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Il traffico search è in crisi: ecco la strategia giusta per le aziende



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Le risposte generate dall’intelligenza artificiale stanno cambiando la ricerca online e riducendo il traffico verso i siti. In questo scenario aumentano i costi di acquisizione e diventa decisivo costruire dati proprietari, relazioni dirette e canali meno dipendenti dalle piattaforme

Pubblicato il 23 apr 2026

Sergio Brizzo

CEO di Across



Google AI Overview Sintesi AI motori di ricerca
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Sta emergendo una trasformazione sempre più profonda nel modo in cui gli utenti accedono alle informazioni online. Non è un semplice aggiornamento tecnologico, ma un cambiamento strutturale che sta ridefinendo l’equilibrio tra motori di ricerca, contenuti e aziende. E soprattutto sta mettendo in discussione uno dei pilastri su cui si è costruito il marketing digitale degli ultimi vent’anni: la prevedibilità del traffico da ricerca.

Perché il traffico da ricerca non è più un asset garantito

L’introduzione su larga scala delle risposte generate dall’intelligenza artificiale nei risultati – le cosiddette AI Overview – ha modificato in modo netto il comportamento degli utenti. Sempre più spesso la risposta arriva direttamente nella pagina dei risultati, senza bisogno di cliccare su alcun sito. La ricerca sta diventando così un ambiente chiuso, in cui sempre più spesso la risposta viene consumata senza generare traffico verso i siti.

I dati lo confermano con chiarezza. Il traffico organico da motori di ricerca è in calo strutturale: a livello globale si registra una contrazione del 21% nell’ultimo anno, mentre in Italia la riduzione varia tra il 10% e il 20%, con picchi fino al 40% per i siti più esposti. Ancora più evidente è il crollo del CTR sulle query che attivano riepiloghi AI, dove la perdita arriva fino al 65% anno su anno. Ma il segnale più rilevante è che la contrazione dell’attenzione organica non riguarda solo queste query: anche laddove i riepiloghi AI non sono presenti, la capacità di generare clic si sta progressivamente riducendo.

Quando la ricerca si esaurisce senza clic

Oggi circa il 50% delle ricerche su Google include già un riepilogo generato dall’intelligenza artificiale, e le aziende rischiano di perdere tra il 20% e il 50% del traffico da ricerca tradizionale. È qui che si inserisce la crescita delle cosiddette “zero-click search”: ricerche che si esauriscono all’interno della pagina dei risultati, senza generare alcun accesso ai siti.

Questo significa che il traffico da ricerca non è più un asset su cui costruire la crescita. È una variabile sempre più instabile, soggetta alle logiche di piattaforme che trattengono valore e relazione.

Più costi, meno controllo: il nuovo scenario competitivo

Il rischio, per aziende ed editori, non è solo una diminuzione dei volumi, ma una perdita progressiva di controllo sul cliente. Quando il punto di contatto si sposta all’interno di un ecosistema proprietario – quello del motore di ricerca o delle piattaforme – diventa più difficile raccogliere dati, costruire relazione e guidare il processo decisionale.

A questa dinamica si affianca un aumento significativo dei costi di acquisizione. In Europa il costo medio per lead è cresciuto di circa il 25% nell’ultimo anno, mentre il costo per clic registra incrementi che, in alcuni settori, arrivano fino al 60-66%. Allo stesso tempo, gli investimenti pubblicitari continuano ad aumentare: il digital advertising in Europa cresce a doppia cifra, alimentando una competizione sempre più intensa sugli stessi target. Il risultato è un cortocircuito evidente: meno traffico disponibile e costi più elevati per intercettarlo.

Non a caso, molte aziende stanno reagendo aumentando i budget dedicati al performance marketing – con crescite medie intorno al 15% nell’ultimo anno e ulteriori incrementi previsti – senza però ottenere automaticamente un miglioramento dell’efficienza. Continuare a investire con le logiche tradizionali significa, in molti casi, accettare un progressivo deterioramento dei margini.

Tre priorità per ridurre la dipendenza dalle piattaforme

Di fronte a questo scenario, le aziende devono fare un salto di paradigma. Non si tratta di “ottimizzare meglio” ciò che già si fa, ma di ripensare il modello di acquisizione.

Diversificare i canali per stabilizzare i volumi

La prima scelta è smettere di dipendere dalla ricerca come canale principale. Costruire una strategia realmente multicanale non è più un’opzione, ma una necessità. Email marketing, social advertising, native ADV, SMS e piattaforme di messaggistica devono entrare in modo strutturale nel modello di acquisizione. La diversificazione non serve solo a generare più traffico, ma a stabilizzare i volumi e ridurre il rischio legato ai cambiamenti degli algoritmi.

Costruire dati proprietari e relazione diretta

La seconda priorità riguarda i dati. In un ecosistema sempre più intermediato, il database è l’asset più strategico che un’azienda può costruire. Significa poter parlare direttamente con il cliente, senza dipendere da piattaforme esterne, e lavorare su logiche di lungo periodo. Una newsletter ben progettata, ad esempio, non è più un semplice strumento informativo, ma un canale di attivazione e conversione. I dati di mercato mostrano come l’email continui a mantenere performance solide, con tassi di apertura e interazione ancora competitivi rispetto ad altri canali.

Le evidenze operative confermano questa direzione: i modelli basati su gestione strutturata del dato e relazione diretta con l’utente consentono di migliorare in modo significativo i principali indicatori di performance, con incrementi delle conversioni tra l’8% e il 12% e un aumento della contattabilità dei lead fino al 30%. In questo contesto, il CRM smette di essere uno strumento operativo e diventa un’infrastruttura strategica.

Traffico da ricerca e qualità del lead: il vero KPI

Il terzo punto riguarda un cambio di metrica. In uno scenario in cui i costi aumentano, puntare sulla quantità dei lead non è più sostenibile. Il vero KPI diventa la qualità del contatto e la sua propensione all’acquisto. Generare più lead non basta: serve generare lead migliori.

Dall’AI come minaccia all’AI come canale

Questo implica introdurre sistemi di qualificazione a monte del funnel. Strumenti conversazionali come WhatsApp o chatbot permettono di interagire con l’utente prima che entri nel processo commerciale generalmente mediato dai contact center, filtrando i contatti e migliorando l’efficienza complessiva. Le attività di qualifica mostrano tassi tra il 70% e l’80%, con livelli di contattabilità che possono superare il 95%, riducendo in modo significativo le dispersioni lungo il funnel.

Essere selezionati dagli algoritmi conta più del posizionamento

Infine, l’intelligenza artificiale non va affrontata come un problema da risolvere, ma come un nuovo canale da presidiare. Se le risposte vengono generate direttamente dai motori di ricerca, diventa fondamentale lavorare affinché i propri contenuti siano tra le fonti utilizzate. È questo il terreno dell’Answer Engine Optimization: non più solo posizionarsi, ma essere selezionati e citati dagli algoritmi.

I touchpoint conversazionali come leva di conversione

Allo stesso tempo, i touchpoint conversazionali stanno evolvendo rapidamente. WhatsApp, chatbot e assistenti virtuali non sono più strumenti di supporto, ma veri e propri canali di conversione, capaci di ridurre le frizioni e accelerare il percorso decisionale.

Il futuro oltre il traffico da ricerca

Siamo quindi all’inizio di una nuova fase dell’economia digitale, in cui il traffico è meno garantito e la relazione diventa il vero elemento differenziante. Le aziende che continueranno a inseguire volumi rischiano di entrare in una spirale di costi crescenti e marginalità decrescente. Quelle che investiranno in dati proprietari, qualità dei lead e gestione diretta della relazione costruiranno un vantaggio competitivo più solido e duraturo.

Guardando al futuro, la differenza non la farà chi riuscirà a generare più traffico, ma chi saprà costruire relazioni migliori.

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