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Scorza: “Il 2026 sulle barricate per difendere regole e democrazia”



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La rivolta anti-regolazione del 2025 punta a far dettare le “regole” dalla tecnologia. Le norme restano lo scudo dei diritti: innovazione vera è distribuire i benefici a tutti

Pubblicato il 10 gen 2026

Guido Scorza

Autorità Garante Privacy



AI open innovation; deepfake violenza donne; AI professioni intellettuali

Ci sono voluti sessantadue anni perché cinquanta milioni di persone utilizzassero un’automobile per spostarsi, sessanta perché avessero un telefono a casa, quarantotto perché disponessero dell’elettricità e ventidue perché possedessero un televisore.

Il computer, per conquistare lo stesso pubblico di cinquanta milioni di persone, ci ha messo quattordici anni, il telefonino dodici e Internet sette. ChatGPT, in meno di due mesi, ha raggiunto cento milioni di utenti attivi mensili: il doppio di quelli raggiunti da YouTube in quattro anni. Il progresso tecnologico non è mai andato così veloce.

Questa conclusione, se da una parte suggerisce di non avventurarsi in previsioni oggi più difficili di sempre circa sfide specifiche che, mentre un anno si è chiuso e un altro è appena iniziato, ci attendono al crocevia tra diritto e nuove tecnologie, dall’altra impone di metterci davanti tre sfide sistemiche che, probabilmente, vanno affrontate senza ritardi e indugi.

La sfida del tempo

Nel 1865, in Inghilterra, quando le prime automobili iniziarono a circolare assieme alle carrozze trainate dai cavalli, il Parlamento, preoccupato degli incidenti che si sarebbero potuti verificare, varò il Red Flag Act, una legge che stabiliva un severissimo limite di velocità per le automobili (3,2 chilometri all’ora) e, soprattutto, prevedeva che uno sbandieratore, impugnando una bandiera rossa, avrebbe dovuto precedere a piedi di cinquantacinque metri ogni automobile.

La legge, sebbene con una serie di piccoli interventi di modifica volti, tra l’altro, ad aggiornare progressivamente, anche se in modo modesto, i limiti di velocità, rimase in vigore fino al 1893, per 31 anni.

È uno scenario semplicemente inimmaginabile oggi. Impossibile immaginare una legge capace di governare un qualsiasi fenomeno tecnologico per oltre tre decadi, restando sostanzialmente invariata.

E, d’altra parte, io ho imparato a guidare da mio nonno ma non credo che sarò in grado di insegnare a guidare ai miei nipoti ma, probabilmente, neppure alle mie figlie che oggi hanno otto e quattro anni.

La ragione è semplice: la macchina che mio nonno aveva guidato per tutta la vita era sostanzialmente identica a quella che avrei guidato io perché aveva un volante, tre pedali, un cambio, un freno a mano.

La macchina che guideranno i miei nipoti ma, probabilmente, già quella che guideranno le mie figlie, al contrario, sarà straordinariamente diversa da quella che io so guidare.

Allo stesso modo, nell’Inghilterra dell’800, le questioni poste dalla circolazione delle automobili rimasero sostanzialmente invariate per trent’anni e, quindi, governabili attraverso un impianto regolamentare sostanzialmente invariato.

Oggi, al contrario, algoritmi e intelligenze artificiali ma, altrettanto, può dirsi per neuroscienze e neurotecnologie, così come per il quantum computing, pongono sfide, anche regolamentari, nuove e completamente diverse dalle precedenti su base mensile, se non settimanale.

Impossibile, in un contesto di questo genere, anche solo avere l’ambizione che una stessa legge governi un certo fenomeno per decenni.

E, tuttavia, il problema è che mentre, appunto, il ritmo del progresso tecnologico accelera in continuazione, il ritmo del processo regolamentare, che si guardi alle cose europee o a quelle nazionali, rimane sostanzialmente invariato, con la naturale conseguenza che le regole che escono dalle istituzioni democratiche restano sempre più indietro rispetto ai fenomeni tecnologici che dovrebbero regolamentare.

Sui problemi e i rischi che questo fenomeno determina torno tra poco mettendo sul tavolo un’altra delle sfide che credo vadano affrontate nell’anno appena iniziato.

La proposta: delegificare

Qui, invece, la domanda da porsi è come fare per accorciare questa distanza, consapevoli come siamo o, almeno, dovremmo essere che la migliore delle regole, se arriva in ritardo, è inutile nel migliore dei casi e controproducente nel peggiore.

L’imperativo categorico sembra dover essere delegificare. Ma è un imperativo che merita di essere chiarito per scongiurare il rischio di equivoci.

Delegificare non nel senso di rinunciare a governare ex lege i fenomeni innovativi, lasciando più margine di manovra a mercato e industria, profilo sul quale, pure, torno più avanti. Ma delegificare nel senso di diminuire il livello di dettaglio delle leggi.

Non meno leggi, insomma, ma meno leggi che abbiano l’ambizione di governare in profondità singoli aspetti legati a questa o quella specifica tecnologia.

E poi? Il resto chi lo regolamenta? Ci sono due strade da battere, non in alternativa. La prima è quella di una delega sempre più significativa ad Autorità indipendenti e Agenzie di Governo, naturalmente nel rispetto di criteri e parametri stabiliti dal legislatore, delega da esercitarsi anche attraverso il ricorso a fora e strumenti multistakeholder.

La seconda è quella di un crescente ricorso a forme di auto-regolamentazione e co-regolamentazione, almeno negli ambiti nei quali la natura dei profili da governare lo consenta.

Ma le soluzioni e gli approcci possono anche essere diversi. Ciò che conta è che si prenda atto dell’esigenza e, anzi, dell’urgenza, se non addirittura dell’emergenza, del fallimento regolamentare – nel metodo prima che nel merito – che si sta registrando e dell’esigenza di correre ai ripari. Il rischio, se non lo si capisce e se si manca l’obiettivo, è quello che, se non tutto, molto vada storto nella seconda delle sfide che occorre affrontare senza ritardo. Eccola.

La sfida dei confini da tracciare tra poteri pubblici e privati

Stefano Rodotà, tra tanti altri incarichi, primo Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ci ricordava spesso che quando le regole che escono – o dovrebbero uscire – dalle istituzioni democratiche, in ambito tecnologico, non arrivano in tempo, quello che accade è che la tecnologia diventa essa stessa una forma di regolamentazione e finisce con il plasmare la vita delle persone e quella dell’intera società.

Quando questo avviene, la tecnocrazia – oggi diremmo l’algocrazia – si sostituisce alla democrazia. È uno spettacolo umanamente e democraticamente drammatico che sta andando in scena sul palco globale proprio mentre il 2025 si avvia a entrare negli archivi della storia e il 2026 muove i primi passi.

Che si guardi al nostro quotidiano o alla vita della società contemporanea, un numero crescente di aspetti, profili ed episodi sono governati più a mezzo algoritmo che a mezzo leggi, regolamenti e decreti usciti dalle istituzioni democratiche.

Basti pensare alla dieta mediatica dell’intera umanità oggi decisa dagli algoritmi dei grandi motori di ricerca e da quelli dei servizi basati sulle intelligenze artificiali generative. O ai percorsi che facciamo, a piedi, in bicicletta o in auto, nelle nostre città o all’estero, percorsi rigorosamente decisi dagli algoritmi dei sistemi di navigazione satellitare.

E lo stesso vale per i treni e gli aerei che prendiamo, gli hotel dove dormiamo, i ristoranti dove mangiamo, le scuole e le università dove studiano i nostri figli, la scelta dei medici e degli ospedali dove ci curiamo, i lavori che troviamo.

Quello che compriamo, quello che indossiamo, la musica che ascoltiamo. Tutto è ormai eterodiretto a mezzo algoritmi, interfacce, tecnologie. E, naturalmente, questo significa che tutto è governato dalle fabbriche degli algoritmi e della tecnologia o, meglio, dai proprietari di queste fabbriche: una manciata di oligopolisti oggi dotati di un potere enorme, superiore a quello del quale qualsiasi conglomerato di soggetti privati abbia mai disposto nella storia.

Non i giganti del petrolio, non quelli dell’energia, non quelli del mercato automobilistico, non quelli dell’acciaio, dell’audiovisivo, del software o dei trasporti. Mai così pochi soggetti privati hanno contato così tanto nel governo delle cose del mondo come in questa stagione. È un fenomeno senza precedenti che ha completamente ridisegnato la mappa del potere globale.

Il principio del “tecnologicamente impossibile”

Gli oligopolisti in questione non solo si sono posti, in un numero crescente di ambiti, al di sopra delle leggi e al di fuori delle dinamiche di applicazione di queste ultime ma stanno, come si è detto, dettando le loro leggi, a mezzo tecnologia. E che sia la strada sbagliata, una strada insostenibile nella dimensione umana e democratica, una strada che minaccia di far saltare il poco che resta degli equilibri globali, ormai, dovrebbe essere evidente.

Basta pensare alla frequenza con la quale i signori degli algoritmi e della tecnologia, semplicemente, rifiutano di rispettare la disciplina in vigore. Farlo, sostengono, sarebbe tecnologicamente impossibile. E avrebbero ragione perché, in effetti, è sempre più difficile usare le loro tecnologie rispettando le regole in vigore, ma il punto è che le loro tecnologie sono state progettate e sviluppate quando le regole in questione già esistevano, con la naturale conseguenza che avrebbero dovuto essere sviluppate rispettandole o, al limite, non progettate sino al cambio delle regole, cambio che i proprietari delle fabbriche di algoritmi e tecnologie avrebbero potuto e dovuto chiedere ai Parlamenti e ai Governi, rimettendosi poi alle dinamiche democratiche.

Insomma, il principio del tecnologicamente impossibile come regola per sovrascrivere le regole uscite dalle istituzioni democratiche non convince e non può convincere. È un po’ come se un costruttore di automobili, pur consapevole dell’esistenza di taluni limiti di velocità, progettasse e costruisse autovetture la cui velocità minima è superiore alla massima consentita e, poi, dopo averlo fatto, davanti a chi gli chiedesse di rispettare le regole, eccepisse la circostanza che è impossibile in ragione della propria tecnologia.

Personalmente non avrei dubbi nel definire pirata e non innovatore il costruttore in questione. Ma non è quello che sta attualmente accadendo. Il tecnologicamente impossibile, in alcuni ambiti, sembra ormai diventato un nuovo istituto di abrogazione delle regole vigenti. Basta pensare ai servizi di intelligenza artificiale generativa i cui algoritmi sono stati addestrati dando loro in pasto l’intero scibile disponibile nella dimensione digitale, senza chiedere permesso a nessuno e senza alcun rispetto delle regole in vigore. E non è che rispettare quelle regole sarebbe sempre stato effettivamente impossibile. Il più delle volte sarebbe, semplicemente, stato più oneroso in termini di tempo o denaro.

AI e rapporto tra poteri privati e pubblici

Ora, però, la situazione rischia di diventare insostenibile con i poteri privati che, a mezzo tecnologia, si sostituiscono ai poteri pubblici in un numero crescente di ruoli e funzioni che dovrebbero essere appannaggio esclusivo di questi ultimi.

È urgente invertire la tendenza. Tracciare nuovi confini tra i primi e i secondi.

Identificare un elenco di poteri pubblici in relazione ai quali escludere in maniera insuperabile ogni sostituzione diretta o indiretta, anche semplicemente de facto, a opera di poteri privati.

E, naturalmente, solo le leggi che escono dalle istituzioni democratiche, eventualmente mediate e attuate dalle decisioni di Agenzie e Autorità come sopra ipotizzato, possono riuscire nell’impresa.

Questo ci porta direttamente all’ultima tra le tre principali sfide da affrontare e vincere nei mesi che verranno.

La sfida della tregua tra regolamentazione e innovazione tecnologica

Nel corso del 2025 è deflagrata un’autentica rivolta contro la regolamentazione, in particolare del settore digitale. Il grido dei rivoltosi è, più o meno, sempre lo stesso: le regole frenano l’innovazione tecnologica che rappresenta la più straordinaria delle leve disponibili per sollevare l’economia globale.

È una rivolta che è partita dai colletti bianchi, dalle élite, dai Governi delle economie più sviluppate e che ospitano i giganti della tecnologia.

A scandire, nell’ultimo anno con maggiore insistenza che in passato, lo slogan della rivolta, non a caso, è stato Donald Trump, nel suo primo giorno da Presidente rieletto degli Stati Uniti d’America, nell’annunciare l’abrogazione dell’executive order con il quale il suo predecessore, Joe Biden, aveva provato a regolamentare l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società.

E, però, è una rivolta che, a prescindere dalle sue origini altolocate, ha una presa straordinaria anche sulla gente comune, sulle masse, su chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Perché, naturalmente, se si racconta che le cose potrebbero andar meglio se si regolamentasse di meno, se si lasciasse correre di più il progresso tecnologico, se ci si sottraesse al rischio di vedersi sistematicamente sorpassare nella corsa globale verso il futuro da economie e industrie di Paesi che – almeno nella narrativa che serpeggia tra i rivoltosi – regolamentano di meno e innovano di più, è facile trovare consensi, sostenitori e manifestanti in ogni settore della società.

La causa della de-regolamentazione

Proprio per questo è una rivolta pericolosa che va sedata sul nascere. Perché la causa è sbagliata, la narrativa fuorviante e ipocrita, le conseguenze drammatiche: “Il progresso tecnologico è come un’ascia nelle mani di un criminale patologico” e non sono le parole di un luddista ma quelle di Albert Einstein, uno scienziato con pochi eguali nella storia dell’umanità. Solo le regole possono sfilare quell’ascia dalle mani di quel criminale e trasformare uno strumento di offesa in uno strumento di vero progresso.

E il vero progresso, il solo che dovremmo abituarci a considerare innovazione, è quello del quale parlava Henry Ford quando diceva che “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”. Niente di più lontano rispetto a quello che sta accadendo, con i vantaggi delle nuove tecnologie asserviti all’interesse economico e politico di pochissimi, grazie a inedite concentrazioni di potere tecno-finanziario.

Ecco: le regole servono anche a questo, a garantire la distribuzione dei vantaggi tecnologici, a scongiurare il rischio che si rafforzino oligopoli tecno-commerciali capaci di rendere interi mercati ormai incontendibili, annientando la libertà di concorrenza, con effetti insostenibili per miliardi di utenti e consumatori in tutto il mondo.

Ma le regole servono anche per evitare che si creino alleanze invincibili tra l’industria tecnologica e il potere politico. Perché quando questo avviene – e sta avvenendo tanto rapidamente che nelle fila dei rivoltosi dell’anti-regolamentazione digitale militano i più grandi oligopolisti tecnologici e i leader di alcune superpotenze – è la stessa idea di una società democratica a essere minacciata.

Il ruolo delle big tech

Qui i panegirici sono pericolosi e bisogna essere diretti: gli oligopoli digitali di oggi sono pressoché integralmente basati sulla conoscenza profonda di oltre cinque miliardi di persone – la maggioranza assoluta della popolazione globale – acquisita da meno di dieci giganti tecnologici.

Una conoscenza che garantisce a questi giganti e ai loro partner politici un potere di manipolazione di massa dell’opinione pubblica globale senza precedenti. Chi controlla le tecnologie, oggi, controlla le persone in tutte le dimensioni della loro vita, lasciando loro, anzi lasciando a noi, solo un’illusione artificiale di libertà.

Ecco, per questo, la causa della rivolta è semplicemente sbagliata, perché è una rivolta egoistica ed elitaria che sacrifica l’interesse dei più sull’altare di quello di pochi. Ma è anche una rivolta basata su una narrativa fuorviante e ipocrita: l’obiettivo dei rivoltosi, infatti, non è eliminare le regole, ma lasciare che le regole siano dettate a mezzo tecnologia, ovvero, come si è già detto, da loro stessi.

Quali sfide ci attendono

È per questo che fermare questa rivolta il prima possibile è una delle sfide più importanti che ci attendono nell’anno appena iniziato. Anche perché è una rivolta che sta generando una confusione pericolosa, inducendo anche le masse a pensare che le regole, il loro, il nostro più prezioso alleato, lo strumento per eccellenza di difesa dei diritti e delle libertà fondamentali e l’unico scudo a disposizione dei più deboli contro i più forti siano, in realtà, delle avversarie e dei nemici da fermare, neutralizzare e sconfiggere.

È vero il contrario: dovremmo spingere le persone a innamorarsi letteralmente delle regole democratiche senza le quali, in una stagione come questa della vita del mondo, così tanto tecnocentrica, è la stessa umanità a essere in pericolo.

Poi che sia urgente e necessario, oggi più di sempre, un ripensamento profondo sul modo di scrivere le regole, sui tempi dei processi regolamentari ormai incompatibili con quelli dell’innovazione tecnologica, sull’esigenza di debellare l’ipertrofia normativa degli ultimi decenni è indiscutibilmente vero – e lo scrivo qui sopra – ma è una questione diversa che non andrebbe strumentalizzata, come fanno i rivoltosi, per raggiungere obiettivi politici e commerciali egemoni.

Sarà un 2026 impegnativo, un anno in cui non sbagliare, un anno in cui riscoprire, giorno dopo giorno, quanto le regole siano preziose e non solo non siano nemiche dell’innovazione ma le sue migliori alleate, almeno se per innovazione intendiamo quella vera, quella capace di accrescere il benessere collettivo.

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