Il riciclo delle terre rare sta emergendo come una delle priorità industriali più urgenti per le economie occidentali: recuperare questi elementi dai rifiuti elettronici non è più solo una questione ambientale, ma una scelta strategica che coinvolge Stati, Big Tech e capitali privati.
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Il vero nodo delle terre rare non è scavare, ma trasformare
Per anni il dibattito sulle terre rare si è concentrato sulle miniere. Oggi il baricentro si sta spostando: raffinazione, riciclo e controllo della filiera contano più dell’estrazione. La nuova ondata di investimenti nelle startup del riciclo delle terre rare segnala un cambiamento strutturale, accompagnato da un ruolo più diretto dello Stato come market maker, dal coinvolgimento crescente delle Big Tech e dall’emergere di scenari industriali e geopolitici inediti per il prossimo decennio. Il punto di partenza è un dato chiave spesso ignorato: meno dell’1% delle terre rare contenute nei prodotti a fine vita viene oggi recuperato.
Le terre rare sono un’infrastruttura invisibile dell’economia contemporanea: motori elettrici, turbine eoliche, elettronica di consumo, sistemi di difesa. Il punto critico, tuttavia, non è solo l’estrazione, ma la capacità di separare, raffinare e trasformare questi elementi in materiali utilizzabili dall’industria.
Secondo l’International Energy Agency, la Cina continua a concentrare una quota largamente dominante della capacità globale di raffinazione delle terre rare, anche quando l’estrazione avviene in altri Paesi. Questo quadro non emerge solo dai report storici, ma è confermato anche dalle analisi più recenti sui minerali critici pubblicate dall’IEA nel 2024 e nel 2025, che mostrano come le fasi di lavorazione e trasformazione restino fortemente concentrate in pochi Paesi, con la Cina in posizione di netto vantaggio.
Le analisi più recenti dell’IEA confermano che la dipendenza occidentale si colloca soprattutto nelle fasi a valle della filiera, dove Pechino mantiene un vantaggio industriale difficilmente colmabile nel breve periodo. Questo squilibrio rende strutturalmente fragile la catena di approvvigionamento e spiega perché nuove miniere negli Stati Uniti o in Europa, pur necessarie, non sono sufficienti senza investimenti paralleli in raffinazione e trasformazione.
Il Global Critical Minerals Outlook 2025 dell’IEA sottolinea come la concentrazione della capacità di raffinazione e magnet-making rappresenti oggi uno dei principali rischi sistemici per le economie avanzate, soprattutto in scenari di tensione geopolitica o restrizioni all’export. A questi si affiancano i dati aggiornati sulla distribuzione regionale della produzione di terre rare e magneti permanenti, pubblicati dall’IEA nel 2024–2025, che mostrano una diversificazione ancora lenta e incompleta. A ciò si aggiunge un fattore temporale: sviluppare una miniera richiede spesso più di dieci anni. In un contesto di tensioni geopolitiche e transizione energetica accelerata, questo orizzonte è troppo lungo. È qui che il riciclo entra in gioco come opzione industriale credibile.
Un dato che cambia la prospettiva: il riciclo oggi è quasi irrilevante
Il punto di partenza è un numero tanto semplice quanto dirompente. Le evidenze più recenti disponibili confermano che il riciclo delle terre rare è ancora marginale su scala globale.
Il Global E-waste Monitor 2024, pubblicato da ITU e UNITAR, stima che non più dell’1% della domanda globale di terre rare essenziali sia oggi soddisfatta attraverso il riciclo dei rifiuti elettronici. Questo ordine di grandezza è coerente con analisi più recenti di istituzioni scientifiche e industriali europee, che nel 2024–2025 continuano a collocare il recupero effettivo delle terre rare da RAEE ben al di sotto dell’1%, a causa della complessità tecnica della separazione dei magneti e della scarsa convenienza economica dei processi tradizionali. Il dato va letto insieme ad altri due elementi strutturali.
Nel 2022 il mondo ha prodotto oltre 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, una quantità destinata a crescere fino a circa 82 milioni di tonnellate entro il 2030. Di questi, solo il 22,3% viene formalmente raccolto e riciclato come RAEE, mentre la quota restante è dispersa tra stoccaggio domestico, filiere informali e trattamenti che recuperano esclusivamente i metalli più semplici.
Ne deriva l’esistenza di un enorme “giacimento sopra il suolo”: motori elettrici, hard disk, droni, apparecchi medicali, e-bike. Il problema non è la scarsità fisica delle terre rare, ma l’incapacità economica e industriale di recuperarle in modo sistematico e su scala.
Perché i capitali stanno entrando ora nel riciclo delle terre rare
Negli ultimi due anni si osserva un cambiamento netto. Fondi istituzionali, venture capital e investitori industriali stanno finanziando startup specializzate nel recupero di magneti e ossidi di terre rare dai rifiuti elettronici. Il riciclo non viene più trattato come nicchia ESG, ma come componente strategica della supply chain.
Un caso emblematico è Cyclic Materials, startup nordamericana che nel gennaio 2026 ha annunciato un round da 75 milioni di dollari guidato da T. Rowe Price, portando la raccolta complessiva a oltre 160 milioni.
La società sta avviando un impianto di riciclo a Mesa, in Arizona, concepito come una vera e propria “miniera sopra il suolo”: circa 2.000 tonnellate di motori elettrici e componenti provenienti da e-bike, droni, hard disk, apparecchiature medicali e altri dispositivi elettronici a fine vita, trattati per recuperare magneti e ossidi di terre rare. L’obiettivo è scalare impianti di riciclo negli Stati Uniti e in Europa e ridurre il time-to-market rispetto a nuovi progetti minerari.
La logica industriale è chiara. Il riciclo consente di avviare capacità produttive in pochi anni, non in decenni, di estrarre valore non solo dalle terre rare, ma anche da metalli collaterali come il rame, che migliorano l’economia complessiva degli impianti. Nel caso di Cyclic Materials, le stime indicano che l’impianto di Mesa potrebbe generare, nei primi anni di attività, circa 2.500 tonnellate di rame, con un valore potenziale superiore a quello degli ossidi di terre rare recuperati nello stesso periodo.
Questo elemento è cruciale per la sostenibilità economica del modello di business, il rame contribuisce a finanziare l’infrastruttura industriale necessaria per il recupero delle terre rare, che da sole difficilmente garantirebbero ritorni sufficienti nel breve termine.
Dallo Stato regolatore allo Stato investitore
Un elemento distintivo di questa fase è il ruolo diretto dello Stato. Negli Stati Uniti, la politica industriale sulle terre rare utilizza strumenti tipici della finanza: prestiti condizionati, partecipazioni azionarie, warrant e garanzie di prezzo minimo. Nel 2025 il Dipartimento della Difesa, tramite l’Office of Strategic Capital, ha annunciato impegni finanziari per circa 700 milioni di dollari a favore di ReElement Technologies e Vulcan Elements, con l’obiettivo di costruire capacità domestiche di separazione e produzione di magneti.
Ancora più significativo è il caso MP Materials. Nel 2025 il governo statunitense è entrato nel capitale della società con una quota intorno al 15%, accompagnata da warrant e da un meccanismo di price floor per il neodimio-praseodimio. L’obiettivo è evitare che oscillazioni di prezzo o dumping rendano economicamente insostenibile la filiera occidentale. Qui il messaggio è chiaro: il mercato da solo non garantisce sicurezza industriale. Lo Stato interviene come market maker.
Big Tech come anchor customer della nuova filiera
Un altro cambiamento rilevante è il coinvolgimento diretto delle Big Tech. Apple, Microsoft e Amazon compaiono tra gli investitori e i partner industriali di diverse startup del riciclo. Nel 2025 Apple ha annunciato un impegno da 500 milioni di dollari con MP Materials per sviluppare capacità di produzione e riciclo di magneti negli Stati Uniti, incluso l’utilizzo di feedstock riciclato a Mountain Pass, in California. Per le startup, questi accordi riducono il rischio commerciale e rendono bancabili gli investimenti. Per le Big Tech, garantiscono sicurezza di approvvigionamento e maggiore controllo sulla sostenibilità della filiera.
Il vero collo di bottiglia: l’accesso ai rifiuti elettronici
La difficoltà di reperire volumi adeguati di rifiuti non riguarda solo il Nord America. Anche in Europa stanno emergendo iniziative analoghe, come quella di Ionic Rare Earths, società australiana che ha avviato un impianto a Belfast, in Irlanda del Nord, per il recupero di terre rare dai magneti e che sta valutando un’espansione negli Stati Uniti.
Il caso evidenzia come il controllo dei flussi di rifiuti e la prossimità ai mercati finali siano fattori decisivi quanto la tecnologia di riciclo stessa. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la tecnologia di separazione non è l’unico vincolo.
Uno dei principali colli di bottiglia è l’accesso a flussi sufficienti e continui di rifiuti elettronici. Gran parte dell’e-waste resta inutilizzata o viene trattata in impianti che recuperano rame, acciaio e alluminio, ma lasciano perdere le terre rare, che finiscono in scorie. Chi riesce a valorizzare economicamente anche questi elementi può permettersi di pagare di più lo scrap e ribaltare le dinamiche del mercato dei rifiuti.
Intermezzo Groenlandia, risorse e l’illusione della soluzione semplice
Ogni volta che il dibattito sulle terre rare torna al centro dell’agenda geopolitica, riemerge un riflesso ricorrente: cercare una nuova frontiera geografica che prometta di “risolvere il problema”. Negli ultimi anni questo ruolo simbolico è stato spesso assegnato alla Groenlandia.
Depositi minerari significativi, scioglimento dei ghiacci, prossimità strategica tra Nord America ed Europa: sulla carta, un potenziale Eldorado delle materie prime critiche. La realtà, però, è molto meno lineare. I progetti minerari in Groenlandia si scontrano con vincoli ambientali stringenti, opposizioni locali, infrastrutture quasi inesistenti e tempi di sviluppo incompatibili con l’urgenza industriale attuale.
Anche quando le risorse sono presenti nel sottosuolo, trasformarle in produzione industriale richiede capitali ingenti, consenso politico e soprattutto anni, se non decenni. La Groenlandia diventa così il simbolo di una narrazione ricorrente: l’idea che basti “trovare un posto sulla mappa” per superare una dipendenza strutturale. Questa dinamica ricorda, per certi versi, la metafora resa popolare dal film Don’t Look Up. Di fronte a una minaccia evidente, l’attenzione collettiva si sposta su soluzioni spettacolari, future o tecnologicamente affascinanti, che consentono di rimandare le decisioni più scomode.
Nel caso delle terre rare, la tentazione è credere che una nuova miniera, in Groenlandia o altrove, possa sostituire la necessità di ripensare l’intera filiera. Il riciclo si colloca esattamente all’opposto di questa logica. Non promette una soluzione totale né immediata, non offre una “nuova frontiera” da conquistare, ma lavora su ciò che è già disponibile: rifiuti elettronici, magneti, dispositivi a fine vita.
Una risposta meno spettacolare, ma più aderente ai vincoli reali del sistema industriale. In questo senso, la crescente attenzione verso il riciclo delle terre rare segnala un cambio di maturità del dibattito: dal mito della scorciatoia geografica alla gestione consapevole di filiere complesse.
Tre scenari per il prossimo decennio
Nel primo scenario, il riciclo si consolida come secondo pilastro strutturale della filiera delle terre rare, affiancando il mining domestico e lo sviluppo di capacità di raffinazione locale. In questa traiettoria, una quota crescente della domanda viene soddisfatta da materiale riciclato, inizialmente concentrato sui magneti NdFeB provenienti da specifici flussi ad alta densità (hard disk, motori industriali, e-mobility), per poi estendersi gradualmente ad altre categorie di prodotti. La condizione chiave è la continuità delle politiche industriali: strumenti di market making pubblico, accordi di off-take con grandi clienti industriali e il coinvolgimento delle Big Tech come anchor customer consentono di stabilizzare i ricavi e rendere scalabili gli investimenti. In questo scenario, il riciclo non sostituisce il mining, ma ne riduce la pressione, accorcia i tempi di risposta del sistema e migliora la resilienza complessiva della supply chain.
Nel secondo scenario, il riciclo rimane una componente marginale e intermittente della filiera. Le tecnologie di separazione e recupero funzionano sul piano tecnico, ma faticano a raggiungere una scala industriale sufficiente. I volumi di rifiuti disponibili sono frammentati, i costi di raccolta restano elevati e l’economia dei processi continua a dipendere in modo critico dai co-prodotti (come il rame) più che dalle terre rare stesse. In assenza di un sostegno pubblico stabile e di una domanda industriale garantita, molti impianti operano sotto capacità o restano confinati a nicchie specifiche. In questo contesto, il dato di fondo, un recupero inferiore all’1% delle terre rare contenute nei prodotti a fine vita, cambia poco nel tempo e il riciclo non incide in modo significativo sugli equilibri geopolitici.
Nel terzo scenario, prende forma una biforcazione geopolitica esplicita delle filiere. Da un lato, una catena del valore cinese, altamente integrata, efficiente e competitiva sul prezzo; dall’altro, una filiera occidentale più costosa, sostenuta da politiche industriali, standard ambientali più stringenti e da un’esplicita valorizzazione della sicurezza degli approvvigionamenti. In questo quadro, il riciclo assume un ruolo diverso, non tanto quello di soluzione economicamente ottimale, quanto quello di assicurazione strategica contro shock geopolitici, restrizioni all’export o tensioni commerciali. La convenienza del riciclo viene misurata non solo in termini di costo unitario, ma di riduzione del rischio sistemico. In questo scenario il riciclo delle terre rare diventa pienamente una scelta di politica industriale e di sicurezza economica, più che una semplice risposta tecnologica o ambientale.
Conclusioni
Il riciclo delle terre rare non è una panacea, ma sta diventando un terreno centrale di competizione industriale e geopolitica. Il fatto che capitali privati, Big Tech e governi stiano convergendo su questo segmento segnala un cambio di paradigma: la sicurezza delle materie prime critiche passa sempre meno dall’apertura di nuove miniere e sempre più dalla capacità di progettare, finanziare e governare filiere alternative, a partire da ciò che oggi consideriamo rifiuto. In questo senso, il confronto tra le promesse di nuove frontiere estrattive, dalla Groenlandia in poi, e l’approccio pragmatico del riciclo restituisce una lezione più ampia.
Come in Don’t Look Up, la tentazione di affidarsi a soluzioni spettacolari e rinviate nel tempo rischia di distogliere l’attenzione dalle decisioni meno visibili ma immediatamente operative.
Il riciclo delle terre rare non offre una scorciatoia miracolosa, ma rappresenta una risposta concreta ai vincoli reali dell’economia industriale contemporanea: tempi, capitali, rischio geopolitico. Su questo terreno, più che su nuove mappe da conquistare, si giocherà una parte rilevante della competizione sulle materie prime critiche nei prossimi anni.


















