L’Italia sta consolidando il proprio ruolo strategico nell’ecosistema europeo dei data center, ponendo le basi per una sovranità digitale concreta.
Secondo un report di Arizton, il mercato italiano – valutato a 3,13 miliardi di dollari nel 2024 – crescerà con un CAGR del 12,12% fino a raggiungere i 6,22 miliardi entro il 2030. L’espansione prevede: 71.000 m² di superficie operativa e 206 MW di capacità installata. Inoltre, le proiezioni indicano un’accelerazione significativa: 1 GW entro il 2028 e 2 GW nel 2031, con un incremento del 600% rispetto ai livelli attuali. Il benchmark europeo rivela, tuttavia, un divario da colmare dato che, a fine 2024, Germania e Paesi Bassi disponevano di quasi 1,5 GW, la Francia di 760 MW, la Spagna di 342 MW.
Indice degli argomenti
Le leve infrastrutturali della trasformazione digitale
Importante evidenziare che l’infrastruttura di connettività sottomarina nel Mediterraneo rappresenta un fattore abilitante decisivo: nei prossimi cinque anni è destinata a decuplicare la capacità disponibile e a ridisegnare la geografia digitale del continente. In questo scenario, Genova e Palermo si affermano come snodi primari – insieme a Barcellona e Creta – all’interno di un’architettura mesh che proietta il Sud Europa a diventare il backbone dei flussi globali di dati.
Ancora, la crescente ridondanza delle rotte di connettività e la riduzione della latenza verso tre continenti — Europa, Medio Oriente e Nord Africa — stanno trasformando il Mediterraneo da area periferica a vero e proprio core network globale. Un’evoluzione risponde pienamente alle esigenze sistemiche di resilienza nazionale, supportando:
- L’adozione di architetture cloud-native per la trasformazione digitale della PA e delle imprese
- Il roll-out delle reti 5G su scala nazionale
- Gli investimenti del PNRR nelle infrastrutture digitali critiche
- Il rafforzamento della posizione geostrategica dell’Italia come hub tecnologico euro-mediterraneo
La convergenza tra capacità infrastrutturale e posizionamento geografico, di fatto, colloca l’Italia al centro di un ecosistema digitale che integra sovranità tecnologica, competitività economica e sicurezza delle comunicazioni, abilitando una nuova generazione di servizi critici ad alta affidabilità per istituzioni, imprese e cittadini.
Sovranità digitale e data center italiani
In Europa, la sovranità digitale è ormai divenuta un asse strategico delle politiche industriali e della sicurezza economica, oltre a rappresentare oggi una priorità strategica, configurandosi come un elemento trasversale che interessa istituzioni, settore privato e ricerca. Inoltre, essa è determinante per la resilienza economica nazionale e per la capacità del nostro Paese di esercitare un controllo effettivo sui propri asset digitali in un contesto geopolitico caratterizzato da frammentazione e complessità.
Parallelamente, il quadro normativo europeo – dal GDPR al Data Act, fino alla direttiva NIS2 – ha introdotto un nuovo paradigma in cui dati, infrastrutture e servizi digitali sono soggetti a una responsabilità giurisdizionale europea, ponendo l’accento non solo sulla protezione, ma soprattutto sull’autonomia strategica e sull’indipendenza nelle scelte decisionali.
In quest’ottica, l’Italia sta delineando una strategia integrata che mira a coniugare regolamentazione, incentivi e investimenti infrastrutturali per rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale e, al contempo, assicurare un uso sicuro e sostenibile delle tecnologie emergenti e dei dati.
Dati, governance e controllo sul territorio
È doveroso evidenziare che il modello italiano di sovranità digitale pone al centro la gestione dei dati all’interno dei confini nazionali e il ruolo degli operatori locali: infrastrutture controllate, data center di proprietà, governance esercitata sul territorio. Un approccio che supera il concetto tradizionale di hosting per abbracciare una visione end-to-end, in cui l’intera filiera – reti, architetture cloud, processi operativi, sistemi di connettività – diventa parte integrante di un ecosistema sovrano.
Di fatto, le imprese italiane non cercano più solo protezione, ma esigono trasparenza sulla localizzazione dei dati, chiarezza nelle responsabilità operative e garanzie di conformità normativa. A tal proposito, l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano ha recentemente evidenziato come la domanda di controllo e di sovranità stia trainando il mercato: il Private Cloud cresce del 23% raggiungendo 1,4 miliardi di euro su un mercato cloud complessivo di 8,1 miliardi, mentre il cloud sovrano si consolida come elemento strategico nelle scelte tecnologiche aziendali.
Parallelamente, il cloud si conferma piattaforma abilitante dell’intelligenza artificiale: ambienti dedicati, servizi IaaS in espansione e utilizzo crescente di API e applicazioni AI-as-a-Service stanno ridefinendo i modelli di sviluppo e adozione. Tuttavia, il processo di innovazione porta con sé responsabilità, a fronte del fatto che:
I rischi aperti nell’adozione del cloud e dell’AI
Il 59% delle organizzazioni non ha ancora definito policy per prevenire dispersione o uso improprio di informazioni sensibili attraverso strumenti di AI generativa.
Il 46% delle grandi organizzazioni orienta le proprie strategie verso approcci ibridi e selettivi, che richiedono piattaforme capaci di garantire isolamento e protezione dei dati più sensibili, preservando scalabilità, interoperabilità e flessibilità.
Nell’attuale scenario, i provider locali assumono un ruolo che va ben oltre quello di semplici fornitori tecnologici, configurandosi come mediatori strategici tra le esigenze specifiche dei mercati nazionali e i requisiti di affidabilità e governance imposti dall’Unione Europea. È proprio in questo delicato equilibrio tra spinta all’innovazione e necessità di controllo che si gioca la partita della sovranità digitale italiana.
Considerando che il cloud rappresenta, oggi, la piattaforma abilitante fondamentale per i processi degli enti pubblici, per le filiere industriali strategiche e per l’erogazione dei servizi digitali destinati a cittadini e imprese, è fondamentale coniugare flessibilità operativa e autonomia strategica, garantendo contestualmente sicurezza dei dati e piena capacità di governance.
La risposta a queste esigenze sistemiche risiede in un modello di cloud sovrano in cui informazioni sensibili, chiavi crittografiche e operations rimangono sotto giurisdizione nazionale, preservando al contempo un’impostazione aperta e interoperabile. Tale approccio consente la compatibilità con gli hyperscaler globali, evitando logiche di lock-in tecnologico, permettendo così di proteggere gli asset strategici del Paese senza rinunciare ai benefici dell’innovazione tecnologica internazionale.
Di fatto, la sintesi tra autonomia decisionale, sicurezza dei dati e apertura tecnologica costituisce il fondamento della resilienza digitale nazionale, garantendo che le infrastrutture critiche rimangano sotto controllo sovrano, pur mantenendo piena libertà di scelta e portabilità delle soluzioni adottate.
Data center italiani come base dell’innovazione
È doveroso evidenziare che i data center sono sempre più ecosistemi complessi che abilitano processi di business, innovazione tecnologica e servizi essenziali per cittadini e imprese.
Inoltre, la loro rilevanza si misura nella capacità di generare valore tangibile e di costituire un vantaggio competitivo sostenibile. Ancora, i data center rappresentano la base infrastrutturale per tecnologie avanzate come intelligenza artificiale, machine learning, Big Data Analytics e IoT. Senza dimenticare che il loro impatto permea la nostra vita quotidiana, abilitando servizi di streaming, messaggistica, e-commerce, operazioni bancarie e applicazioni aziendali critiche (ERP, CRM).
Le dimensioni strategiche del data center
Infine, i data center stanno subendo una trasformazione “organizzativa” radicale: da voce di costo da ottimizzare, ad asset strategico, capace di determinare l’agilità aziendale, la velocità di innovazione e la competitività sul mercato. Di fatto, la capacità di scalare risorse, di lanciare nuovi servizi rapidamente e di garantire esperienze utente superiori dipende direttamente dalle performance dell’infrastruttura. Pertanto, le decisioni architetturali – i.e. scelta tra modelli on-premise, colocation o cloud, selezione di fornitori e tecnologie – assumono valenza strategica, influenzando la resilienza operativa, la postura di sicurezza, la compliance normativa e la capacità di crescita delle organizzazioni, attraverso dimensioni specifiche, quali:
- Agilità e scalabilità – Adattamento dinamico della capacità alle fluttuazioni del mercato e ai picchi di domanda, eliminando i vincoli infrastrutturali alla crescita.
- Performance e bassa latenza – Tempi di risposta ottimali per applicazioni critiche e user experience di qualità, con particolare enfasi sull’Edge Computing per carichi di lavoro sensibili alla latenza.
- Sicurezza e compliance – Protezione dei dati sensibili e conformità ai framework normativi (i.e. GDPR, NIS2, DORA, ecc.), elementi fondamentali per la fiducia di clienti e di partner.
- Adozione delle tecnologie emergenti – Piattaforma per l’adozione di tecnologie emergenti quali AI, ML e analytics avanzate, accelerando i cicli di sviluppo e di deployment.
- Efficienza operativa – Riduzione del Total Cost of Ownership (TCO) attraverso efficienza energetica, automazione dei processi e ottimizzazione delle risorse virtualizzate.
- Sostenibilità e reputation ESG – Un’infrastruttura “green” migliora l’immagine aziendale e risponde alle crescenti aspettative di stakeholder e investitori sui temi ESG.
È doveroso evidenziare che i data center – in particolare nelle configurazioni colocation e cloud – si configurano come nodi cruciali di ecosistemi digitali e – grazie alla loro posizione geografica, alla ricchezza di connettività e all’accesso a un ecosistema denso di carrier, cloud provider, partner tecnologici e clienti – costituiscono vantaggi competitivi distintivi, fungendo da “piazze digitali” che abilitano interconnessioni dirette, sicure e a bassa latenza, supportando modelli di business collaborativi e partnership strategiche. Inoltre, dobbiamo considerare i data center come un organismo complesso, intelligente, efficiente e responsabile che richiede visione strategica, competenze multidisciplinari integrate, innovazione continua e una collaborazione strutturata tra stakeholder pubblici e privati.
Pertanto, la capacità di affrontare le sfide energetiche, di sostenibilità ambientale e di crescente complessità tecnologica sarà decisiva per consentire al nostro Paese di costruire un’infrastruttura di data center diffusa e resiliente, dato che si tratta di un impegno che va oltre l’investimento nel business di oggi, rappresentando un investimento nella società digitale di domani.
Data center italiani e PNRR
La dipendenza tecnologica europea, come già evidenziato, costituisce una vulnerabilità strutturale del sistema digitale continentale. Secondo la European Digital SME Alliance, oltre l’80% dei servizi digitali essenziali – cloud computing, e-commerce, sistemi di pagamento – è fornito da aziende extraeuropee, prevalentemente statunitensi e cinesi. Tale asimmetria comporta che database governativi, infrastrutture urbane e applicazioni sanitarie critiche operino su piattaforme controllate da multinazionali non soggette integralmente alla giurisdizione europea.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato circa 6,7 miliardi di euro alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (PA), con particolare enfasi sulla transizione verso servizi cloud sicuri e sovrani, promuovendo altresì investimenti nei data center a fronte di un continua migrazione verso il cloud e utilizzo dell’Artificial Intelligence (AI).
PSN e infrastruttura sovrana per la PA
Per affrontare la sfida della dipendenza tecnologica, il governo italiano ha promosso la creazione del Polo Strategico Nazionale (PSN), infrastruttura sovrana pensata per ospitare i dati più sensibili della PA.
Il progetto – gestito da una cordata composta da TIM, Leonardo, CDP e Sogei – rappresenta uno dei più avanzati progetti europei nel cloud pubblico sovrano ed è basato su quattro data center distribuiti tra Lombardia e Lazio, PSN garantendo continuità operativa, replica in tempo reale e sistemi avanzati di crittografia.
È doveroso evidenziare che la piena autonomia tecnologica resta, tuttavia, un obiettivo complesso: l’infrastruttura PSN utilizza componenti e tecnologie di origine prevalentemente statunitense, inclusi servizi cloud di hyperscaler globali. Tale compromesso tra sovranità e interoperabilità evidenzia la complessità di costruire un ecosistema digitale autarchico in un contesto tecnologico globalmente integrato.
A livello europeo, il progetto Gaia-X rappresenta un tentativo ambizioso di definire standard comuni di sicurezza e interoperabilità per i servizi cloud, stabilendo regole precise che tutti gli operatori devono rispettare per operare nel mercato continentale. L’approccio prevede che anche i fornitori non europei possano erogare servizi in Europa, a condizione di aderire rigorosamente ai requisiti in materia di trasparenza, protezione dei dati e compliance normativa.
Di fatto, il progetto mira a creare un framework federato che preservi l’interoperabilità tecnologica tra diversi provider e piattaforme senza compromettere la sovranità sui dati, consentendo di bilanciare apertura del mercato e tutela degli interessi strategici europei, oltre a garantire che le organizzazioni pubbliche e private possano scegliere liberamente i fornitori di servizi cloud, mantenendo al contempo il controllo sui propri dati e la conformità alle normative europee in materia di privacy, sicurezza e resilienza digitale.
Tuttavia, alcuni osservatori rimangono scettici sulla possibilità di realizzare una vera “autonomia digitale nazionale”. Come sottolineato da esperti del settore, Internet è una rete globale e frammentarla in blocchi sovrani rappresenta una contraddizione intrinseca. Pertanto, l’unica via percorribile appare quella della cooperazione europea, unita a politiche industriali lungimiranti per sostenere la nascita di un ecosistema tecnologico sovrano che bilanci apertura e controllo.
Migrazione della PA e data center qualificati
La migrazione al cloud della Pubblica Amministrazione (PA) rappresenta un salto culturale e strategico, oltre che una leva di trasformazione strutturale. È importante ricordare che il percorso di qualificazione dei cloud, gestito dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) dal gennaio 2023, definisce criteri stringenti per valutare sicurezza, conformità e qualità dei servizi cloud destinati alla PA, oltre a fornire l’elenco dei servizi di data center atti a identificare soluzioni che rispondono a esigenze specifiche.
Geografia dei data center
La geografia dei data center italiani evidenzia una concentrazione marcata nelle regioni settentrionali e centrali, con evidenti disparità territoriali. In particolare, l’area metropolitana milanese concentra da sola il 35% dei data center nazionali, confermandosi come principale hub digitale del Paese. Un’asimmetria geografica che riflette disuguaglianze strutturali nella distribuzione delle risorse digitali, ma che evidenzia, al contempo, un potenziale di crescita significativo per le aree meno sviluppate, in linea con gli obiettivi di coesione territoriale del PNRR.
In termini numerici l’Italia ospita circa 210 data center con una potenza installata di 287 MW e consumi energetici stimati a 3,91 TWh nel 2024. Le proiezioni delineano un’espansione accelerata: 1 GW entro il 2028 e 2 GW nel 2031, con un incremento del 600% rispetto ai valori attuali.
Recentemente, la Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato 14 nuovi data center per un investimento complessivo di circa 2,5 miliardi di euro. Ciascuna struttura disporrà di circa 50 MW di potenza termica.
Tra gli stakeholder coinvolti hyperscaler globali e operatori nazionali, quali: Microsoft, Amazon Web Services, Data4, Equinix, Stack, CyrusOne, Noovle (gruppo TIM/Poste) e Aruba. Tredici delle 14 strutture sorgeranno in Lombardia – nelle aree tra Milano, Pavia e Bergamo – consolidando ulteriormente la concentrazione settentrionale. L’unico data center autorizzato, fuori dalla Lombardia, sarà localizzato nel Tecnopolo Tiburtino, nel Lazio.
Inoltre, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha introdotto linee guida stringenti per garantire sostenibilità ambientale e sociale: i data center devono essere costruiti esclusivamente in aree industriali dismesse o riqualificate (siti brownfield) per minimizzare il consumo di suolo vergine; utilizzare prioritariamente fonti rinnovabili; limitare l’impatto acustico e ambientale; implementare sistemi di recupero termico per applicazioni urbane e industriali.
Data center italiani e business continuity
Un data center che garantisca la continuità deve garantire i seguenti elementi chiave:
- Ridondanza di potenza – Sistemi UPS + generatori + doppia alimentazione.
- HVAC ridondante: configurazioni N+1 o 2N, con percorsi indipendenti.
- Connettività ridondante – Più operatori e percorsi fisici diversi.
- Spazi sicuri – protezione antincendio, accesso fisico controllato, sistemi di monitoraggio 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Certificazioni, governance e sicurezza fisica
La continuità operativa di un data center si costruisce attraverso la convergenza di: infrastruttura certificata, processi validati, competenze specialistiche e protezione fisica stratificata. Vediamo di che si tratta.
- Certificazioni – Le certificazioni ICREA Livello IV/V e quelle dell’Uptime Institute Tier III/IV costituiscono parametri di riferimento per validare la capacità di garantire disponibilità del servizio anche in condizioni critiche, definendo requisiti stringenti in termini di ridondanza infrastrutturale, di compartimentazione e di capacità di manutenzione senza interruzioni.
- Business Continuity e Disaster Recovery – Il Business Continuity Plan (BCP) e il Disaster Recovery Plan (DRP) rappresentano documenti operativi fondamentali per assicurare la continuità durante eventi avversi e devono includere: procedure dettagliate per incidenti specifici (blackout, incendi, attacchi informatici); Service Level Agreement (SLA) con obiettivi definiti di Recovery Time Objective (RTO) e Recovery Point Objective (RPO); inventario completo delle risorse critiche; scenari di emergenza che spaziano da guasti localizzati a disastri regionali. Inoltre, l’efficacia di questi piani dipende da test periodici attraverso esercitazioni e simulazioni realistiche che verifichino la praticabilità delle procedure e identifichino gap operativi prima che si verifichino eventi reali.
- Competenze e governance organizzativa – La continuità operativa dipende criticamente dal fattore umano. Il personale tecnico e operativo deve essere formato sui protocolli di emergenza, con ruoli e responsabilità chiaramente definiti per tutte le fasi dell’evento critico (prevenzione, gestione, ripristino). Inoltre, è necessario garantire l’istituzione di un comitato di crisi con compiti specifici che consente di strutturare la risposta organizzativa, riducendo drasticamente i tempi di reazione e prevenendo errori decisionali sotto pressione.
- Cybersecurity come pilastro della resilienza – Le minacce digitali, purtroppo, sono sempre in aumento. Pertanto, la strategia di sicurezza informatica deve prevedere: segmentazione della rete, firewall perimetrali, sistemi IDS/IPS, monitoraggio continuo 24/7, strategie di backup e ripristino specifiche per ransomware e incidenti cyber; protezione di software, database e credenziali di accesso; valutazioni periodiche attraverso penetration test e audit di sicurezza.
- Gestione dei fornitori e dipendenze esterne – La continuità dipende, altresì, dalla resilienza dell’ecosistema di fornitori: energia, telecomunicazioni, manutenzione, componenti hardware. Pertanto, la gestione contrattuale deve valutare: SLA, tempi di risposta garantiti, ridondanza del servizio, disponibilità di fornitori alternativi e accordi di emergenza. Inoltre, i contratti devono includere clausole specifiche di continuità e penali per inadempienza. Ancora, è fondamentale disporre di un registro centralizzato e aggiornato di tutte le dipendenze critiche.
- Monitoraggio e miglioramento continuo – La resilienza richiede: manutenzione preventiva e correttiva sistematica; monitoraggio in tempo reale di condizioni ambientali ed elettriche; gestione controllata dei cambiamenti (change management); audit interni frequenti allineati a standard come ISO 22301. Inoltre, ogni incidente deve essere documentato con analisi delle cause principali (root cause analysis) e implementazione di azioni correttive per prevenire futuri incidenti.
- Sicurezza fisica: protezione olistica delle infrastrutture critiche – La sicurezza fisica costituisce il primo livello di difesa contro minacce quali: furti, vandalismo, sabotaggi e attacchi deliberati.
Pertanto è necessario garantire un perimetro rinforzato considerando: recinzioni ad alta sicurezza; sistemi di rilevamento perimetrale e barriere anti-veicolo; controllo accessi multistrato basato su badge RFID; autenticazione biometrica; sistema di controllo accessi di alta sicurezza e personale di sicurezza; videosorveglianza continua con analisi video intelligente e allarmi integrati; protocolli di risposta rapida coordinati con autorità locali; aree critiche con schermatura fisica; sistemi ridondanti per proteggere server e apparecchiature essenziali.
Ovvero, si tratta di garantire un sistema integrato per anticipare i rischi, mitigare le vulnerabilità, garantire la resilienza operativa del data center in scenari di elevata criticità.
Fibra ottica, interconnessione e disaster recovery
La capacità della fibra ottica di gestire elevati volumi di dati, senza perdite o ritardi significativi, è fondamentale per il funzionamento dei data center che ospitano un’ampia gamma di servizi, quali: archiviazione, backup dei dati, attività di calcolo ed elaborazione dei dati in tempo reale.
Inoltre, a livello di sicurezza, la trasmissione dati tramite segnali luminosi conferisce alla fibra una naturale resistenza alle intercettazioni (tapping). Ancora, qualsiasi tentativo di manomissione (intercettazione fisica) di un cavo in fibra ottica provoca una significativa attenuazione del segnale che funge da meccanismo di allarme intrinseco per gli amministratori, riducendo drasticamente il rischio di violazioni non rilevate.
In termini di affidabilità, la fibra ottica è immune alle interferenze elettromagnetiche (EMI) e alle interferenze a radiofrequenza (RFI), assicurando una trasmissione dati più coerente, accurata e con minori interruzioni. Inoltre, la sua robustezza fisica, con resistenza a variazioni termiche, umidità e agenti chimici, ne riduce la necessità di manutenzione e ne aumenta il tempo di attività (uptime), fondamentale per servizi operativi 24/7.
Ancora, la capacità di trasmissione su lunghe distanze, con attenuazione minima, è vitale per l’interconnessione di grandi data center distribuiti geograficamente, facilitando l’implementazione di efficaci strategie di scalabilità e business continuity.
Infine, la fibra supporta nativamente l’alta capacità di banda e la bassa latenza richieste dalle applicazioni avanzate come la virtualizzazione, il cloud computing e l’Intelligenza Artificiale.
È doveroso evidenziare che la fibra ottica è anche determinante per il Disaster Recovery grazie alle sue prestazioni, ovvero: l’elevata velocità (fino a 10 Gbps e oltre) supporta il backup e il ripristino rapidi di database e grandi set di dati, spesso sfruttando soluzioni basate su cloud. Ciò consente di ridurre l’Obiettivo di Tempo di Ripristino (RTO – Recovery Time Objective), minimizzando i tempi di inattività.
Inoltre, la bassa latenza della fibra è essenziale anche per la replica continua e in tempo reale (real-time replication) dei dati tra siti remoti, garantendo che sia sempre disponibile – in caso di guasto o disastro – una copia aggiornata e operativa delle informazioni critiche.
Data center italiani e hub digitale mediterraneo
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) ha presentato una nuova strategia nazionale – la “Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center” – che mira a trasformare l’Italia in un hub strategico europeo e mediterraneo per le infrastrutture digitali.
Il framework normativo combina incentivi agli investimenti con requisiti di conformità ambientale e di sicurezza, bilanciando crescita economica e sostenibilità per costruire un’infrastruttura resiliente e competitiva nel contesto continentale.
Consumi energetici e green data center
I data center costituiscono infrastrutture critiche per l’addestramento e l’esecuzione operativa di modelli avanzati di Intelligenza Artificiale (IA), determinando una crescita significativa della domanda energetica. Tale scenario pone una questione centrale di compatibilità tra la progressiva digitalizzazione e il raggiungimento degli obiettivi globali di decarbonizzazione. Ne consegue che la sostenibilità diventa un driver strategico per l’adozione di Green Data Center, ovvero: architetture progettate per minimizzare l’impatto ambientale e ottimizzare il Power Usage Effectiveness (PUE), favorendo così una gestione energetica efficiente e conforme ai requisiti di sostenibilità.
Di seguito alcune tecnologie green chiave per la trasformazione green dei data center:
- Sfruttamento di energie rinnovabili – L’approvvigionamento energetico da fonti come eolico e solare è fondamentale per raggiungere la carbon neutrality.
- Raffreddamento avanzato – Il calore generato dai server, esponenzialmente maggiore – a causa dei carichi di lavoro intensivi di IA e High Performance Computing (HPC) – è gestito tramite:
- Raffreddamento a liquido (Liquid Cooling) – Esso garantisce prestazioni superiori all’aria nel gestire alte densità termiche e si distingue in:
- A contatto diretto – Il liquido refrigerante raggiunge componenti critici (CPU, GPU) tramite tubi o piastre.
- Ad immersione – I server sono immersi direttamente in un fluido dielettrico o olio, eliminando l’aria e riducendo drasticamente i consumi energetici del sistema di raffreddamento.
- Recupero del calore – Il calore residuo (spesso più efficientemente recuperabile con il raffreddamento a liquido) viene riutilizzato per alimentare reti di teleriscaldamento per edifici o processi industriali.
Ottimizzazione tramite Intelligenza Artificiale (AI) e Green Coding, ovvero:
- AI per la Gestione Energetica – L’IA viene utilizzata per allocare dinamicamente le risorse IT e ottimizzare in tempo reale i sistemi di raffreddamento, intervenendo su temperature e flussi d’aria o liquido, prevenendo sprechi energetici e riducendo i tempi di inattività.
- Green Coding – La “programmazione responsabile” mira a scrivere algoritmi ed exploit software intrinsecamente più efficienti, riducendo l’energia necessaria per eseguire le operazioni di calcolo.
Di fatto, queste soluzioni sono propedeutiche a garantire una maggiore resilienza operativa, una riduzione dei costi, una maggiore competitività in termini sostenibilità e innovazione dei data center, in linea con le normative ambientali più stringenti e con i trend green a livello globale.
Norme, governance e criticità ancora aperte
L’Italia si trova di fronte a una fase cruciale per il futuro dell’intelligenza artificiale e della sua integrazione nelle politiche economiche nazionali e gli investimenti in data center sono fondamentali per sostenere il progresso dell’IA. Purtroppo, ad oggi, manca ancora un quadro normativo e una governance solida capaci di favorire la trasformazione digitale e garantire una crescita sostenibile e inclusiva.
Per raggiungere questo obiettivo, è quanto mai fondamentale la collaborazione tra istituzioni, industria e ricerca, così come il rafforzamento dei Digital Innovation Hub, che possono fungere da catalizzatori per l’adozione delle tecnologie emergenti.
Il governo centrale sta attualmente lavorando con le regioni per armonizzare le procedure su tutto il territorio nazionale, garantendo un approccio coordinato e coerente. Ancora, l’imminente Decreto Energia 2025 mira a semplificare e accelerare la costruzione e l’ampliamento dei data center, introducendo un procedimento unico di autorizzazione con procedimenti accelerati di massimo 10 mesi. Tuttavia, nonostante la semplificazione, il testo evidenzia un rischio elevato di disomogeneità normativa e applicativa, che potrebbe vanificare l’efficacia del decreto e, precisamente a livello:
- Territoriale (Nazionale, Regionale, Comunale) – Se il decreto lascia spazio a interventi locali (es. aree idonee, vincoli paesaggistici, edilizia), gli operatori affronteranno iter, tempistiche e costi di compliance diversi a seconda della località scelta.
- Applicativo – Le prassi operative e le interpretazioni delle procedure, anche se uniche sulla carta, possono variare territorialmente, generando esiti non uniformi.
- Normativa energetica – Le regole per l’accesso e il potenziamento della rete possono essere applicate in modo differente dai gestori locali, con impatti su tempi e costi.
- Vincoli locali – Le regole su diritti di uso del suolo e tutela ambientale variano a livello locale, influenzando la fattibilità dei progetti.
I passi futuri necessari
Infine, la potenziale incertezza normativa rende necessaria, altresì, una revisione degli accordi e dei contratti in essere, inserendo:
- Clausole di “regulatory change” più dettagliate, con meccanismi di compensazione e rinegoziazione in caso di modifiche normative.
- Definizioni chiare di forza maggiore e obblighi di performance per gestire eventuali sospensioni o revoche amministrative.
- Garanzie contrattuali sui costi di rete e sui tempi di connessione, attribuendo responsabilità precise tra operatori e gestori.
È doveroso evidenziare che il governo ha già introdotto strumenti significativi di semplificazione per i data center e, precisamente in termini di:
- Investimenti sopra determinate soglie – È possibile attivare l’”Unità di missione nazionale” prevista dal Dlgs. 50/2022 con poteri sostitutivi in caso di inerzia delle amministrazioni.
- Programmi strategici superiori al miliardo di euro – Può essere nominato un “Commissario straordinario” che gestisce un’autorizzazione unica comprensiva di tutti i permessi necessari.
- Sportello Unico Digitale della ZES (Zona Economica Speciale) per il Mezzogiorno – Rappresenta un’innovazione importante, offrendo un’interfaccia unificata per tutti i procedimenti.
Sviluppo di una mappa digitale integrata basata sul SINFI (Sistema Informativo Nazionale Federato delle Infrastrutture), che centralizza dati cruciali per la localizzazione dei data center (infrastrutture, fonti rinnovabili, rischi sismici, recupero calore).
Lo scenario delineato mostra chiaramente che l’Italia non intende più limitarsi a essere consumatrice di dati, ma ambisce a diventare un vero hub europeo e mediterraneo dei data center. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, serve un mix equilibrato di infrastrutture solide, energia pulita, connettività avanzata e competenze tecnologiche adeguate, accompagnato da un quadro normativo e fiscale più chiaro e da una collaborazione concreta tra tutti gli stakeholder pubblici e privati.














