificarne la portata. La creazione di questo ponte fluido tra chi scopre il talento (i Business Angel), chi lo struttura per il mercato (i VC) e chi fornisce la potenza strutturale per vincere le sfide globali (i fondi istituzionali) rappresenta una via per fare in modo che quel modello che si è in qualche modo osservato con i fondi PNRR destinati alla digitalizzazione e alle startup non resti solo un esperimento causato da circostanze eccezionali. L’aspirazione per tutti deve essere quella di provare a rendere questo tipo di modello replicabile e quanto più possibile stabile. Solo così può esserci un reale investimento strutturale per il futuro digitale e innovativo dell’Italia.





















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