Per chi segue l’andamento dei flussi di capitale nel venture capital europeo, il 2025 avrebbe dovuto essere l’anno della svolta per il climate tech. Dopo il rallentamento del 2023-2024, la narrazione dominante prometteva una ripartenza trainata dal Green Deal, dalla transizione energetica e da una nuova consapevolezza industriale.
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Il crollo dei dati nasconde una trasformazione
I numeri, però, raccontano un’altra storia: secondo i dati Sightline Climate, il VC europeo nel climate tech è sceso a 9,6 miliardi di dollari, il minimo dal 2020, con un calo del 30% su base annua. L’istinto è di leggere il dato come un arretramento. E invece no, o almeno, non nella direzione che il numero suggerisce.
Sotto la superficie di quel dato aggregato si sta consumando una ricomposizione profonda, una di quelle che cambiano la geografia e la logica stessa di un settore. Sempre secondo Sightline Climate, l’investimento nelle tecnologie energetiche è salito al 36% del finanziamento globale del climate tech, il massimo triennale, e a trainarlo non è stata la coscienza ambientale ma una forza molto più concreta: la domanda insaziabile di elettricità dei data center per l’intelligenza artificiale. Nucleare e fusione hanno toccato i massimi storici, con il 44% dell’investimento nella verticale energetica. Il “built environment“, trainato da soluzioni di “cooling” ed efficienza per data center, è cresciuto del 67% nel 2024 e di un ulteriore 23% nel 2025. Contemporaneamente, app consumer per la sostenibilità, piattaforme di “carbon accounting” e proteine alternative sono crollate. Di fatto questo ci fa capire che il mercato non si sta restringendo, ma semplicemente si sta riallocando in modo abbastanza spietato.
Climate tech in metamorfosi: da tema ambientale a infrastruttura strategica
La tesi di fondo è semplice da enunciare ma meno da accettare. Il climate tech non è sicuramente morto, ma si può dire essere in metamorfosi. Quello che era un tema ambientale a sé stante si sta riposizionando come il tessuto connettivo tra tre priorità strategiche del continente, ossia quello di alimentare la rivoluzione dell’AI, raggiungere la sovranità energetica, e provare a costruire l’autonomia dalla dipendenza americana e cinese.
Le aziende che sopravvivranno sono quelle che hanno smesso di vendere “green” e hanno iniziato a vendere indipendenza.
La corsa ai data center AI e il tetto energetico europeo
I numeri dell’infrastruttura di calcolo europea dicono una cosa semplice: siamo all’inizio di un ciclo di investimenti senza precedenti, e l’energia è il collo di bottiglia. Secondo Eurelectric, il consumo elettrico dei data center europei si attesta oggi a circa 70 TWh, con una proiezione a 115 TWh entro il 2030. Un aumento del 70% che rappresenta circa il 14% della crescita totale della domanda elettrica UE. A livello globale, l’IEA stima che il consumo dei data center quasi raddoppi, raggiungendo i 945 TWh nel 2030: l’equivalente dell’intero consumo del Giappone (fonte: IEA, Energy and AI Report 2025).
La capacità IT in Europa è passata da 10,5 GW a 14,8 GW in soli due anni, con 176 miliardi di euro di investimenti cumulativi attesi tra il 2026 e il 2031 (fonte: Blackridge Research), il doppio delle previsioni di dodici mesi prima. Non stiamo parlando di proiezioni ottimistiche: AWS, Microsoft, Google e Meta prevedono di spendere 600-700 miliardi di dollari in capex nel solo 2026. L’Europa ne riceve una quota significativa, ma (ed è il punto) dipendente.
La geografia del calcolo sta cambiando con una velocità che il nostro Vecchio Continente fatica a gestire. Gli hub tradizionali (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) fronteggiano tempi di allacciamento alla rete di 7-13 anni e tempi di consegna per i trasformatori fino a quattro anni. L’Irlanda è il caso emblematico: i data center assorbono oggi il 24% dell’elettricità nazionale, rispetto al 5% di dieci anni fa, con 5,8 miliardi di euro in progetti bloccati dai vincoli di rete (fonte: Data Center Dynamics). Amsterdam ha imposto restrizioni sui nuovi sviluppi “hyperscale“.
Nuove frontiere: Spagna, Nordics e Portogallo si prendono il mercato
Il risultato è una spinta centrifuga verso nuove frontiere. La Spagna è il mercato europeo in più rapida crescita, con un tasso annuo del 12,5% fino al 2031, attirando investimenti da Microsoft (2,9 miliardi a Saragozza), Blackstone (7,5 miliardi in Aragón) e Meta (750 milioni in Castiglia-La Mancia). I Paesi nordici, con reti rinnovabili al 90%+ e prezzi energetici inferiori del 40-50%, attraggono OpenAI, Brookfield e CoreWeave. Il Portogallo, con il progetto Start Campus a Sines, rappresenta una scommessa da 8,5 miliardi per 1,2 GW di capacità rinnovabile al 100%. La Francia, con la rete nucleare al 65%, vanta la più bassa intensità carbonica dell’Europa occidentale e ha mobilitato 109 miliardi di euro in impegni per l’infrastruttura AI.
Il paradosso della dipendenza americana
Ma ecco il paradosso. La grande maggioranza del capitale che costruisce l’infrastruttura europea di calcolo è statunitense. Il 100% del cloud computing rilevante per le istituzioni europee gira su provider USA, e il CLOUD Act americano consente alle autorità di accedere ai dati indipendentemente dalla localizzazione dei server. Microsoft ha ammesso in tribunale francese nel 2025 di non poter garantire la sovranità dei dati contro un’ingiunzione legittima statunitense (come riportato dal Financial Times). L’Europa sta costruendo il proprio futuro AI su infrastrutture americane, alimentate da sistemi energetici che devono servire obiettivi climatici europei.
Il movimento per il cloud sovrano nasce da questa contraddizione. Evroc, finanziata da EQT, sta costruendo il primo cloud hyperscale sovrano europeo per competere con AWS e Azure, con facility pianificate in Svezia e Francia. EcoDataCenter ha raccolto 600 milioni per infrastruttura AI sostenibile ad alte prestazioni. Nel marzo 2026, una coalizione di 24 CEO cloud europei (CISPE) ha scritto alla Commissione chiedendo che il prossimo Cloud and AI Development Act incorpori principi di sovranità genuina, definita da proprietà e controllo europeo, non da server localizzati in UE ma gestiti da aziende americane. Non è una sfumatura: è la differenza tra autonomia e dipendenza con etichetta europea.
Il climate tech come infrastruttura dell’AI
Se il dato di contesto è la domanda di energia, la risposta del mercato è chiara: il climate tech si sta trasformando nel sistema operativo dell’infrastruttura AI europea. Tre verticali raccontano questa trasformazione.
PPA, raffreddamento e nucleare: le tre verticali della trasformazione
La prima è l’energia rinnovabile contrattata attraverso Power Purchase Agreement. Secondo Pexapark, un terzo dell’intero mercato europeo dei PPA serve oggi i data center. Dal 2018, le tech company hanno firmato 142 accordi per energia rinnovabile per un totale di 13,6 GW di potenza pulita. L’accordo quadro di Microsoft con Brookfield per 10,5 GW globali è otto volte più grande del più grande PPA corporate singolo mai firmato. Amazon ha contrattato 476 MW di eolico offshore da Iberdrola nel Baltico. Apple ha impegnato 600 milioni di dollari per 650 MW di nuova capacità rinnovabile in Italia, Lettonia e Grecia.
La seconda è la rivoluzione del raffreddamento. Goldman Sachs stima che il 76% dei server AI sarà raffreddato a liquido entro il 2026, contro il 15% del 2024: un salto tecnologico e di mercato che avvantaggia le aziende europee. Submer (Barcellona) ha raccolto 55,5 milioni di dollari per il raffreddamento a immersione con una riduzione del 95% dei consumi di cooling. Corintis, spin-off dell’EPFL svizzero, ha chiuso un round da 58 milioni e triplicato l’efficienza lavorando come partner di Microsoft. Iceotope (Sheffield) detiene oltre 200 brevetti per il liquid precision cooling con un PUE di 1,03, vicino al limite teorico, e una riduzione del 96% nel consumo di acqua. Asperitas (Paesi Bassi) serve Crédit Agricole e Shell con un sistema a convezione naturale. Non sono startup in fase embrionale: sono imprese con tecnologie validate, clienti enterprise e round significativi.
La terza è il nucleare di nuova generazione. Mentre gli USA guidano con accordi a breve termine (il PPA ventennale di Microsoft per 835 MW a Three Mile Island, il campus Amazon da 650 milioni a Susquehanna), l’Europa costruisce i framework per il prossimo decennio. La Commissione ha presentato a marzo 2026 la strategia SMR, con l’obiettivo di portare i primi reattori modulari europei online entro l’inizio degli anni ’30, con 17-53 GW di capacità al 2050. Il progetto più ambizioso è quello Holtec-EDF-Tritax nel Nottinghamshire: il primo data center alimentato da SMR in Europa, un investimento potenziale da 15 miliardi di dollari. Macron ha promesso di dedicare 1 GW di capacità nucleare all’AI entro il 2026. La partnership di Google con la milanese Energy Dome per l’utilizzo di batterie a CO₂ segna un’altra frontiera: il primo investimento di una grande tech in storage a lunga durata di nuova generazione.
Le lezioni dal cimitero europeo del climate tech
La narrazione della metamorfosi strategica non può ignorare i fallimenti. E il cimitero del climate tech europeo, nel biennio 2024-2025, è stato particolarmente affollato.
Northvolt, la grande speranza europea nelle batterie, ha raccolto oltre 15 miliardi di dollari in debito ed equity, raggiunto una valutazione di 12 miliardi, assicurato ordini per 50 miliardi. Poi ha dichiarato bancarotta nel novembre 2024 con soli 30 milioni di liquidità. La sua gigafactory a Skellefteå ha prodotto meno dello 0,5% della capacità annua pianificata. BMW ha cancellato un contratto da 2 miliardi. Nell’agosto 2025, l’americana Lyten ha acquisito gli asset residui: proprietà intellettuale finanziata dal contribuente europeo finita in mani americane. Ÿnsect, la startup francese dell’insect protein, ha bruciato 600 milioni di dollari per generare ricavi annui di 656.000 euro (meno di una panetteria, come ha notato la stampa francese) prima della liquidazione giudiziaria nel dicembre 2025 (fonte: TechCrunch). Almeno 21 fallimenti AgTech hanno cancellato 2,8 miliardi in capitale VC nel solo 2025 (fonte: Impact Loop).
La lezione non è che il climate tech fallisce. È che le imprese capital-intensive pioniere dei loro mercati di riferimento, che scalano prima di dimostrare unit economics o domanda reale sono letalmente vulnerabili, specialmente in un mercato dove i produttori cinesi consegnano batterie al 30%+ in meno. Non è un’opinione: è quello che vediamo, che i dati confermano e che i fondi VC stanno internalizzando nelle proprie strategie di portafoglio.
I sopravvissuti raccontano un’altra storia
Il contrasto con i fallimenti rende ancora più significative le traiettorie di chi ha saputo riposizionarsi.
Skeleton Technologies, produttore estone-tedesco di supercapacitori, è l’esempio più chiaro. Originariamente focalizzato su trasporto ed efficienza di rete, ha fatto pivot verso l’infrastruttura AI e la difesa. Il suo prodotto GrapheneGPU riduce il consumo elettrico dei data center AI fino al 44% aumentando la potenza di calcolo GPU del 40%. A novembre 2025 ha aperto una fabbrica da 220 milioni di euro a Lipsia, già fornitore di Siemens, GE e Hitachi Energy per le reti e dei principali hyperscaler per l’AI. L’azienda prevede ricavi superiori a 100 milioni e profittabilità entro fine 2026, costruendo su una supply chain interamente europea, senza dipendenza da litio, cobalto o minerali critici controllati dalla Cina. È esattamente la traiettoria che distingue i sopravvissuti dai caduti: tecnologia validata, domanda reale, economics dimostrabili.
Un caso significativo, anche se ancora in bilico, è quello di Stegra (ex H2 Green Steel). Con 6,5 miliardi di euro di finanziamenti totali e costruzione completata al 60% del primo impianto green steel su larga scala, ha pre-venduto 1,5 milioni di tonnellate a IKEA, Mercedes-Benz, Porsche e, dato significativo, Microsoft per materiali da costruzione dei data center. Ma il Financial Times ha riportato nell’ottobre 2025 che l’insolvenza è stata discussa in consiglio. Un nuovo round da 975 milioni risulta completato solo a metà. Se Stegra diventerà la vindication o il prossimo Northvolt testerà la capacità europea di finanziare transizioni industriali strategiche.
Il gap strutturale: stessa sfida, nuova logica
La ricomposizione del mercato non risolve il problema strutturale di fondo. Secondo l’analisi di World Fund, il gap nella Series B rispetto agli USA nel periodo 2020-2024 ammonta a 13,5 miliardi di dollari. Solo il 14,7% delle startup climate tech europee in fase seed raggiunge la Series B, contro il 24,5% in America. Gli investitori istituzionali contribuiscono appena il 30% del VC europeo contro il 72% negli USA, con enti pubblici come il Fondo Europeo per gli Investimenti che colmano il vuoto al 31% (fonte: WEF). Lo Scaleup Europe Fund da 5 miliardi, annunciato nell’ottobre 2025, punta a colmare questo gap con ticket minimi da 100 milioni, ma siamo ancora in fase iniziale.
Il confronto globale resta impietoso. Gli USA, nonostante la cancellazione da parte di Trump di 57,3 miliardi di dollari in contributi clima e il ridimensionamento dei crediti IRA, hanno visto gli investimenti climate tech crescere del 27% a circa 27 miliardi nel 2025. A trainare la crescita non è stata la policy ma la domanda AI di energia pulita e affidabile (fonte: Sightline Climate). La Cina ha investito 625 miliardi di dollari in energia pulita nel 2024, il 31% del totale globale (fonte: IEA), con il clean energy che contribuisce per oltre il 10% del PIL. Un gruppo di climate VC occidentali in visita nelle fabbriche cinesi nel 2025 ha concluso che il dominio manifatturiero è “così totale che è inutile cercare di raggiungere”. Diversi fondi hanno eliminato batterie, solare ed elettrolizzatori occidentali dalle proprie strategie.
Il vantaggio europeo, se c’è, risiede altrove: software e ottimizzazione AI, servizi di rete, deep tech, e soprattutto nella capacità (tutta da dimostrare) di convertire soluzioni clima in strumenti di sovranità. Non è poco, ma non è nemmeno scontato.
La convergenza difesa-clima-digitale
L’ultima dimensione che lega tutto è la difesa, e qui il quadro si fa ancora più interessante. E più urgente. Il NATO Innovation Fund, un fondo VC da 1 miliardo di euro sostenuto da 24 alleati, investe esplicitamente in tecnologie energetiche e climatiche dual-use accanto ad AI e quantum. Il suo investimento nella britannica SatVu è emblematico: originariamente commercializzata come “imaging termico per l’azione climatica”, ora riposizionata con la sicurezza nazionale come caso d’uso primario.
Il think tank Bruegel ha identificato sette interessi convergenti difesa-clima, dall’energia rinnovabile portatile che evita vulnerabili consegne di carburante sul campo di battaglia alle catene di approvvigionamento di materie prime critiche condivise tra green tech e sistemi d’arma. La Spagna ha destinato 1,75 miliardi di euro del proprio budget militare in crescita a capacità dual-use climate-responsive. La riforma tedesca del freno al debito ha sbloccato circa 400 miliardi per la difesa e 500 miliardi per infrastrutture ed energia verde (fonte: E3G). Non sono silos separati: sono voci di bilancio che convergono sulle stesse tecnologie, le stesse aziende, le stesse catene di fornitura.
La proposta di merger Airbus-Leonardo-Thales nello spazio, creando un campione europeo da 6,5 miliardi entro il 2027, è esplicitamente motivata dall’autonomia strategica. Kayrros utilizza dati satellitari e AI per rilevare emissioni di metano in near-real time, e le stesse capacità servono intelligence geopolitica. OHB System costruisce sia la costellazione Copernicus CO2M per il monitoraggio climatico sia il sistema Odin’s Eye per l’early warning missilistico. La convergenza non è un concetto astratto: è già nei contratti, nei bilanci e nelle pipeline tecnologiche.
Il community capital: la supply chain del capitale mancante
C’è un pezzo di questa storia che il dibattito mainstream trascura quasi del tutto, e che invece potrebbe fare la differenza proprio nel climate tech: il community capital, ovvero l’equity crowdfunding e il crowdfunding in senso più ampio come strumento strutturale di finanziamento della transizione energetica.
I dati parlano già chiaro in alcuni mercati. In Francia, Enerfip ha raccolto oltre 180 milioni di euro nel solo 2025, finanziando 150 progetti di transizione energetica con una community di 50.000 investitori attivi e un tasso di default dello 0,1% (fonte: Enerfip Barometer 2025). Non è un fenomeno marginale, anche perché il crowdfunding dedicato alla transizione energetica vale il 17,6% dell’intera raccolta crowdfunding francese, in crescita rispetto al 14% del 2022 (Financement Participatif France / Mazars). Ed Enerfip non è un caso isolato: da Abundance (UK) a Goparity (Portogallo) passando per Ener2Crowd (Italia), le piattaforme specializzate in energia e clima stanno maturando su scala europea, con rendimenti netti del 7-10% annuo e ticket minimi da 10 euro.
Il report “Crowdfunding for Climate Tech Startups” pubblicato nel 2024 da RMI e Third Derivative ha inquadrato il tema per la prima volta a livello globale, identificando nel crowdfunding un canale alternativo per colmare il gap di 2.000 miliardi di dollari nel finanziamento privato della transizione. Le conclusioni sono nette: l’equity crowdfunding e il lending crowdfunding possono aprire l’accesso al capitale per le startup early-stage in settori capital-intensive dove il VC tradizionale fatica a operare, proprio come il climate tech e l’energy tech.
Il caso più interessante è quello della campagna Enerfip-CARBON del marzo 2025: per la prima volta, un progetto industriale di scala (una gigafactory di pannelli solari in Provenza, con impianto di assemblaggio operativo da metà 2026 e gigafactory a Fos-sur-Mer entro fine 2027) ha aperto il proprio capitale al pubblico retail, raccogliendo almeno un milione di euro affiancato da impegni per due milioni da parte di dieci produttori solari indipendenti. Come dico spesso ai founder: non “lanciata su una piattaforma” ma disegnata una strategia che ne preveda l’utilizzo. È un cambio di logica prima ancora che di strumento.
La convergenza tra climate tech e community capital non è casuale. Le infrastrutture energetiche hanno tre caratteristiche che le rendono ideali per il crowdfunding: asset fisici tangibili e comprensibili, flussi di cassa prevedibili (PPA, tariffe feed-in), e un forte allineamento valoriale con la base investitrice retail. In un contesto in cui il VC si ritrae dai ticket early-stage e il gap della Series B europea resta un problema strutturale, il community capital può occupare uno spazio preciso nella supply chain del capitale: tra l’angel investing e il VC istituzionale, con una funzione di validazione di mercato e costruzione di community che il solo VC non è in grado di offrire.
Climate tech come motore dell’indipendenza europea
La tesi che emerge da Bruxelles, Berlino, Parigi e dalle capitali nordiche è chiara: climate tech, sovranità energetica, infrastruttura AI e prontezza difensiva non sono domini politici separati ma un unico sistema strategico. L’Europa non può raggiungere la sovranità digitale senza indipendenza energetica. Non può alimentare l’AI su larga scala senza infrastruttura energetica pulita. Non può difendersi senza la base industriale che la tecnologia pulita costruisce. E non può competere con il dominio manifatturiero cinese o i mercati dei capitali americani senza convertire i propri framework regolatori e le proprie capacità deep-tech in vantaggi asimmetrici.
Teresa Ribera, Commissaria per la Transizione, ha ribattezzato il Green Deal un potenziale “Freedom Deal“: clima e competitività come strumenti per restituire rilevanza all’Europa nel mondo. Il Clean Industrial Deal della Commissione Europea, lanciato a febbraio 2025, inquadra esplicitamente la decarbonizzazione come arma competitiva, non come mero obbligo ambientale. La riforma tedesca, il piano francese da 109 miliardi, lo Scaleup Europe Fund: i segnali parlano chiaro.
Questa non è la morte del climate tech. È il climate tech che matura: abbandona l’idealismo venture-funded che ha prodotto Ÿnsect e Northvolt e adotta la disciplina strategica di Skeleton Technologies, la logica infrastrutturale di EcoDataCenter, l’ambizione sovrana di Evroc. Le aziende che definiranno il prossimo decennio sono quelle che costruiscono tecnologie di cui un ministero della difesa, un hyperscaler e un operatore di rete hanno tutti bisogno. Tecnologie che non possono essere spente da Washington o svendute da Shenzhen.
Meno idealismo, più strategia. Meno green storytelling, più infrastruttura. E il capitale, tutto il capitale (VC, istituzionale, community), sta già prendendo nota.














