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Legge di bilancio 2026: è l’ora di fare i conti



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La manovra 2026 vale circa 22 miliardi di euro e prevede interventi come il taglio dell’Irpef e incentivi al lavoro stabile. Si tratta di una legge di bilancio prudente, per cui la crescita potrebbe rimanere debole

Aggiornato il 30 dic 2025

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



mercato della formazione; commercialista per la sostenibilità delle PMI; trasparenza PA; Legge di bilancio 2026
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La Legge di bilancio 2026, approvata in via definitiva dal Parlamento, vale circa 22 miliardi. Taglio dell’IRPEF, incentivi al lavoro stabile, più fondi per famiglie e sanità. L’impianto resta prudente e la crescita potrebbe rimanere debole, con molte misure la cui efficacia dipenderà dall’attuazione.

IndicatoreValore stimato 2026
Totale della manovracirca 22 miliardi di euro
Risparmi da revisione della spesaSecondo stime iniziali 7,15 miliardi nel triennio (2,2 nel 2026, 2,15 nel 2027, 2,8 dal 2028)
Nuove entrate previsteNuove entrate previste Coperte da rimodulazioni e risparmi, con alcuni interventi puntuali su specifiche basi imponibili
Deficit programmaticoDeficit programmatico Sotto il 3% del PIL (quadro programmatico: 2,7%)
Investimenti pubbliciInvestimenti pubblici Circa 3,8% del PIL (ordine di grandezza)

Cosa prevede la legge di bilancio 2026

La Legge di Bilancio 2026, approvata in via definitiva, si muove lungo una linea sottile tra prudenza contabile e ambizione politica. Dopo due anni segnati dall’attuazione del PNRR e dall’alta inflazione, la nuova manovra prova a restituire margini di crescita mantenendo la disciplina di bilancio richiesta da Bruxelles.

L’intervento complessivo, intorno ai 22 miliardi di euro, nasce da un bilanciamento delicato tra nuove misure espansive e una revisione della spesa ministeriale che produrrà oltre 7 miliardi di risparmi nel triennio. Il governo conferma l’obiettivo di evitare aumenti generalizzati e di finanziare i principali interventi con rimodulazioni e tagli selettivi, ma il testo include interventi fiscali puntuali su alcune voci. Le priorità sono alleggerire il fisco sul lavoro, sostenere le famiglie, rilanciare l’innovazione e difendere la tenuta della sanità pubblica. 

Fisco e lavoro: il ritorno del reddito medio

Il primo capitolo, e quello più politicamente sensibile, riguarda il fisco. L’esecutivo punta a intervenire sul ceto medio: l’aliquota del secondo scaglione scende dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro. Secondo le stime diffuse in sede parlamentare e riprese dalla stampa, il beneficio può arrivare fino a circa 440 euro annui. L’obiettivo è ridurre il cuneo fiscale senza compromettere i conti pubblici. Accanto a ciò, la manovra introduce un rafforzamento degli incentivi per le assunzioni stabili, in particolare per giovani, donne e lavoratori del Sud, e prevede un’estensione dei crediti d’imposta per la formazione e la transizione digitale nelle imprese. Il governo parla di una “semplificazione delle agevolazioni fiscali” — con la cancellazione di quelle meno efficaci, alcuni osservatori notano che la maggior parte delle misure ha carattere temporaneo. La sfida resta quella di trasformare sgravi e bonus in strumenti strutturali di politica del lavoro. 

Famiglie e welfare: più risorse, ma tempi lunghi

Il secondo asse della manovra riguarda famiglie, natalità e scuola. Il governo stanzia circa 1,6 miliardi di euro aggiuntivi per il 2026: l’assegno unico universale verrà rafforzato, così come il bonus per le madri lavoratrici, che passa da 40 a 60 euro mensili per chi ha almeno due figli. Nuove risorse andranno agli asili nido e ai servizi per l’infanzia, nell’ottica di facilitare la conciliazione tra vita professionale e familiare. Nel comparto istruzione, si prevede un incremento dei fondi per infrastrutture e personale. Tuttavia, le retribuzioni dei docenti restano tra le più basse in Europa e il rinnovo contrattuale atteso per il 2026 potrebbe non essere sufficiente a colmare il divario. È un pacchetto che rafforza il welfare, ma con effetti che si manifesteranno solo nel medio periodo, una volta approvati i decreti attuativi.

Imprese e innovazione: tra continuità e frammentazione

Per il tessuto produttivo, la manovra sceglie la continuità. Nel testo definitivo entrano anche nuove risorse e rimodulazioni: circa 3,5 miliardi per il manifatturiero e il rientro di fondi per Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e per la ZES unica del Sud (2,3 miliardi) su investimenti già effettuati dalle imprese.
Si confermano i crediti d’imposta per ricerca, sviluppo e innovazione, con estensione ai progetti di intelligenza artificiale e automazione industriale
Manca ancora una visione integrata di politica industriale

Le misure appaiono diffuse ma frammentate tra ministeri e fondi diversi, e rischiano di disperdere risorse senza produrre un vero salto di qualità. È una manovra che punta a sostenere l’innovazione, ma lo fa più per proroga che per progettualità.

Transizione verde ed energia: un cantiere ancora aperto

La transizione ecologica resta uno dei pilastri retorici della manovra, ma il dettaglio operativo è ancora scarno. Confermata nel 2026 la proroga del bonus ristrutturazioni al 50% per l’abitazione principale, mentre negli altri casi l’aliquota scende al 36% insieme agli incentivi per l’efficienza energetica e la mobilità sostenibile.
Il livello complessivo degli investimenti pubblici rimane alto, attorno al 3,8% del PIL, ma non è ancora chiara la ripartizione tra infrastrutture verdi, reti elettriche, logistica e rinnovabili. Il rischio è che la transizione rimanga “enunciata” più che pianificata. 
L’interconnessione con i fondi del PNRR sarà decisiva per trasformare le risorse in progetti esecutivi e misurabili. 

Sanità e servizi pubblici: la sfida della tenuta

Nel capitolo sanità la legge approvata prevede un incremento del Fondo per il Servizio Sanitario Nazionale di circa 2,4 miliardi nel 2026. Con le risorse aggiuntive il governo punta a reclutare circa mille medici dirigenti e oltre 6 mila professionisti sanitari, in gran parte infermieri, e a rafforzare indennità e maggiorazioni. Nel testo definitivo compaiono anche rimodulazioni interne: il Fondo per i farmaci innovativi scende di 140 milioni, mentre è previsto un ulteriore aumento del tetto della spesa farmaceutica (dallo 0,2% allo 0,3%). Viene inoltre rafforzato il monitoraggio sulle Regioni che non garantiscono i livelli minimi di prestazioni, con verifiche e obblighi di rientro.

Sul fronte della pubblica amministrazione si parla di digitalizzazione dei processi e semplificazione dei flussi documentali, ma il piano operativo è ancora in definizione. 

L’ammodernamento tecnologico della PA resta una promessa strutturale di ogni bilancio, che potrà diventare realtà solo con interventi coordinati e continui.

Coperture e vincoli: il conto della prudenza

Nessun aumento generalizzato della pressione fiscale, ma una forte pressione sulla spesa e alcuni interventi fiscali puntuali. Le coperture della manovra arrivano soprattutto dalla revisione dei capitoli ministeriali e dal riordino dei fondi PNRR, senza incrementi fiscali diretti. Il governo si impegna a mantenere il deficit sotto il 3% del PIL nel 2026, come previsto dal Documento Programmatico di Bilancio e a ridurlo progressivamente fino al 2,5% entro il 2028. Si tratta di un esercizio di equilibrio complesso, spendere abbastanza per stimolare la crescita, ma non tanto da rischiare una deviazione dagli obiettivi europei. In questa logica, la manovra 2026 appare come un bilancio di stabilizzazione, prudente nei conti, ma anche nel coraggio politico. 

Una manovra di transizione

La Legge di Bilancio 2026, approvata in via definitiva, non segna una svolta, ma consolida un percorso.
È una manovra di transizione, costruita per mantenere la rotta in un contesto di rallentamento economico e in attesa della piena revisione del Patto di Stabilità europeo. 

Il rischio è che la prudenza si trasformi in immobilismo; l’opportunità, che la gestione oculata delle risorse apra la strada a un rilancio più deciso nel 2027. Molto dipenderà da come saranno attuate le misure su innovazione, lavoro e welfare, e da quanto rapidamente imprese e pubblica amministrazione sapranno sfruttare gli incentivi alla trasformazione digitale e alla crescita sostenibile. In gioco non c’è solo l’equilibrio dei conti, ma la credibilità di una strategia di modernizzazione capace di unire rigore e sviluppo. 

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