LENS 2026

Imprese italiane, i ritardi digitali che frenano la competitività



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L’Italia digitale corre a due velocità: se le grandi imprese consolidano l’uso di AI e dati, le PMI restano ancorate a una digitalizzazione “di base” spesso guidata solo dagli obblighi di legge. Dall’evento LENS emerge un quadro di luci e ombre

Pubblicato il 27 mar 2026



Mangiaracina maturità imprese italiane
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Punti chiave

  • Ritardo strutturale nella maturità digitale: le PMI arrancano su integrazione dei processi e cultura del dato, come evidenziato da Riccardo Mangiaracina.
  • Le grandi imprese adottano Business Intelligence e sperimentano Intelligenza Artificiale, ma la personalizzazione marketing e l’adozione di e-commerce B2b restano deboli, soprattutto nelle PMI.
  • I pagamenti elettronici hanno superato il contante, ma la digitalizzazione degli ordini resta frammentata; la cybersecurity è priorità d’investimento mentre poche aziende formalizzano il ruolo di CISO e adottano una difesa attiva.
Riassunto generato con AI

Nel corso dell’evento LENS 2026, la ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano ha tracciato i confini della nuova maturità digitale delle imprese italiane. Non è più solo una questione di software, ma di sopravvivenza strategica: con un transato elettronico che ormai domina i pagamenti e un’intelligenza artificiale che bussa alle porte delle fabbriche, l’Italia si trova davanti a un bivio. L’intervento di Riccardo Mangiaracina ha messo a nudo i ritardi strutturali delle piccole e medie imprese, evidenziando come, senza una vera cultura del dato e una difesa attiva dai cyber-attacchi, il gap con i partner europei rischi di diventare incolmabile.

Processi e Supply Chain: l’efficienza frenata dalla mancata integrazione

Il primo pilastro della maturità digitale delle imprese italiane analizzato da Mangiaracina riguarda la digitalizzazione dei processi core. Sebbene i dati mostrino una diffusione incoraggiante di soluzioni tecnologiche, emerge un paradosso tipico del tessuto produttivo nazionale: l’adozione di strumenti “a silos” che faticano a comunicare tra loro.

Pianificazione e operations

I processi di Supply chain planning (previsione della domanda, pianificazione della produzione e degli approvvigionamenti) appaiono ben presidiati, specialmente nei segmenti “top” del mercato:

  • Grandi imprese: oltre l’80% utilizza soluzioni digitali per supportare la pianificazione.
  • PMI: il dato si attesta intorno al 60-70%, un valore definito “non male” ma che nasconde lacune qualitative.

Il vero limite risiede nella capacità di avere una visione d’insieme. Solo il 60% delle grandi aziende e il 40% delle piccole vanta un’integrazione elevata tra le diverse fasi del processo. Manca, in molti casi, una soluzione capace di connettere il flusso dall’inizio alla fine.

Marketing e customer experience: il gap delle PMI

Nel comparto marketing e comunicazione, la maturità digitale italiana segue due binari distinti:

  • Strumenti di base: CRM e marketing automation sono ormai familiari per l’82% e il 79% delle grandi imprese.
  • Personalizzazione: si fatica quando si scende nel dettaglio comportamentale. Solo il 36% delle grandi imprese riesce a spingersi verso una personalizzazione individuale o profonda.
  • Digital Asset Management (DAM): solo il 26% delle grandi realtà utilizza piattaforme centralizzate per la gestione degli asset digitali, limitando di fatto l’efficacia delle campagne multicanale.

L’effetto “obbligo normativo” sui processi interni

Un tratto distintivo dell’approccio italiano alla digitalizzazione è la spinta derivante dalle norme. Strumenti come la conservazione documentale (82%) e le firme elettroniche (87%) registrano picchi di adozione elevatissimi nelle grandi imprese proprio perché necessari per interfacciarsi con la Pubblica Amministrazione.

Al contrario, dove l’obbligo viene meno — come nell’automazione di processi complessi o nel monitoraggio evoluto dei dati per il decision-making — le percentuali calano drasticamente, oscillando tra il 50% e il 60% nelle grandi organizzazioni e crollando ulteriormente nelle piccole.

Il sorpasso dei pagamenti digitali e il nodo e-commerce B2b

L’analisi presentata durante LENS evidenzia come la trasformazione digitale stia ridisegnando i flussi finanziari e commerciali in Italia. Se da un lato il consumatore finale ha ormai abbracciato nuovi paradigmi di acquisto, dall’altro le relazioni tra imprese (B2b) mostrano una maturità ancora frammentata, spesso limitata dal “minimo sindacale” tecnologico.

Il sorpasso storico: pagamenti elettronici vs contante

Per la prima volta nel contesto macroeconomico italiano, gli strumenti di pagamento digitali hanno superato il contante in termini di valore transato. Il 45% del valore totale dei consumi degli italiani viene oggi regolato tramite carta o wallet. Il dato è particolarmente significativo se si considera che il restante 55% non è composto esclusivamente da contante, ma include anche strumenti come il bonifico bancario, riducendo ulteriormente il peso della cartamoneta nell’economia reale.

E-commerce B2b: un’adozione “poco convinta”

Nonostante l’efficienza che il digitale potrebbe portare nelle filiere industriali, la penetrazione degli strumenti transazionali nelle relazioni tra imprese resta una delle principali sfide per la maturità digitale italiana.

  • L’incidenza nelle filiere: il valore transato in modalità elettronica (ovvero dove l’ordine viene scambiato digitalmente) pesa mediamente il 22% sul totale delle filiere B2b.
  • Il paradosso degli e-Shop: solo una grande impresa su quattro (25%) dispone di un proprio portale e-commerce B2b, quota che scende ulteriormente per le PMI.
  • L’integrazione del ciclo dell’ordine: mentre la fatturazione elettronica è universale a causa degli obblighi di legge, lo scambio digitale dell’ordine si ferma al 56% nelle grandi aziende e la gestione digitale dei documenti di trasporto (DDT) scende al 38%.

Connettività e EDI: tecnologie antiche per sfide moderne

Un dato sorprendente riguarda l’utilizzo dell’EDI (Electronic Data Interchange), una tecnologia consolidata ma ancora fondamentale per la sincronizzazione delle filiere.

Nonostante le varianti moderne, solo il 57% delle grandi imprese utilizza connessioni EDI per interfacciarsi con i propri partner commerciali.

Il supporto del digitale ai processi logistici è identificato come l’ambito più arretrato, segnalando una disconnessione tra la vendita e la gestione fisica della merce.

Nello scenario B2c, invece, l’e-commerce di prodotto ha raggiunto un’incidenza dell’11% sul totale degli acquisti retail degli italiani, consolidandosi come un canale strutturale ma ancora lontano dalle vette di altri mercati europei.

Cultura Data-Driven: oltre la Business Intelligence verso una strategia strutturata

L’adozione di tecnologie per la gestione del dato in Italia è ormai una realtà consolidata, ma la vera sfida della maturità digitale risiede nel passaggio da un utilizzo passivo delle informazioni a una governance proattiva. Sebbene le grandi organizzazioni abbiano compiuto passi da gigante, il tessuto delle PMI appare ancora ancorato a modelli tradizionali di analisi.

Tecnologie e analisi: il dominio della base

La fotografia scattata dagli Osservatori mostra un’ottima diffusione degli strumenti di analisi “classica” tra le grandi imprese italiane, ma una penetrazione molto più lenta delle soluzioni avanzate:

  • Business Intelligence e integrazione: il 93% delle grandi imprese utilizza tecnologie per integrare dati da diversi processi e l’87% adotta strumenti di Business Intelligence. Nelle PMI, queste percentuali crollano drasticamente rispettivamente al 27% e al 20%.
  • Dati non strutturati e AI: l’interesse per l’analisi di immagini e testi (computer vision e NLP) è in crescita, con il 54% delle grandi aziende che avvia sperimentazioni in tal senso. Tuttavia, i progetti di analisi avanzata realmente operativi e pervasivi sono ancora una rarità, riguardando appena il 3% del campione.

Il fattore umano: competenze e figure dedicate

Un segnale positivo per la maturità digitale italiana arriva dagli investimenti in capitale umano, anche se il divario dimensionale resta evidente: il 73% delle grandi aziende dispone di figure interne dedicate all’analisi dei dati, contro un modesto 33% delle PMI.

Più della metà delle grandi imprese (57%) ha attivato corsi di formazione sulla Business Intelligence per i propri dipendenti, segno di una volontà di diffondere la cultura del dato oltre i dipartimenti tecnici. Nelle PMI, questo sforzo formativo è limitato al 25% delle realtà.

Il limite della “Data Strategy” formalizzata

Il vero ostacolo al raggiungimento di una piena maturità è la mancanza di una visione d’insieme. Nonostante l’ampio uso di report e dashboard (66% delle grandi imprese), solo il 38% ha formalizzato una Data Strategy realmente strutturata e diffusa in azienda.

Senza una strategia definita, il dato rimane un elemento di consultazione a posteriori piuttosto che un asset per prevedere scenari e guidare le decisioni in tempo reale. Questo gap organizzativo impedisce a molte imprese di estrarre il massimo valore dai propri investimenti tecnologici, lasciando l’intelligenza artificiale confinata a singole aree di sperimentazione invece di renderla il motore della competitività aziendale.

Cybersecurity: da difesa passiva a priorità assoluta negli investimenti 2026

L’ultima dimensione analizzata durante l’intervento di Mangiaracina riguarda la capacità delle organizzazioni di proteggere il proprio patrimonio informativo. In un contesto geopolitico e tecnologico sempre più instabile, la cybersecurity non è più considerata un semplice costo tecnico, ma un fattore abilitante per la continuità del business.

Un panorama di rischi in forte ascesa

I dati presentati, derivanti dal rapporto Clusit 2026, delineano uno scenario critico per la maturità digitale italiana:

  • Incidenti gravi: nel 2025 sono stati rilevati oltre 5.200 incidenti gravi a livello globale, di cui il 10% ha colpito direttamente l’Italia.
  • Impatto sulle imprese: circa una grande impresa italiana su tre (34%) ha subito danni rilevanti da attacchi malevoli negli ultimi tre anni.
  • PMI nel mirino: anche le piccole e medie imprese sono bersagli costanti: il 24% dichiara di aver subito almeno una violazione nello stesso periodo.

Il presidio organizzativo e la figura del CISO

Nonostante l’esposizione al rischio, si osserva una crescita nella strutturazione della difesa:

  • Chief Information Security Officer: il 58% delle grandi aziende ha formalizzato la figura del CISO, una percentuale che scende al 22% nelle PMI.
  • Oltre la difesa passiva: il vero gap di maturità risiede nella strategia. Solo il 28% delle grandi imprese adotta una difesa “attiva”, integrando automazione e monitoraggio costante per prevenire le minacce. Nelle PMI, questa quota di aziende “mature” crolla drasticamente al 5%.

Le direzioni dell’investimento per il 2026

Guardando al futuro, la maturità digitale delle imprese italiane passerà necessariamente da una redistribuzione dei budget ICT, che attualmente pesano mediamente meno del 3% del fatturato.

  • Cybersecurity in cima alla lista: è la priorità assoluta per il 65% delle grandi imprese e il 45% delle PMI.
  • Grandi Imprese vs PMI: mentre le grandi realtà puntano con decisione su Intelligenza Artificiale (57%) e Big Data (49%), le PMI mostrano una strategia più legata alla tangibilità operativa, orientando i propri investimenti verso l’Industry 4.0 (37%) e la migrazione al Cloud (37%).

L’intervento di Riccardo Mangiaracina si chiude con un monito: la tecnologia è disponibile, ma senza un cambio di passo culturale e una visione strategica che unisca processi, dati e sicurezza, il rischio è quello di rimanere confinati in una digitalizzazione di facciata.

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