Le perdite nelle reti idriche italiane rappresentano uno dei problemi strutturali più costosi e meno visibili del Paese. Quasi quattro litri su dieci non arrivano mai all’utente finale: si disperdono in condutture vetuste, mal monitorate e spesso gestite senza gli strumenti digitali oggi disponibili. Eppure le soluzioni esistono, e alcuni operatori dimostrano già che funzionano.
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Quasi il 38% dell’acqua si perde prima di arrivare all’utente
Ogni anno in Italia si perdono quantità enormi di acqua potabile prima ancora che arrivi all’utente. Le perdite medie delle reti idriche nazionali si attestano al 37,9%, su una rete di oltre 324mila chilometri, di cui il 30% ha più di trent’anni di età. Non è solo uno spreco ambientale — è un fallimento industriale e gestionale che ha un costo enorme per le finanze pubbliche, per le tariffe e per la resilienza del territorio.
La buona notizia è che gli strumenti per invertire questa tendenza esistono, sono maturi e in molti casi già disponibili sul mercato a costi accessibili.
La cattiva notizia è che il settore idrico italiano li usa ancora troppo poco, troppo a macchia di leopardo, e spesso nel modo sbagliato.
Il PNRR ha accelerato gli investimenti, ma il nodo è cosa succede dopo
Gli ultimi anni hanno segnato un’accelerazione degli investimenti senza precedenti. Secondo il Blue Book di Fondazione Utilitas e Utilitalia, nel periodo 2021-2029 gli investimenti nel settore idrico si attestano su una media di 90 euro annui per abitante, con un picco di 106 euro nel biennio 2025-2026 direttamente collegato all’attuazione del PNRR. Un salto significativo rispetto alla media storica, che fino al 2021 si aggirava intorno ai 66 euro pro capite. Il problema è quello che succede dopo.
Con la fine delle risorse straordinarie del Piano nazionale di ripresa e resilienza gli investimenti dei gestori idrici sono destinati a ridursi del 20%, secondo una ricerca di The European House Ambrosetti, mentre la tariffa idrica cresce pur rimanendo sotto la media Ue.
Ma nonostante la conclusione del Pnrr, nel 2027, il settore idrico italiano potrà mantenere livelli di investimento intorno ai 100 euro pro capite (98 euro) grazie ai capitali privati che potrebbero contribuire fino al 18%.
Secondo Utilitalia servono almeno 2 miliardi di euro l’anno di contributo pubblico per i prossimi dieci anni, da affiancare a strumenti innovativi di finanza — idro-bond, garanzie statali su opere strategiche, certificati blu — che coinvolgano anche il capitale privato. Senza un sistema stabile di finanziamento strutturale, il rischio concreto è che le infrastrutture tornino a degradare più velocemente di quanto si riesca a rinnovarle. Anche perché maggiori investimenti, pubblici o privati che siano, solitamente inducono anche ad cambiamenti gestionali e organizzativi, che spesso sono altrettanto importanti.
La tecnologia esiste: il problema è come viene usata
Sul fronte dell’innovazione, il panorama italiano mostra segnali incoraggianti ma anche ritardi preoccupanti. La ricerca condotta da Strategic Management Partners sui gestori del Servizio Idrico Integrato evidenzia un digital divide profondo tra operatori grandi e piccoli, e tra Nord e Sud, che rischia di trasformarsi in un divide di servizio per i cittadini.
Prendiamo i contatori intelligenti: l’installazione di smart meter in Italia è ferma al 17% della rete, contro una media europea del 49%. Ma il dato più significativo non è quello dell’installato — è come viene usato: il 62% dei gestori che dispone di smart meter li utilizza esclusivamente per la fatturazione, rinunciando alle funzionalità più preziose come il rilevamento delle perdite occulte, l’analisi dei consumi anomali e il bilanciamento idrico. Solo il 28% ne fa un uso davvero evoluto.
Analogamente, l’80% dei gestori medio-piccoli non ha ancora installato in modo estensivo tecnologie SCADA e IoT sulle reti. Senza sensori che monitorano il flusso in tempo reale, la ricerca delle perdite resta un’attività manuale, lenta e costosa — l’esatto contrario di quello che serve in un settore che deve recuperare decenni di manutenzione arretrata.
Digital twin e intelligenza artificiale: dai casi pilota alla scala industriale
I grandi operatori nazionali stanno dimostrando cosa è possibile fare quando si investe in modo strutturato. Iren ha annunciato un piano da oltre 1,5 miliardi di euro con focus specifico sulla distrettualizzazione delle reti idriche — ovvero la suddivisione delle infrastrutture in aree omogenee monitorate costantemente, che consente un controllo preciso delle pressioni e delle portate e permette interventi rapidi e mirati. La media delle perdite del gruppo punta a scendere sotto il 24% entro il 2040.
L’adozione di sistemi di gestione integrata dei bacini, digital twin, control room e analisi basate sull’intelligenza artificiale ottimizzano le operazioni e migliorano la previsione del rischio. Come documenta il Wef nel report “Bridging the Trillion Water Infrastructure Gap”, le utility che adottano questi sistemi registrano risparmi annuali del 10-20% nelle spese operative e del 20-30% in conto capitale. Risultati che, su scala nazionale, avrebbero un impatto sistemico di primissimo piano.
Il nodo irrisolto della governance dei dati
Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente. La ricerca di SMP evidenzia che il 73% dei gestori dichiara di avere procedure documentate, ma nella maggior parte dei casi queste informazioni non sono centralizzate. Il 36% dei gestori non dispone di una funzione IT centralizzata che governi l’intera mappa applicativa. Senza una governance unica dei dati, è impossibile costruire strategie data-driven: i sistemi proliferano, le basi dati si moltiplicano, ma spesso non comunicano fra loro, vanificando gli investimenti tecnologici.
Quasi il 40% dei gestori non dispone ancora di un sistema integrato in grado di raccogliere, centralizzare ed elaborare i dati di rete. Il 43% del settore opera ancora secondo una logica di manutenzione reattiva — si interviene quando si rompe qualcosa, non prima. Solo i grandi operatori hanno sistemi di asset management predittivo. Il gap tecnologico qui crea direttamente un gap di servizio: chi usa algoritmi predittivi riduce interruzioni e costi, chi non lo fa rincorre le emergenze spendendo di più.
Cosa bisogna fare: assessment, priorità e change management
La sfida per i gestori del SII nei prossimi anni si articola su tre piani.
Assessment: mappare prima di investire
Il primo è l’assessment. Non si può trasformare ciò che non si conosce. Prima di qualsiasi investimento tecnologico, è necessario mappare con precisione lo stato attuale di sistemi, dati, processi e organizzazione. Un assessment preliminare consente di identificare le reali esigenze di automazione e telecontrollo, orientando gli interventi in base alla criticità e strategicità degli asset.
Prioritizzazione: distinguere i quick win dai grandi progetti
Il secondo è la prioritizzazione. Le risorse non sono infinite, e il rischio di dispersione è alto in un settore dove la pressione regolatorio-tariffaria da un lato e la frammentazione gestionale dall’altro rendono difficile mantenere una visione strategica di lungo periodo. È necessario classificare le iniziative per impatto e facilità di implementazione, distinguendo i quick win dai grandi progetti, e costruire una roadmap organica per aree funzionali.
Change management: la variabile più sottovalutata
Il terzo — spesso il più sottovalutato — è il change management. La tecnologia è il mezzo, non il fine. L’adozione di digital twin, Water Management System o soluzioni AI-powered richiede un parallelo riassetto organizzativo e una re-ingegnerizzazione dei processi operativi. Senza questo, anche gli investimenti più significativi rischiano di restare esperimenti isolati, difficilmente scalabili a livello industriale.
La posta in gioco: trasformare l’eccezionale in ordinario
Il settore idrico italiano ha davanti a sé una finestra di opportunità che non durerà per sempre. Il PNRR ha creato le condizioni per un salto generazionale nelle infrastrutture. La tecnologia è disponibile, i casi di successo esistono, la regolazione ARERA offre incentivi concreti per chi raggiunge standard di eccellenza.
Quel che serve ora è la volontà sistemica di trasformare l’eccezionale in ordinario: portare a regime le soluzioni che funzionano, colmare il divario tra grandi e piccoli gestori, costruire un sistema di finanziamento strutturale che non dipenda dai cicli dei fondi straordinari. L’acqua è una risorsa strategica. Gestirla bene è una scelta industriale e politica prima ancora che tecnologica.













