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Governare le dipendenze: la via europea alla sovranità digitale



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La sovranità digitale è ormai il terreno su cui si misurano autonomia tecnologica, sicurezza e capacità industriale. Il primo nodo riguarda proprio il posizionamento dell’Italia dentro una filiera globale da cui dipende, ma che vuole imparare a governare

Pubblicato il 29 apr 2026

Antongiulio Lombardi

Esperto di diritto e tecnologia



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Negli ultimi anni, il tema della sovranità digitale è emerso con forza crescente nel dibattito politico ed economico europeo. Non si tratta più soltanto di una questione tecnica, ma di un nodo strategico che incrocia sicurezza, competitività industriale, autonomia geopolitica e tutela dei valori democratici.

Sovranità digitale europea tra dipendenze, cloud e controllo

In questo contesto, l’Italia si colloca in una posizione peculiare: profondamente integrata nelle filiere globali e al contempo sempre più consapevole della necessità di rafforzare la propria autonomia tecnologica.

Le posizioni espresse da Alessio Butti sintetizzano bene questa fase. L’obiettivo non è un’improbabile autarchia, ma una “collaborazione selettiva” con partner che condividano valori e interessi strategici (ANSA, 21 aprile 2026). Allo stesso tempo, Butti ha evidenziato un punto cruciale: “la sovranità dell’AI è a rischio se i modelli sono progettati altrove”. In altre parole, il controllo delle tecnologie fondamentali – e in particolare dei modelli di intelligenza artificiale – rappresenta oggi una dimensione essenziale della sovranità.

Europa: sovranità come gestione delle dipendenze

A livello europeo, il dibattito si è progressivamente spostato verso un approccio pragmatico. L’Unione non punta a uno strappo netto dalle tecnologie statunitensi, ma a un disimpegno graduale e selettivo dalle dipendenze più critiche.

Questo approccio riflette una consapevolezza strategica: una rottura immediata sarebbe irrealistica e potenzialmente dannosa per l’innovazione e la competitività. La sovranità digitale europea non si costruisce quindi attraverso l’isolamento, ma attraverso la capacità di governare le interdipendenze.

Il concetto di “cloud sovrano” ne è un esempio. Non implica necessariamente infrastrutture completamente autonome, ma la possibilità di garantire controllo su dati, processi e standard, assicurando che siano coerenti con il quadro normativo e valoriale europeo. Ciò nella consapevolezza che componenti anche rilevanti possano continuare ad essere reperite da fornitori extraeuropei, in particolare statunitensi.

Infrastrutture, piattaforme e potere

Il dibattito europeo si inserisce in una riflessione più ampia, sviluppata anche negli Stati Uniti. Studiosi come Laura DeNardis hanno sottolineato come il controllo del digitale passi attraverso infrastrutture e standard tecnici più che attraverso le sole norme (DeNardis, The Global War for Internet Governance Yale University Press, New Haven–London, 2014).

Allo stesso modo, Jack Goldsmith e Tim Wu hanno evidenziato il ritorno degli Stati nel cyberspazio (Goldsmith & Wu, Who Controls the Internet? Illusions of a Borderless World, Oxford University Press, Oxford–New York, 2006), mentre Wu ha messo in luce il rischio di concentrazione del potere nelle grandi piattaforme (The Curse of Bigness Columbia Global Reports, New York, 2018).

A queste analisi si aggiunge quella di Nick Srnicek, secondo cui le piattaforme digitali rappresentano le infrastrutture fondamentali del capitalismo contemporaneo (Nick Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge, 2017,). Il controllo di tali infrastrutture – oggi sempre più legate all’intelligenza artificiale – si traduce in potere economico e politico.

Il report Foti sul cloud sovrano: realismo strategico e transizione graduale

Il report sul cloud sovrano europeo coordinato da Foti rafforza questa impostazione pragmatica. Il documento evidenzia come “non siano auspicabili strappi netti rispetto alle tecnologie e ai fornitori globali”, sottolineando invece la necessità di “un disimpegno graduale e selettivo dalle dipendenze esterne”.

Lo stesso report evidenzia come l’Italia sia un Paese a rischio medio dipendenza, rispetto all’uso di hyperscaler USA da parte di istituzioni pubbliche, anche militari.

In questa prospettiva, la sovranità digitale viene interpretata non come autosufficienza immediata, ma come percorso progressivo, fondato sulla capacità di rafforzare le competenze e l’industria europea senza compromettere l’accesso all’innovazione. Il report chiarisce inoltre che è essenziale “evitare effetti negativi sulla competitività del sistema europeo”, riconoscendo che le infrastrutture cloud rappresentano un ecosistema complesso e interdipendente.

Un passaggio particolarmente rilevante riguarda il ruolo della governance: il documento sottolinea che la vera leva della sovranità non risiede necessariamente nella proprietà integrale delle tecnologie, ma nella capacità di “controllo sui dati, sulle applicazioni e sulle condizioni di utilizzo delle infrastrutture”.

Infine, il report mette in guardia da un rischio strutturale: quello di sviluppare un quadro regolatorio avanzato senza un corrispondente rafforzamento della capacità industriale europea, creando un disallineamento tra ambizioni politiche e realtà tecnologica.

Sovranità digitale italiana tra industria, AI ed energia

Nel contesto italiano, la sovranità digitale si intreccia sempre più con la politica industriale. La costruzione di un ecosistema nazionale passa attraverso asset strategici come reti, cloud e data center.

Il punto chiave è che la sovranità digitale non può essere disgiunta dalla capacità industriale: senza una base produttiva adeguata, qualsiasi strategia rischia di rimanere incompiuta.

Intelligenza artificiale: sovranità dei modelli e dei dati

L’intelligenza artificiale rappresenta il terreno più avanzato della competizione tecnologica. Il tema centrale non è solo l’adozione, ma il controllo dei modelli e dei dati.

Butti ha sottolineato che è “quasi impossibile essere autarchici” nell’AI, ma ha anche ribadito la necessità di collaborare con partner affidabili e coerenti con i valori europei (ANSA, 21 aprile 2026). Questo implica una strategia duplice: apertura e autonomia.

Il rischio, altrimenti, è una dipendenza strutturale da tecnologie sviluppate altrove, con implicazioni non solo economiche ma anche culturali e normative.

Energia: il prerequisito della sovranità digitale

Un elemento spesso sottovalutato è la dimensione energetica. Le tecnologie digitali avanzate sono energivore per definizione: data center, AI e quantum computing richiedono enormi quantità di energia.

Butti ha evidenziato chiaramente questo nodo, sostenendo la necessità di “una politica energetica all’altezza”, anche attraverso il nucleare di nuova generazione (ANSA, 21 aprile 2026). Questo tema è al centro anche dell’azione del ministro Gilberto Pichetto Fratin.

Senza energia stabile, competitiva e sostenibile, la sovranità digitale resta un obiettivo irraggiungibile.

Regole europee, piattaforme e dipendenze sistemiche

Nel contesto globale, la sovranità digitale si intreccia con la competizione tra Stati Uniti e Cina.

Gli Stati Uniti dominano piattaforme, cloud e modelli di AI. La Cina, invece, ha sviluppato un modello integrato tra Stato e industria, fondato su grandi gruppi come Huawei e Alibaba.

Questo modello, analizzato da Evgeny Morozov (Evgeny Morozov,The Net Delusion The Dark Side of Internet Freedom, PublicAffairs, New York, 2011), mostra come la tecnologia possa diventare uno strumento di governance e potere geopolitico.

Per l’Italia e l’Europa, la sfida è evitare una dipendenza unilaterale. Da qui emerge la necessità di una posizione di equidistanza strategica: non neutralità, ma capacità autonoma di scelta, fondata sulla costruzione di risorse tecnologiche proprie.

Il vero problema è il ruolo quasi statuale delle piattaforme che rende necessaria una consapevolezza profonda dei rischi connessi dell’affidamento pieno alle loro infrastrutture, vista la possibilità per dette piattaforme di agire in modo indipendente dai vincoli posti dalle leggi dei Paesi in cui operano.

Cybersecurity Act 2: il rischio di una sovranità senza industria

Un banco di prova cruciale è rappresentato dal rafforzamento del quadro europeo sulla cybersicurezza, noto come “Cybersecurity Act 2”.

L’obiettivo è inequivocabile: incrementare il livello di sicurezza e ridurre le vulnerabilità. Tuttavia, si profila un rischio di natura strutturale: l’insufficiente capacità produttiva europea. Se le normative richiedono tecnologie sovrane non disponibili su scala adeguata, si crea un cortocircuito.

Il risultato potrebbe essere paradossale: norme ambiziose ma difficilmente applicabili, aumento dei costi e persino maggiore dipendenza da fornitori extraeuropei. Senza una politica industriale coerente, la regolazione rischia di non raggiungere i propri obiettivi.

Piattaforme come “quasi-Stati”

Le big tech come Google, Meta e Amazon esercitano poteri tipicamente statali:

Normativi: stabiliscono regole (termini di servizio, policy di moderazione) che funzionano come vere e proprie “leggi private”.

Esecutivi: applicano tali regole tramite algoritmi e decisioni interne (es. sospensioni di account).

Infrastrutturali: controllano spazi essenziali per comunicazione, commercio e informazione.

Il giurista Frank Pasquale parla di “black box society”, evidenziando come queste piattaforme operino con logiche opache che incidono su diritti fondamentali.

Un elemento critico è la dimensione transnazionale. Le piattaforme possono aggirare o ridurre l’impatto delle normative locali grazie a sedi legali distribuite, architetture tecniche globali, asimmetrie di potere rispetto agli Stati.

Un esempio emblematico è il caso “Facebook–Cambridge Analytica scandal”, in cui dati di milioni di utenti furono utilizzati per fini politici senza un controllo efficace da parte delle autorità nazionali. Questo episodio ha mostrato come la governance delle piattaforme possa sfuggire ai meccanismi democratici tradizionali.

Esempi concreti di “potere sovrano” delle piattaforme

Moderazione dei contenuti: nel 2021, piattaforme come Twitter (oggi X) e Meta hanno sospeso account di figure politiche di primo piano, dimostrando un potere diretto sul discorso pubblico globale.

Dipendenza infrastrutturale: il blocco dei servizi cloud di Amazon Web Services nei confronti del social Parler ha di fatto reso inaccessibile l’intera piattaforma.

Controllo economico: gli sviluppatori dipendono dagli ecosistemi chiusi di Apple e Google per distribuire app, accettando condizioni imposte unilateralmente.

Questi casi mostrano come decisioni aziendali possano avere effetti sistemici, simili a provvedimenti governativi.

L’affidamento pieno alle infrastrutture delle piattaforme comporta:

Rischio di arbitrio: decisioni non trasparenti e difficilmente contestabili.

Erosione della sovranità: gli Stati perdono capacità di regolazione effettiva.

Dipendenza sistemica: interi settori economici diventano vulnerabili a scelte aziendali.

Problemi di diritti fondamentali: libertà di espressione, privacy e accesso all’informazione vengono mediati da attori privati.

L’Unione Europea ha cercato di reagire con strumenti come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, che mirano a:

aumentare la trasparenza,

limitare gli abusi di posizione dominante,

responsabilizzare le piattaforme.

Tuttavia, anche queste normative si scontrano con la natura globale delle piattaforme e con la rapidità dell’innovazione tecnologica.

La sovranità digitale come capacità di scelta

La sovranità digitale non è un traguardo statico, ma un processo dinamico. Richiede interventi coordinati su infrastrutture, industria, energia, ricerca e regolazione per il rafforzamento della indipendenza da Paesi e piattaforme che sono diventate attori di governance globale senza un corrispondente sistema di responsabilità democratica.

L’Italia sembra orientata verso un approccio pragmatico: costruire autonomia senza isolamento, collaborare senza dipendere, regolare senza frenare. In questo equilibrio si gioca il futuro digitale del Paese e dell’Europa.

In definitiva, la sovranità digitale non coincide con l’autosufficienza, ma con la capacità di scelta: scegliere tecnologie, partner e modelli di sviluppo in modo coerente con i propri interessi strategici e i propri valori. È questa capacità che definirà il ruolo dell’Europa nel nuovo ordine tecnologico globale.

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