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Euro digitale, verso il traguardo del 2029: cosa cambierà per i pagamenti



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L’euro digitale arriverà a pieno regime solo dal 2029, con tutte le modalità di utilizzo, incluse quelle offline. Nel frattempo imprese, banche, PSP e operatori cripto dovranno gestire un ecosistema ibrido tra contante, strumenti privati e nuova moneta pubblica digitale

Aggiornato il 31 mar 2026

Daniele Tumietto

Dottore commercialista



valuta digitale (1); euro digitale
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L’euro digitale resta la risposta “pubblica” dell’Eurosistema alla trasformazione dei pagamenti, ma negli ultimi tre mesi il progetto è entrato in una fase più concreta: dopo la posizione del Consiglio UE di dicembre 2025, la BCE ha avviato nel 2026 attività operative con operatori tecnici e di mercato per preparare il pilota del 2027 e l’eventuale prima emissione nel 2029.

Questa scelta apre una fase di transizione in cui banche, PSP e operatori cripto dovranno convivere con un contante sempre più digitale, ma ancora non “nativamente” di banca centrale.

Che cos’è l’euro digitale? L’euro digitale è una CBDC “retail”: una forma di moneta della banca centrale in versione elettronica, pensata per affiancare – non sostituire – il contante e i depositi bancari.

A differenza delle cripto-attività private, non nasce per la speculazione, ma come infrastruttura di fiducia pubblica, garantita dall’Eurosistema e ancorata all’euro.

Euro digitale: quadro giuridico e operativo

Dal punto di vista giuridico, la base sarà un regolamento UE che istituirà l’euro digitale come corso legale nell’area euro, definendone il regime di detenzione, i limiti di saldo, la privacy, i ruoli delle banche e dei PSP e le tutele degli utenti.

Operativamente, l’Eurosistema metterà a disposizione un’infrastruttura unica (“Digital Euro as a Service”), alla quale si collegheranno gli intermediari che manterranno il rapporto con il cliente finale, come già avviene per la moneta elettronica.

Negli ultimi mesi, però, il quadro si è precisato su due fronti. Da un lato, il 19 dicembre 2025 il Consiglio dell’UE ha adottato la propria posizione negoziale sia sul regolamento sull’euro digitale sia sul rafforzamento del ruolo del contante; dall’altro, il Parlamento europeo sta ancora lavorando alla propria posizione in Commissione ECON, che la BCE, negli interventi di marzo 2026, continua a indicare come attesa entro maggio.

Tappe del progetto e perché tutto converge sul 2029

Dopo la fase d’indagine 2021–2023 e la fase di preparazione avviata nel novembre 2023, nell’ottobre 2025 il Consiglio direttivo della BCE ha deciso il passaggio a una nuova fase del progetto, focalizzata su prontezza tecnica, coinvolgimento del mercato e supporto al processo legislativo.

L’ipotesi di lavoro oggi è: adozione del regolamento europeo entro il 2026, avvio di un pilota con transazioni reali dalla metà del 2027, e “pronta disponibilità” per una prima emissione nel 2029. Nei materiali BCE di marzo 2026 questo cronoprogramma è stato ulteriormente dettagliato: il pilota dovrebbe durare dodici mesi, partire nel secondo semestre 2027 e coinvolgere un numero limitato di PSP, merchant e personale dell’Eurosistema; la selezione dei PSP dovrebbe iniziare già nel primo trimestre 2026.

La novità politica più recente non è tanto un nuovo rinvio formale, quanto il consolidarsi di una traiettoria a tappe: definizione legislativa nel 2026, sperimentazione controllata nel 2027-2028 e potenziale prima emissione nel 2029, solo dopo l’adozione della normativa europea.

In sostanza, il 2027-2028 diventeranno anni di sperimentazione su scala limitata, mentre la “messa in produzione” vera e propria viene congelata finché infrastrutture, standard e normativa saranno maturi.

Imprese e consumatori nella fase di transizione

Per imprese e consumatori il rinvio al 2029 dell’avvio a regime di tutte le modalità di utilizzo dell’euro digitale equivale, in pratica, a un prolungamento della fase di transizione verso il “denaro 3.0”, con pro e contro ben distinti.

Da un lato, le aziende hanno più tempo per adeguare infrastrutture di cassa, sistemi gestionali e processi di tesoreria, potendo programmare in modo meno traumatico l’integrazione dei wallet in euro digitale con i pagamenti istantanei, le carte e gli eventuali emoney token regolamentati.

Dall’altro lato, per i consumatori si slitta la possibilità di beneficiare di un mezzo di pagamento pubblico, paneuropeo e potenzialmente gratuito (soprattutto nei micropagamenti offline), mantenendo per qualche anno ancora una forte dipendenza dai circuiti privati e dalle relative commissioni.

Questo tempo “guadagnato” dovrebbe però essere utilizzato per promuovere l’educazione finanziaria, chiarire le differenze tra euro digitale, stablecoin e cripto-attività e definire regole chiare su privacy, limiti di saldo e tutele: solo così, nel 2029, famiglie e imprese potranno adottare l’euro digitale con consapevolezza, evitando sia resistenze ingiustificate sia aspettative irrealistiche.

Pagamenti offline: la sfida più complessa dell’euro digitale

L’offline è il tratto più innovativo (e più problematico) del progetto: l’idea è rendere possibile uno scambio di euro digitali tra due dispositivi vicini, senza connessione e con un livello di privacy simile al contante.

Tecnologicamente ciò implica wallet sicuri su smartphone o smart card, moduli di sicurezza hardware, aggiornamenti periodici dei saldi e meccanismi antifrode che riducano al minimo il rischio di doppia spesa.

Nei documenti tecnici pubblicati dalla BCE a marzo 2026, l’offline è entrato però in una fase di progettazione molto più concreta: tra i casi d’uso testati figurano i pagamenti peer-to-peer di prossimità via NFC e la preparazione del peer-to-merchant, con regolamento istantaneo e finale offline, riutilizzabilità offline e un’impostazione di privacy “cash-like”; l’antiriciclaggio, in questa architettura, verrebbe presidiato soprattutto nelle fasi di funding e defunding.

La discussione politica ha evidenziato i timori delle banche sui costi di adeguamento, sui rischi operativi e sulla concorrenza con i conti al dettaglio. Il compromesso raggiunto sposta quindi al 2029 il momento in cui l’offline dovrà essere effettivamente disponibile per tutti, trasformando gli anni precedenti in un cantiere di test ristretti, di standardizzazione e di valutazione dei costi-benefici. Sempre a marzo 2026, la BCE ha inoltre raccolto il feedback dei technical service providers: tra le richieste più forti emerse vi sono documentazione tecnica centralizzata, simulatori per i test anticipati, guide di integrazione e canali strutturati di confronto tecnico, elementi essenziali per abbassare il costo di ingresso dei PSP e accelerare la market readiness.

Stablecoin, cripto-attività e ruolo dell’euro digitale

Nel quadro più ampio del “denaro 3.0”, l’euro digitale si affianca a stablecoin regolamentate (e-money token) e alle criptoattività non regolamentate, che restano strumenti privati, spesso altamente volatili e, in alcuni casi, veicoli di rischio AML.

Regolazione MiCAR ed e-money token

Il regolamento MiCAR disciplina in particolare gli e-money token ancorati all’euro, equiparandoli di fatto alla moneta elettronica e riservandone l’emissione a banche e IMEL con piena copertura in riserve.

Sul fronte fiscale italiano, le cripto-attività sono oggi tassate come redditi diversi, con un’aliquota sostitutiva del 33%, mentre i token di moneta elettronica in euro beneficiano di un’aliquota ridotta al 26% e di un regime neutro per la semplice conversione euro/token.

Coesistenza degli strumenti e profili AML

La coesistenza tra euro digitale, stablecoin regolamentati e cripto “pure” produrrà un ecosistema ibrido in cui le imprese e i professionisti dovranno distinguere chiaramente tra moneta pubblica, strumenti di pagamento regolamentati e asset speculativi, anche ai fini fiscali e antiriciclaggio.

Impatto dell’euro digitale su banche, imprese e professionisti

Per le banche e i PSP, l’euro digitale comporterà investimenti in infrastrutture (wallet, interfacce con la piattaforma BCE, adeguamento del core banking), ma anche l’opportunità di sviluppare nuovi servizi a valore aggiunto su un “binario pubblico” europeo.

Il rinvio al 2029 concede tempo per ammortizzare i costi, armonizzare l’euro digitale con instant payments, carte e schemi privati, e calibrare i limiti di detenzione e i modelli di remunerazione per evitare effetti destabilizzanti sulla raccolta bancaria.

Su questo punto, nelle comunicazioni BCE di febbraio e marzo 2026 è diventato più netto anche il messaggio politico rivolto al sistema bancario: l’euro digitale viene presentato non come un concorrente dei depositi, ma come una infrastruttura comune europea su cui le banche potranno continuare a gestire la relazione con il cliente, offrire servizi innovativi e beneficiare di un modello di remunerazione che non prevede commissioni di scheme e processing a carico degli intermediari.

Vantaggi per imprese, consumatori e consulenti

Per imprese e consumatori, la prospettiva è quella di disporre di un mezzo di pagamento gratuito, paneuropeo, con maggiore concorrenza nei servizi di accettazione e potenziale riduzione delle commissioni, soprattutto per i piccoli esercenti, oggi penalizzati dai circuiti internazionali.

Per i professionisti – in particolare commercialisti e consulenti compliance – si aprono nuovi fronti: inquadramento civilistico e fiscale dei wallet pubblici e privati, verifica adeguata sui clienti che operano tra l’euro digitale, le stablecoin e le cripto-attività, e ridefinizione dei processi contabili e di rendicontazione. Un altro profilo che negli ultimi mesi ha assunto maggiore centralità è quello della sovranità europea nei pagamenti. La BCE insiste sul fatto che una quota rilevante dei pagamenti retail europei continua a dipendere da schemi internazionali non europei: per questo l’euro digitale viene sempre più descritto come leva di autonomia strategica, resilienza e rafforzamento del mercato unico dei pagamenti.

Rinvio al 2029: criticità, opportunità e prossimi passi

Dal punto di vista tecnico, il rinvio al 2029 non va letto come un passo indietro, bensì come una moratoria regolatoria su elementi non ancora maturi, primo fra tutti l’offline “cash-like”.

In assenza di standard condivisi e di una chiara ripartizione delle responsabilità tra BCE, banche e fornitori tecnologici, un’introduzione affrettata avrebbe scaricato su intermediari e utenti rischi operativi e legali difficili da gestire.

Per il mondo delle imprese e dei commercialisti ciò significa avere qualche anno in più per:

  • aggiornare prassi contabili e di bilancio,
  • costruire schemi di informativa verso i clienti,
  • presidiare gli impatti fiscali e AML di un portafoglio che conterrà, accanto a contanti e depositi, euro digitali, emoney token e altre cripto-attività.

Allo stesso tempo, il calendario ormai fissato al 2029 rende il progetto euro digitale un orizzonte concreto di pianificazione strategica: chi assisterà imprese fintech, PSP e merchant potrà impostare fin d’ora business plan, architetture di pagamento e policy di compliance pensando a un’infrastruttura monetaria pubblica, programmabile e profondamente integrata nel mercato unico europeo dei pagamenti. La novità delle ultime settimane è che questo orizzonte non è più solo teorico: il Consiglio UE ha già definito il proprio mandato negoziale, la BCE sta costruendo con il mercato la cassetta degli attrezzi tecnica del progetto e il 2026 si sta configurando come l’anno decisivo per chiudere il perimetro normativo e selezionare i primi partecipanti alla sperimentazione.

Articolo inizialmente pubblicato il 4 dicembre 2025, aggiornato il 31 marzo 2026.

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PAOLO DEL ROMANO
PAOLO DEL ROMANO
4 mesi fa

Daniele Tumietto è sempre chiarissimo e super tecnico!

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