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L’AI può svuotare le istituzioni sociali: i rischi per la democrazia



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L’intelligenza artificiale entra nei processi decisionali e produttivi con una forza che promette efficienza ma apre fratture profonde. Il nodo non riguarda solo la tecnica: investe competenze umane, autonomia delle istituzioni e qualità delle relazioni sociali

Pubblicato il 21 apr 2026

Simona Romiti

Change agent Senior Advisor in Programmi ed ecosistemi europei



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L’Intelligenza artificiale è entrata a pieno titolo come asset cognitivo nell’evoluzione della specie umana. È la prima volta che una macchina è in grado di pensare e prendere decisioni senza lo scambio con l’homo sapiens, creare reti di connessione per un nuovo ordine.

La comprensione della struttura delle moderne società ci porta dritti all’analisi se l’IA può generare valore oppure alterazioni nelle istituzioni, significando uno svuotamento funzionale come reti sociali.

Sebbene l’enfasi mediatica si concentri su quanto i media mainstream decidono di raccontarci (per esempio l’operato di Elon Musk), dalla capacità di difesa del software, con i suoi satelliti nella guerra dell’Ucraina, al tentativo di rivoluzionare l’assetto burocratico federale degli Stati Uniti attraverso l’istituzione del DOGE – Dipartimento per l’efficienza governativa –, nessuna area socio-economica può considerarsi al riparo dalla messa a nudo delle vulnerabilità e dal processo di de-strutturazione che l’IA riproduttiva sta traghettando nei sistemi istituzionali digital-analogici e nella governance cooperativa.

IA e destrutturazione delle organizzazioni

Non serve allungare lo sguardo all’impatto sociologico di medio periodo, per sostenere che l’IA, con la sua robustezza sistemica, dati che trasformati da un algoritmo ci restituiscono asset, ha la capacità di destrutturare le funzioni proprie delle organizzazioni, indebolendo il ruolo della persona, frutto di titoli, archetipi, regole funzionali, nella elaborazione dell’output.

Siamo tutti sollecitati ad adattare la nostra conoscenza ai nuovi paradigmi tecnologici, ma la competizione con l’algoritmo è fallimentare, stravaganza. Se da un lato la sua complementarietà con l’azione umana è promossa come efficienza produttiva, dall’altro è bene riflettere sul fatto che il cambiamento ontologico innescato nella creazione del valore investe la capacità metacognitiva e il patrimonio semantico della persona. L’esercizio della delega in un mondo analogico, affidare ad altri la produzione di un output, scarica l’individuo dalla responsabilità produttiva e la investe di un “potere” di visione o di monitoraggio.

Come l’intelligenza artificiale erode conoscenza e responsabilità

Con l’IA, disintermediamo l’Io coscienzioso, erodendo lo spazio della conoscenza a favore delle abilità nel trovare l’accesso alla soluzione. Come ogni circolo vizioso, l’auto-affermazione dell’Io sul Se ci traghetta verso l’ego-solitudine, un isolamento relazionale che indebolisce i principi di libertà e di uguaglianza economica, rendendo obsoleta la narrazione del pensiero liberale del 20° secolo.

Questo è quello che gli addetti ai lavori chiamano transumanesimo, per rappresentare che esternalizzare da “cervelli” organici a piattaforme inorganiche rafforza l’influenza delle autorità “centrali” e crea un nuovo ordine mondiale. La dimensione soggettiva e valoriale delle relazioni umane deve confrontarsi con la concentrazione del potere nelle mani di oligarchi tecnologici o negli apparati di autoritarismi governativi”.

Gli effetti dell’IA nelle istituzioni

Seppur con argomentazioni più dettagliate, ma simili nella sua conclusione, è arrivato uno studio a firma di Woodrow Hartzog e di Jessica Silbey, della Boston University School of Law, “How AI Destroys Institutions”.

La disamina dello studio si focalizza proprio sulla rilevanza e contiguità dell’IA nelle agenzie amministrative che strutturano la pubblica amministrazione, indagando i processi di delegittimazione, gli effetti negativi sulla sostenibilità e differenziazione sociale delle reti comunitarie.

Competenze umane e deresponsabilizzazione

Il primo effetto teorizzato è che l’uso prolungato di sistemi di IA riproduttiva mina le competenze degli agenti umani. È vero che l’impiego sistemico di output generativi non permette alla forza lavoro di impegnarsi criticamente nell’applicazione sul campo del proprio know-how, e, nel lungo termine, causa una deresponsabilizzazione nei processi. Questo vale sia nel caso in cui l’IA restituisce elaborazioni accurate che nel caso di “allucinazioni. Inoltre, la perdita di autonomia della persona non la esonera dalla titolarità o illegittimità del risultato.

Autonomia istituzionale e rischio etico

Se guardiamo all’autonomia delle istituzioni, l’indipendenza delle competenze da inferenze. Inoltre, l’adattabilità delle istituzioni è anche frutto dell’esercizio etico delle proprie competenze, di come le persone si muovono dentro regole, relazioni funzionali e si assumono quei rischi intellettuali che i sistemi probabilistici di IA non preformano.

Perché l’intelligenza artificiale riduce trasparenza e partecipazione

Il rischio decisionale dei sistemi di IA è affidato ai suoi sviluppatori, ritoccatori, modificatori a valle. L’efficienza dell’output è poca cosa rispetto alla trasparenza del sistema che lo genera. Più automazione e meno condivisione, sacrifica la partecipazione delle persone nella scelta della giusta regola e, nel lungo termine, corrode il ruolo deliberativo delle organizzazioni e lo status quo, che richiedono il consenso per legittimità, adattabilità e autonomia.

In ultima, lo studio rileva che la collaborazione IA-persona è guidata dall’algoritmo e l’esperienza e la saggezza della persona vengono compresse dall’efficienza computazionale; l’IA “allontana” la persona dagli obiettivi di autoaffermazione; affievolisce le relazioni interpersonali e isola l’umano in dialogo costante con interfacce fatte di prompt e output.

L’IA nelle istituzioni sociali e nei servizi pubblici

Queste determinazioni sono legittime per tutti i tipi di organizzazioni, non solo per la pubblica amministrazione, ma anche per le università, gli ospedali, i tribunali, i media, e per tutte le istituzioni, la medicina, l’istruzione, la giustizia.

Conclusioni

Quando immaginiamo luoghi istituzionali “ibridi” e le reti sociali che li governano, non dobbiamo farci condizionare dai film di fantascienza e pensare ai suoi frequentatori come puro utente delle applicazioni end-layer dell’IA. Certamente il quadro regolamentare europeo, in primis l’AI Act e il Regolamento (UE) 2024/1689, impongono dei sandbox sui rischi associati all’IA ed enfatizzano la centralità dell’individuo nella progettazione dei processi, tuttavia il salto sociologico è affidato alla consapevolezza della persona di saper coltivare il proprio talento e all’adattabilità delle organizzazioni di sapere governare l’IA e impedirgli di auto-legittimarsi come bene pubblico indipendente.

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