La bozza della norma UE Digital Networks Act – che la Commissione dovrebbe approvare il 20 gennaio – circolata in queste ore sposta la discussione dal livello delle intenzioni a quello dei meccanismi concreti per il settore delle telecomunicazione.
Non siamo più nel territorio delle dichiarazioni su mercato unico e competitività, ma nel dettaglio di procedure, scadenze, ruoli istituzionali e, soprattutto, incentivi .
È una differenza decisiva: se cambi gli incentivi, cambi davvero il comportamento degli operatori.
Se cambi solo la retorica, ottieni un’altra stagione di adempimenti formali senza trasformazione sostanziale.
Indice degli argomenti
Digital Networks Act: perché serve ora
La diagnosi di partenza è in larga parte condivisibile e riprende quanto già evidenziato nel White Paper della Commissione e nei rapporti Draghi, Letta e Niinistö.
L’Europa sconta una frammentazione che erode la competitività: ventisette regimi di licenza per le frequenze, ventisette procedure di asta per lo spettro, ventisette sistemi autorizzativi che producono quella che la Commissione definisce “frammentazione a specchio”.
I costi di compliance diventano una tassa occulta sugli investimenti, i tempi di ritorno si allungano e i capitali internazionali preferiscono mercati più integrati e prevedibili.
Il DNA, almeno nelle intenzioni, vuole ridurre questo attrito e costruire condizioni operative più omogenee.
Il rischio, però, è scegliere strumenti che ottengono uniformità formale al prezzo di rigidità sostanziale.
Oppure spingere la transizione lungo scorciatoie tecnologiche che non migliorano davvero la qualità del servizio per gli utenti finali.
Nel Digital Networks Act il salto istituzionale è la scelta del regolamento
Un passaggio istituzionale decisivo è la trasformazione del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche da direttiva a regolamento direttamente applicabile.
La differenza non è solo tecnico-giuridica: le direttive richiedono recepimenti nazionali che hanno storicamente generato varianti interpretative, diluendo o snaturando l’intento originario del legislatore europeo.
Il regolamento bypassa questo passaggio ed entra in vigore in modo uniforme in tutti gli Stati membri.
Per i grandi investitori infrastrutturali, la certezza giuridica è un criterio primario: regole identiche da Lisbona a Tallinn e procedure standardizzate abbassano il rischio regolatorio e, quindi, il costo del capitale.
Resta tuttavia un rischio strutturale: una regolazione uniforme non cancella automaticamente culture regolatorie nazionali profondamente radicate.
L’esperienza delle tariffe di terminazione mobile mostra che anche con un framework unitario restano margini per interpretazioni creative e deroghe opportunistiche.
Per questo il DNA deve essere estremamente preciso su tempistiche, soglie quantitative, procedure di enforcement e sanzioni, evitando formulazioni ambigue che riproducano la frammentazione sotto altra forma.
Switch-off del rame nel Digital Networks Act: scadenze e perimetri
La parte più delicata della bozza riguarda lo switch-off delle reti in rame.
Il DNA costruisce un percorso articolato: le autorità nazionali devono delimitare le “copper switch-off areas” entro maggio 2028, usando criteri armonizzati che la Commissione dovrebbe fissare entro febbraio dello stesso anno.
Ogni Stato membro deve poi predisporre un piano nazionale di transizione alla fibra entro ottobre 2029, descrivendo coperture, iniziative di deployment e misure per una migrazione ordinata.
Sulla carta l’impostazione appare prudente: lo switch-off scatta solo quando la fibra raggiunge almeno il 95% delle abitazioni in prossimità e quando sono disponibili servizi retail a prezzi accessibili e di qualità comparabile al rame.
Il problema nasce dalla combinazione tra queste condizioni e la scadenza del 31 dicembre 2035.
Entro quella data lo switch-off dovrebbe essere realizzato in tutte le aree delimitate, con eccezioni ammesse solo dove la fibra non è economicamente sostenibile e non esiste una soluzione alternativa adeguata.
Questa combinazione può trasformare la condizionalità, pensata come garanzia, in un obbligo generalizzato man mano che ci si avvicina al termine.
Nel Digital Networks Act il rischio è un “command and control” poco realistico
Le scadenze rigide possono funzionare come segnale per orientare gli investimenti.
Ma possono anche produrre distorsioni significative, soprattutto quando diventano il perno politico della transizione.
La prima distorsione è definitoria: avvicinandosi al 2035 aumenta l’incentivo ad allargare che cosa si intende per “qualità comparabile” e “affordability”.
Questo rischio cresce nei mercati dove la fibra passa vicino ma non è davvero disponibile in modo capillare fino all’unità immobiliare.
La seconda distorsione è tecnologica: se la fibra non è pronta, la pressione allo spegnimento spinge gli utenti verso surrogati che non garantiscono prestazioni equivalenti.
È qui che l’approccio “command and control” rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato.
Alternative wireless: utili, ma non equivalenti alla fibra
Fixed Wireless Access, satellite e mobile sono strumenti utili come gap-filler temporanei.
Ma non rappresentano sostituti strutturali della fibra per capacità, latenza e stabilità, soprattutto nelle ore di punta.
Il FWA tende a mostrare un calo di prestazioni maggiore durante i picchi di utilizzo, proprio quando gli utenti hanno più bisogno di connettività affidabile per lavoro da remoto, didattica a distanza o telemedicina.
Il satellite può essere valido nelle aree estremamente remote, ma soffre di vulnerabilità meteorologica, requisiti di installazione stringenti, costi elevati e cap di traffico restrittivi.
Il mobile, pur evolvendosi con il 5G standalone, è ancora lontano dall’essere una rete ad altissima capacità e in molti casi non eguaglia nemmeno le prestazioni delle soluzioni misto-rame come il VDSL.
Non è pedanteria tecnica: è il confine tra una transizione che migliora la vita digitale e una che la peggiora, creando un nuovo digital divide basato sulla qualità del servizio.
La relazione causale dovrebbe essere invertita: non spegnere il rame per poi cercare alternative, ma rendere disponibile la fibra e solo allora procedere allo spegnimento.
Nel Digital Networks Act le definizioni elastiche possono riaprire la frammentazione
La bozza richiama salvaguardie per gli utenti e continuità dei servizi critici.
Ma lascia aperta la questione fondamentale: chi definisce concretamente “adeguato”, “comparabile” e “affordable”, e con quali metriche verificabili.
Il documento chiede alle autorità nazionali criteri obiettivi e trasparenti, tenendo conto delle circostanze locali.
Senza un set minimo di indicatori comuni, però, questa elasticità diventa un invito alla frammentazione interpretativa che il DNA dichiara di voler superare.
Sul tema dell’accesso adeguato la bozza attribuisce un ruolo diretto alla Commissione, con atti di esecuzione e input di BEREC, per determinare il servizio di accesso internet adeguato e la banda necessaria per la partecipazione sociale ed economica.
Qui la scelta politica è delicata: alzare la soglia rende più difficile considerare comparabile un surrogato wireless.
Abbassarla facilita lo switch-off, ma normalizza il downgrade.
Digital Networks Act, enforcement e migrazione di massa: il collo di bottiglia è nei processi
Il capitolo sull’enforcement disegna un DNA più muscolare di quanto le premesse lascino intendere.
Gli operatori devono presentare piani di switch-off entro sei mesi dall’adozione dell’atto vincolante e rispettare obblighi stringenti di comunicazione e rendicontazione.
Le autorità nazionali possono imporre sanzioni “efficaci, proporzionate e dissuasive” fino a una percentuale del fatturato globale annuo, anche se nella bozza questa percentuale non è ancora valorizzata.
Il principio è comprensibile: evitare inerzia o comportamenti opportunistici.
Ma la transizione non è solo cantiere fisico: è migrazione di massa con dipendenze IT, processi commerciali, assistenza clienti e interoperabilità wholesale.
Un progetto pilota tedesco sul copper switch-off ha mostrato che i processi IT necessari per la migrazione possono richiedere uno o due anni solo per essere sviluppati.
Se il DNA aggiunge strati procedurali senza semplificare davvero l’operatività, rischia un paradosso: più adempimenti, più contenzioso, più ritardi.
Il Digital Networks Act e il Single Passport: meno attriti, ma attenzione all’arbitraggio
Il Single Passport è la parte più lineare e potenzialmente più utile della bozza, perché attacca un attrito reale e quantificabile.
L’idea è semplice: un provider che intende operare in uno o più Stati presenta una sola notifica a un’autorità regolatoria di uno degli Stati interessati, senza dover ottenere ulteriori atti amministrativi negli altri Paesi.
L’autorità notificata deve confermare entro una settimana, includendo condizioni e obblighi applicabili in tutti gli Stati di destinazione.
La bozza introduce standardizzazione che conta nella pratica: template BEREC uniformi, divieto di richiedere documenti aggiuntivi oltre il set comune, e un database pubblico delle notifiche gestito dall’ODN.
Se applicato con rigore, questo meccanismo può ridurre significativamente i costi di compliance e rendere più credibile l’idea di servizi davvero transfrontalieri.
Il lato oscuro è l’arbitraggio regolatorio: se il passaporto consente di scegliere lo Stato di notifica, la concorrenza può spostarsi verso la giurisdizione più permissiva o meno attrezzata nel controllo.
Il DNA assegna al regolatore dello Stato di notifica il potere di sanzionare e, nei casi gravi, di ritirare il diritto di operare, previa consultazione con le autorità coinvolte.
È un presidio necessario, ma la sua efficacia dipenderà da procedure davvero standardizzate e da un coordinamento operativo, non solo formale.
Nel Digital Networks Act la governance cambia con ODN e RSPB
La governance è un pilastro dell’impianto.
L’ODN non sarebbe più un semplice supporto amministrativo, ma parteciperebbe ai workstream e dovrebbe produrre un report annuale sul mercato interno delle comunicazioni elettroniche, includendo trend, sfide, effetti delle fusioni e aspetti di sicurezza e resilienza in coordinamento con ENISA.
In parallelo, il Radio Spectrum Policy Group verrebbe trasformato in RSPB, con l’ODN che ne assumerebbe la segreteria e fornirebbe supporto anche di merito, raccogliendo best practice su design d’asta e fee.
È una centralizzazione “soft”: le decisioni restano in capo alla Commissione e alle autorità nazionali.
Ma è comunque un salto qualitativo, perché segnala la volontà di dotarsi di capacità analitica e coordinamento più robusti.
Più centralizzi, però, più devi rendere tracciabili le scelte: dati economici, modelli previsionali e alternative scartate devono restare accessibili e verificabili.
Altrimenti la centralizzazione rischia di diventare opacità, esponendo il regolamento a contestazioni politiche e reputazionali.
Digital Networks Act e spazio: autorizzazione UE tra autonomia e colli di bottiglia
Il capitolo satellitare cambia davvero paradigma.
Il Single Passport non si applica ai servizi satellitari, per i quali viene introdotta un’autorizzazione specifica a livello europeo.
Le autorizzazioni nazionali verrebbero sostituite da EU authorisations entro tre anni dall’entrata in vigore del regolamento.
Le condizioni includono compliance alle regole ITU, obblighi di non interferenza, requisiti aggiuntivi se il filing proviene da un Paese terzo e previsione di spectrum fees.
La motivazione dichiarata è l’autonomia strategica e la resilienza, collegando la connettività satellitare a aree remote, sicurezza, gestione delle crisi e difesa.
L’obiettivo è difendibile, ma i rischi sono concreti: fee elevate e complessità procedurale possono favorire operatori già grandi e consolidati.
E, soprattutto, centralizzare autorizzazioni ed enforcement richiede capacità operativa e tempi rapidi.
Altrimenti si sostituisce la frammentazione nazionale con un collo di bottiglia europeo che rallenta tutti indistintamente.
Nel Digital Networks Act il “fair share” big tech resta la frattura politica
La questione più controversa riguarda il meccanismo di fair share per il finanziamento delle reti con i soldi delle big tech.
Da anni i grandi generatori di traffico dati esercitano pressione crescente sulle capacità di rete senza contribuire direttamente ai costi di mantenimento e potenziamento dell’infrastruttura.
Il DNA non propone una tassa generalizzata, ma istituisce un meccanismo di risoluzione rapida delle controversie centralizzata, che potrebbe portare, in casi estremi, a forme di compensazione economica.
Formalmente non è un’imposta strutturale, ma può produrre effetti analoghi e dovrà essere calibrata per non diventare un onere permanente per i fornitori di contenuti.
La sfida è evitare che il meccanismo diventi una rendita per gli incumbent.
Senza una metodologia trasparente e pubblica per misurare impatto del traffico e costi incrementali associati, la discussione rischia di degenerare in uno scontro ideologico tra “free internet” e “chi usa paga”.
Network-as-a-service nel Digital Networks Act: reti come piattaforme programmabili
Un aspetto innovativo riguarda l’apertura al paradigma network-as-a-service.
Disaggregazione delle funzioni di rete, virtualizzazione ed esposizione via API permetterebbero a startup e imprese verticali di acquistare capacità dedicata, pagando per l’uso effettivo.
È un salto dal tradizionale accesso fisico all’ingrosso verso un ecosistema in cui si commercializza capacità logica, latenza garantita e qualità del servizio differenziata.
Sancendo la neutralità tecnologica e imponendo la pubblicazione di interfacce standardizzate, il DNA potrebbe catalizzare questo mercato.
Non è un dettaglio: significa trasformare le reti in piattaforme abilitanti per edge computing, AI distribuita, IoT industriale e realtà aumentata.
Se l’Europa vuole contare nella prossima generazione di servizi digitali, deve rendere le reti programmabili e componibili, non solo tubi.
Nel Digital Networks Act sicurezza e resilienza diventano requisiti industriali
Le infrastrutture digitali sono bersagli primari per attori ostili.
Il DNA integra e rafforza il framework del Cybersecurity Act proponendo un sistema di certificazione unificato per equipaggiamenti 5G e futuri 6G, spingendo gli Stati membri verso fornitori classificati “a basso rischio” con criteri condivisi.
Questa disposizione implica scelte industriali complesse: la filiera europea non copre l’intero spettro tecnologico necessario.
L’Europa dipende da fornitori extra-europei per chipset avanzati, da vendor asiatici per equipment a costo competitivo e da piattaforme americane per servizi e applicazioni.
Ridurre la dipendenza da giurisdizioni geopoliticamente problematiche è però un imperativo strategico che va oltre le considerazioni puramente economiche.
Il DNA può almeno garantire che il mercato continentale sia abbastanza grande e prevedibile da giustificare investimenti in ricerca e capacità produttiva locale.
Digital Networks Act e spettro: coordinare aste e ridurre drenaggio di capitale
Sul versante dello spettro radio, il DNA introduce criteri unificati per l’assegnazione delle frequenze e una procedura di Single Market che consente alla Commissione, BEREC e RSPB di intervenire sui processi nazionali.
La bozza prevede licenze di durata maggiore e la possibilità per gruppi industriali transnazionali di ottenere autorizzazioni paneuropee per usi verticali specifici, come reti private 5G per fabbriche, porti o agricoltura di precisione su più Stati membri.
Oggi queste aziende affrontano iter diversi in ogni Paese per sistemi che operano su scala globale.
Uniformare scadenze, requisiti tecnici e procedure amministrative può generare risparmi di tempo nell’ordine di anni.
C’è poi un nodo economico: il costo cumulativo delle aste 5G ha drenato decine di miliardi che avrebbero potuto finanziare fibra o ricerca sul 6G.
Coordinare tempistiche e condizioni mira a ridurre guerre competitive tra Stati membri per estrarre rendite dalle aste e liberare risorse per investimenti produttivi.
Il nodo economico che attraversa tutto il Digital Networks Act
C’è un aspetto trasversale: la sostenibilità economica del settore.
I prezzi delle telecomunicazioni in Italia sono calati del 30% in dieci anni, contro una media europea del 9,7%.
Questa pressione sui margini, combinata con investimenti massicci richiesti dalla fibra, crea una tensione che non si risolve per decreto.
Forzare uno switch-off accelerato senza considerare la sostenibilità finanziaria rischia di compromettere la capacità del settore di finanziare le reti del futuro.
Il caso degli operatori wholesale-only è emblematico: senza relazione diretta con l’utente finale, non hanno le leve per guidare la migrazione.
Se lo switch-off viene imposto anche dove la fibra non arriva davvero fino all’unità immobiliare, il rischio è lasciare clienti senza alternative credibili, erodendo la base economica della transizione.
Conclusione: nel Digital Networks Act contano incentivi e metriche
La bozza del DNA può accelerare il mercato unico solo se evita la tentazione di governare la transizione con scadenze e adempimenti invece che con incentivi e metriche.
Lo switch-off del rame può essere uno strumento utile, non un obiettivo in sé: deve essere subordinato a qualità reale e sostenibilità economica.
Altrimenti produce downgrade e nuovi divari, cioè l’opposto della trasformazione digitale promessa.
Il Single Passport può ridurre attriti reali, ma richiede anticorpi robusti contro l’arbitraggio regolatorio e un enforcement coordinato che funzioni nella pratica.
La nuova governance con ODN e RSPB può dare massa critica e coerenza all’azione europea, ma solo se aumenta anche trasparenza e tracciabilità delle scelte.
In ultima analisi, la sfida non è spegnere il rame entro una data arbitraria.
La sfida è gestire una transizione che garantisca a tutti connettività di qualità, sostenibile per gli operatori e tecnologicamente adeguata alle esigenze del futuro.
Il paradosso delle telco europee è più grave in Italia
Asstel l’anno scorso in più occasioni ha riportato con chiarezza quello che nel settore viene ormai chiamato “paradosso telco”: si investe tantissimo per far crescere reti e capacità, ma la capacità di trasformare quel costo in ricavi e margini resta debole, anche perché le tariffe continuano a scendere.
Vale per l’Europa ma ancora di più per l’Italia, affossata da una guerra dei prezzi che dura da anni.
Il punto di partenza sono i numeri degli investimenti. Nel quadro presentato da Asstel al Forum nazionale 2025, gli investimenti privati (CAPEX) degli operatori nel 2024 scendono del 4% e si fermano a 6,5 miliardi di euro, che in Italia è comunque una cifra enorme: vale il 23% dei ricavi complessivi degli operatori. In altre parole, quasi un quarto del fatturato viene “rimesso” ogni anno nelle infrastrutture.
E questo è già un elemento chiave del paradosso: in molti settori industriali un’intensità d’investimento così alta sarebbe compatibile solo con livelli di profittabilità molto più robusti.
Asstel aggiunge un dettaglio che rende il quadro più teso: se si ragiona a prezzi costanti, quindi depurando l’effetto inflazione, il calo degli investimenti appare più marcato; e nel confronto lungo 2019–2024 la contrazione reale arriva a -26%.
Tradotto: non è che le telco stiano “scegliendo” di investire meno perché non serva; è che stanno iniziando a non riuscire più a sostenere lo sforzo con la stessa forza finanziaria di pochi anni fa.
La seconda gamba del paradosso è nei ricavi. Nel materiale 2025 collegato al Rapporto di filiera, Asstel e gli Osservatori del Politecnico indicano che nel 2024 i ricavi lordi complessivi degli operatori valgono circa 28 miliardi di euro (con un incremento di circa 800 milioni, +3%). Ma nello stesso tempo il confronto storico resta impietoso: dal 2010 il settore ha “perso” quasi 14 miliardi di ricavi, cioè circa -33% del valore iniziale.
Questa è l’anomalia: le reti sono diventate più centrali di qualunque altro pezzo dell’economia digitale, ma l’industria che le costruisce e le mantiene vale meno di quindici anni fa.
Il cuore economico della questione sta nel rapporto tra margini e investimenti: quello che resta, dopo aver pagato i CAPEX, per finanziare debito, imposte e remunerare capitale. Nel documento 2025, il saldo EBITDA–CAPEX viene sintetizzato così: nel 2010 il settore disponeva di oltre 10 miliardi (pari al 21% dei ricavi), mentre nel 2024 scende a circa 1,2 miliardi, cioè il 4% dei ricavi: un crollo di -77%.
È qui che il paradosso diventa “strutturale”: anche quando i ricavi smettono di peggiorare, l’intero margine viene eroso dall’esigenza di continuare a investire.
E arriviamo al terzo pezzo: le tariffe. In Italia la dinamica dei prezzi continua a essere deflattiva. Nel 2025, al Forum Asstel, viene richiamato il dato dell’Osservatorio Agcom: tra 2023 e 2024 i prezzi delle comunicazioni elettroniche sarebbero scesi del 5,6% (contro una media europea del 3%) e, soprattutto, tra dicembre 2015 e dicembre 2024 l’Italia accumula un calo del -30%, il più forte tra i grandi Paesi UE. Nel primo semestre 2025 il trend negativo prosegue con un -4,7%.
Questi numeri aiutano a spiegare perché, anche in presenza di più clienti e più traffico, la monetizzazione “per unità” rimanga bassa: il mercato è competitivo, ma la competizione si scarica soprattutto sul prezzo.
Nel discorso pubblico del 2025, Asstel prova anche a rendere visibile l’ultimo cortocircuito: si può perfino crescere di ricavi in un anno, ma la marginalità non si libera. Nella nota di novembre l’associazione scrive che, considerando non solo gli investimenti privati ma anche quelli anticipati dagli operatori e sostenuti da fondi pubblici (tema PNRR), l’indicatore EBITDA-CAPEX finisce “quasi pari a zero”, perché “l’intera marginalità” viene assorbita dagli investimenti.
È un modo elegante per dire che, in certe condizioni, la rete diventa una macchina che consuma cassa: indispensabile per il Paese, ma economicamente sempre più difficile da sostenere.
Alessandro Longo














