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AI e università: quali lauree garantiscono più lavoro oggi



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L’intelligenza artificiale sta ridisegnando il mercato del lavoro e l’occupabilità dei laureati. Le ricerche di Stanford e Harvard mostrano cali occupazionali tra i giovani. I dati AlmaLaurea indicano ingegneria e informatica come i percorsi con maggiori sbocchi professionali in Italia

Pubblicato il 26 feb 2026

Carmelina Maurizio

Università degli Studi di Torino



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Quali sono oggi i percorsi universitari che possono garantire oggi maggiore occupabilità in Italia e nel mondo? In che modo l’impatto dell’IA sta definendo il mercato del lavoro e l’occupabilità? Proviamo a leggere le ultime analisi svolte sia dagli atenei sia nell’ambito del mondo del lavoro, nel quale si collocano nuove competenze e nuove richieste, con uno sguardo internazionale non esaustivo.

L’IA riduce l’occupazione giovanile: i dati della ricerca di Stanford

Partiamo dalla recente ricerca di Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen riferita agli atenei statunitensi che si sofferma sulla fascia di età 22-25 anni e in determinati ambiti lavorativi, osserva una tendenza netta: dal 2022 a metà 2025, l’occupazione nei settori a maggiore esposizione all’AI è calata del 13% rispetto ai livelli pre-AI.

Lo stesso calo però non si registra per i lavoratori più anziani, né per chi opera in settori meno esposti. La differenza principale non è tra settori “tecnologici” e “non tecnologici”, emerge sempre dalla ricerca di Stanford, ma tra ruoli che vengono automatizzati e ruoli che vengono supportati dall’AI.

Il confronto tra due categorie di utilizzo — l’automazione e l’augmentation è centrale nello studio, infatti secondo gli autori, l’occupazione per i giovani lavoratori è in declino dove l’IA sostituisce compiti, ma in crescita dove li affianca e il rallentamento dell’occupazione della fascia presa in considerazione è spiegato proprio dall’alto impatto dell’IA e dall’alta esposizione di professioni ad essa.

Harvard conferma: la GenAI colpisce i laureati junior più dei senior

Un’altra indagine realizzata da Seyed M. H. Maasoum e G. Lichtinger, entrambi ricercatori dell’Università di Harvard, sempre basata su dati raccolti nel territorio nord americano, si sono occupati dell’intelligenza artificiale generativa (GenAI) come fattore di cambiamento tecnologico orientato all’anzianità, che colpisce in modo sproporzionato i lavoratori junior rispetto a quelli senior.

Utilizzando i dati del curriculum statunitense che coprono 62 milioni di lavoratori in 285.000 aziende (2015-2025), hanno monitorato l’occupazione a livello aziendale in base all’anzianità.

Quello che è emerso è che dopo l’adozione della GenAI, l’occupazione giovanile è diminuita drasticamente nelle aziende adottanti rispetto a quelle non adottanti, mentre l’occupazione senior è rimasta sostanzialmente invariata. Il declino dei giovani si concentra nelle occupazioni più esposte a GenAI ed è guidato da assunzioni più lente piuttosto che da maggiori separazioni o promozioni.

L’eterogeneità in base all’istruzione ha rivelato un modello a forma di U, per cui i laureati di medio livello sono coloro che presentano i maggiori cali, mentre i laureati d’élite e di basso livello sono meno colpiti.

Università e mercato del lavoro: la sfida delle competenze nell’era digitale

In tutti i Paesi, affrontare lo squilibrio tra domanda e offerta di competenze e la carenza di queste rappresenta una sfida importante per le politiche del mercato del lavoro e della formazione nel contesto di rapidi e sostanziali cambiamenti nelle skills e bisogni. In una ricerca sull’argomento, Mantz Yorke dell’Università di Lancaster, definisce l’occupabilità come un insieme di risultati – competenze, comprensioni e attributi personali – che rendono i laureati più propensi a trovare un impiego e ad avere successo nelle occupazioni scelte, il che avvantaggia loro stessi, la forza lavoro, la comunità e l’economia.

Le crescenti esigenze della globalizzazione e l’avvento dell’IA esercitano una forte pressione sulle università e sui college affinché traggano dai loro studenti i candidati ideali per il lavoro. Si chiede di includere opportunità di esperienza professionale nei programmi di studio per consentire agli studenti di acquisire competenze durante gli anni formativi e prima di impegnarsi nel mondo del lavoro.

In Italia la riforma universitaria (D.M. n. 509/1999) e il successivo D.M. 270/2004 hanno fortemente incentivato l’inserimento dei tirocini curriculari all’interno dei piani di studio, con l’attribuzione di crediti formativi per attività svolte sia all’interno sia all’esterno dell’università, al fine di collegare in pratica il mondo dello studio accademico e quello del lavoro. Da anni tali esperienze in effetti rappresentano per gli studenti una carta vincente da giocare sul mercato del lavoro: chi ha svolto un tirocinio curriculare ha, a parità di tutte le altre condizioni, il 6,6% di probabilità in più di essere occupato a un anno dal conseguimento del titolo rispetto a chi non ha svolto tale tipo di attività. La ricerca di Alex Tymon dell’Università di Portsmouth esamina la questione dell’occupabilità dal punto di vista degli studenti. Un’esperienza di immersione completa in qualsiasi ambiente di lavoro, con specifiche responsabilità lavorative ripartite, rappresenta un’opportunità di formazione senza pari.

Yuzhuo Cai, dell’Università di Tampere, in Finlandia, osserva nella sua ricerca sull’occupabilità dei laureati che sfruttare le giuste competenze nel corso dei propri studi non garantisce un impiego immediato dopo la laurea. Certamente aumenta le possibilità di occupazione quando si tratta di adattarsi ai continui cambiamenti dei criteri occupazionali.

Per il World Economic Forum, nel 2020, le 10 migliori competenze che i datori di lavoro cercavano nei laureati e che potevano contribuire a maggiori possibilità di occupabilità erano, per esempio, la risoluzione di problemi complessi, il pensiero critico, la creatività, la gestione delle persone, l’intelligenza emotiva, l’orientamento al servizio, la negoziazione e la flessibilità cognitiva.

Oggi i fattori che ciascuna azienda deve tenere in considerazione per la propria agenda di reclutamento continueranno ad evolversi insieme al mercato del lavoro e pertanto per garantire che i laureati soddisfino le esigenze fondamentali dei diversi profili professionali del futuro, le università e i college dovranno mantenere stretti contatti con diversi datori di lavoro e aziende per avere, dal punto di vista della forza lavoro, una panoramica delle competenze che sono e che saranno richieste. Su tutto la difficoltà di prevedere in termini concreti il crescente impatto dell’IA, sia in termini di mismatch che di upskilling.

Tirocini e soft skill: cosa cercano davvero i datori di lavoro

Il report della WGU, Western Governor University, nello Utah, che ha coinvolto 3.147 datori di lavoro in tutto il Paese, rivelano che il dibattito “competenze contro titoli di studio” è una scelta falsa. I datori di lavoro non assumono più in base a un unico segnale: stanno valutando quello che può essere meglio descritto come un portafoglio di preparazione con lauree, credenziali, competenze dimostrate e padronanza dell’intelligenza artificiale valutate insieme.

La maggior parte dei datori di lavoro (68%) ritiene importanti le lauree, l’86% ritiene che siano preziosi indicatori di preparazione. I dati WGU specificano ciò che conta per il successo lavorativo: pensiero critico e risoluzione dei problemi (65%), gestione del tempo (58%) e adattabilità e resilienza (54%), tutte quelle capacità che non possono essere facilmente automatizzate.

La metà di tutti i datori di lavoro ora valuta la fluidità dell’intelligenza artificiale dei candidati. Nel valutare le competenze in materia di intelligenza artificiale, il 39% esamina l’esperienza nel mondo reale utilizzando strumenti come ChatGPT o Copilot, il 32% cerca certificati e il 29% conduce valutazioni tecniche.

Nel frattempo, il 78% afferma che l’esperienza lavorativa è uguale o più preziosa di una laurea e il 41% valuta le competenze attraverso valutazioni sul posto di lavoro durante i periodi di prova.

AlmaLaurea: la classifica delle lauree con più sbocchi in Italia

Dal 1998 AlmaLaurea realizza con cadenza annuale l’Indagine sulla Condizione occupazionale dei Laureati. L’Indagine, realizzata a uno, tre e cinque anni dal titolo, restituisce un’ampia fotografia dell’inserimento nel mercato del lavoro dei Laureati, delle caratteristiche del lavoro trovato, tra cui la professione e la retribuzione, dell’utilizzo nel lavoro delle competenze acquisite all’università.

L’ultimo rapporto di AlmaLaurea ha analizzato la situazione di quasi 700.000 laureati provenienti da 81 università italiane e ha monitorato sia i percorsi di studio triennali che quelli magistrali. A livello nazionale, il 2024 si è chiuso registrando, nella fascia di età 20-64 anni, un tasso di occupazione pari al 67,1%: un valore che risulta in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al 2023, proseguendo così il trend di ripresa a partire dal 2021.

Il dato del 2024 rappresenta, inoltre, il più alto valore del tasso di occupazione rilevato dall’inizio degli anni Duemila (Istat, 2025a). Si tratta tuttavia di un valore in linea con l’obiettivo che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere entro il 2020, e ancora molto lontano dagli obiettivi fissati per il 2030, che prevedono per l’Italia il raggiungimento di un tasso di occupazione, nella fascia d’età 20-64 anni, pari al 73% (78% per la media europea). In particolar modo la ricerca si è concentrata sulle prospettive del 34,4% dei laureati che decide di entrare nel mondo del lavoro non appena terminato il percorso accademico.

Allargando l’orizzonte temporale a 3 anni i livelli occupazionali salgono al 90% per chi ha conseguito una triennale e all’88,9% per chi ha conseguito una magistrale. Le lauree con più sbocchi e quelle che danno meno possibilità secondo la ricerca di AlmaLaurea sono, se si considerano le triennali quelle dei settori Informatica e ITC e medico-sanitario.

Quelle che hanno più difficoltà a dare occupazione sono i percorsi di studi nel campo dell’arte, del design e delle discipline letterario-umanistiche. Discorso simile se si passa alle lauree magistrali, con l’ingegneria industriale e dell’informazione a dare le maggiori possibilità e quelle in ambito giuridico e psicologico a fornire minori opportunità ai neolaureati, spesso perché legate alla necessità di ulteriori studi di specializzazione post-laurea o tirocini.

AlmaLaurea ha anche stilato una vera e propria classifica delle lauree con i maggiori sbocchi professionali a 1 e 5 anni dal conseguimento del titolo.

Al primo posto troviamo ingegneria industriale e dell’informazione con un tasso di 92,9% di occupati a un anno dalla fine degli studi e il 95,6% a 5 anni.

Medaglia d’argento per Informatica e tecnologie ICT con 92,7% a 1 anno e 93,9% a 5 anni.

Terzo gradino del podio per l’ambito Medico-sanitario e farmaceutico con 87,7% e 93,9%. Chiudono la top 5 Architettura e Ingegneria Civile (87,1% e 93,8%) ed Economia (85,2% e 91,3%).


Sitografia

https://international.unicatt.it/ucscinternational-spotlight-the-great-dive-how-the-quest-for-employability-is-changing-the-world-of-higher-education

https://www.money.it/queste-lauree-sono-quasi-inutili-per-trovare-lavoro-in-italia-lo-dice-una-ricerca

https://edunews24.it/lavoro/differenza-salariale-tra-laureati-e-non-laureati-quali-lauree-fanno-davvero-la-differenza-secondo-university-report-2025

http://www.employability.ed.ac.uk/documents/Staff/HEA-Employability_in_HE(Is,IsNot).pdf

https://www.theguardian.com/education/2025/sep/13/its-going-to-be-a-life-skill-educators-discuss-the-impact-of-ai-on-university-education

https://www.timeshighereducation.com/campus/mapping-employability-skills-across-curricula

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