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Chatbot-dipendenza: se il digitale diventa rifugio dalla realtà delle relazioni



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Tecnodipendenza, hikikomori e psicosi da IA mostrano il legame tra fragilità relazionale, uso improprio delle tecnologie e crisi educativa. Il digital parenting diventa centrale per comprendere rischi, responsabilità e possibilità di prevenzione nelle generazioni più esposte

Pubblicato il 18 mag 2026

Tjuana Foffo

Psicoanalista – Università degli Studi de L’Aquila



chatbot ed empatia robot educativi social e minori
Teenager using smartphone chatting with friends and learning music from AI chatbot.Concept for online education,digital lifestyle, social media, virtual interaction,e-learningonline behaviour concepts
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La dipendenza da IA e tecnologie digitali mette in luce un vuoto relazionale che attraversa famiglie, adolescenti e società contemporanea. Dalla tecnodipendenza agli hikikomori, fino alla psicosi da IA, il nodo centrale resta il rapporto tra connessione, legame e responsabilità educativa.

Relazione, nuove tecnologie e crisi dell’ordine sociale

Secondo l’Enciclopedia Treccani, si definisce “Relazione” la “Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti (oggetti e fatti, situazioni e attività, persone e gruppi, istituzioni e categorie, fenomeni, grandezze, valori, ecc.). Con riferimento a persone o a gruppi, come rapporto, legame o vincolo reciproco. Con valore concr., nell’uso com. (quasi sempre al plur.), amicizie, conoscenze utili, cui si può ricorrere in caso di bisogno.”

La relazione implica dunque la presenza dell’Altro.

Le nuove tecnologie hanno permesso l’estensione di questo concetto ben oltre i poli della pragmatica e della trascendenza, dunque il concreto fattuale e lo spirituale, dal momento in cui hanno permesso l’interconnessione di soggetti e piani di vita differenti, in termini spazio-temporali.

Dall’avvento del World Wide Web nell’ultimo decennio del Novecento ad oggi, gli strumenti tecnologici sviluppati dall’uomo hanno avuto un’implementazione esponenzialmente più rapida della capacità di adattamento a un loro utilizzo consapevole da parte di quest’ultimo.

Le difficoltà relazionali della postmodernità, come epoca critica, tra il decaduto patriarcato e la ricerca di un nuovo ordine sociale, sono state terreno fertile ai fini dell’uso improprio delle nuove tecnologie. È a partire dagli anni “70 del secolo scorso, difatti, ma sulla base di un movimento culturale iniziato ancor prima, come testimoniano gli scritti del filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche, che l’emergere della coscienza di Sé, in senso lato, nell’uomo, dunque i movimenti di liberazione sessuale, i diritti all’aborto e al divorzio, ovvero ciò che complessivamente potremmo identificare come la rivoluzione dei costumi, il ribaltamento di un ordine dato per assoluto e normalizzato nei secoli, abbia lasciato in eredità alla generazioni successive un vuoto valoriale che a tutt’oggi non trova un nome e una forma, un contenitore.

Cosa testimonia la società postmoderna se non l’esasperata ricerca di un padre, a seguito della “Morte di Dio” di Nietzschiana memoria, dunque del vuoto relazionale da questa provocato, attraverso l’emergere e il diffondersi del tanto in voga disturbo narcisistico di personalità, delle tossicomanie e tossicodipendenze assieme a tutti quei comportamenti “para-relazionali”, tra cui il riferirsi all’IA, volti alla ricerca di una via retta o verso la rettitudine e la perfezione?

“Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori; i giovani esigono immediatamente il posto degli anziani; gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici, acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi […] Hanno portato i giovani a non cercare altro che il lusso e l’ozio, sia fisico sia morale, li hanno resi molli e pigri, incapaci di resistere ai dolori e ai piaceri.” La citazione è dal Libro VIII de La Repubblica di Platone, vissuto dal 428 al 347 Avanti Cristo. In quest’ottica Vichiana potremmo pensare a un ricorso storico; tuttavia, il fenomeno a cui ci troviamo di fronte oggigiorno si pone come inedito: il decaduto patriarcato, che nella sua ingiustizia costitutiva si è posto comunque a garante dell’ordine sociale per oltre due millenni, non ha trovato un degno erede; dunque nel frattempo l’uomo ha sviluppato delle tecnologie che possano assurgere a guida per la propria esistenza, pur non esistendo esse stesse, in termini strettamente biologici.

Oggi dunque “I legami sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza.” come descrive esaustivamente Zygmunt Bauman (2017).

L’impossibilità di colmare il delta esistente tra diffusione delle nuove tecnologie ed educazione al loro utilizzo consapevole ha avuto una serie di conseguenze, tra cui:

  • Ha prestato il fianco a dinamiche di abuso delle stesse (tecnodipendenze, ritiro sociale – Hikikomori, psicosi da IA);
  • L’abuso di cui sopra ha generato fenomeni diversi a livello transgenerazionale, i quali si sono reciprocamente incentivati, provvedendo all’esacerbazione degli stessi;
  • La mancanza di un’alfabetizzazione digitale, da parte degli adulti di riferimento (genitori, professori,..), che potesse essere trasmessa ai minori, ha condotto a derive comportamentali in entrambi;
  • Tali derive hanno trovato un vuoto sia a livello sociale (pensiamo alla Parola del Padre di Lacaniana memoria, in quanto limite, vincolo e possibilità di espressione) che legislativo, dunque non hanno cornice e i soggetti che le vivono e/o le subiscono si trovano senza tutele.

Teknodipendenza, Hikikomori e Psicosi da IA come fenomeni su un continuum

Le tecno-dipendenze sono un fenomeno relativamente recente. Il neologismo, presente nella Treccani dal 2018, è difatti ormai in uso da circa trent’anni ed è nato, come per tanta terminologia prestata alla psicologia, all’interno dell’universo giornalistico (Repubblica, 1996). Definiamo teknodipendenza o tecno-dipendenza “il non poter fare a meno delle tecnologie più recenti”, ovvero l’incapacità di fare a meno delle tecnologie digitali, attraverso il loro utilizzo compulsivo, il quale a sua volta causa alterazioni comportamentali e isolamento sociale, dunque disagio psicologico. In tal senso, non diversamente dalle altre dipendenze patologiche, il comportamento è negato, egodistonico, ovvero causa di difficoltà significative ad appannaggio delle aree lavorativa e relazionale e nei casi in cui non possa essere dissimulato provoca senso di colpa e vergogna sociale.

Il bisogno imperioso di utilizzare compulsivamente smartphone e/o PC è spesso accompagnato da irritabilità, ansia, tachicardia e panico in caso di disconnessione, dunque quello stato di sofferenza psicofisica che a partire dal 2008 è stato identificato dall’ente britannico YouGov di Post Office Telecom, che ha condotto la prima ricerca in merito, come “nomophobia”, acronimo di “no-mobile-phone phobia” ovvero la paura irrazionale e incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete, di perdere lo smartphone o di non poterlo utilizzare per assenza di campo o batteria scarica, dunque il terrore di non essere raggiungibili o di non poter accedere ai social/internet ed essere, per questo, tagliati fuori.

Secondo David Greenfield Professore di Psichiatria all’Università del Connecticut, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze in quanto causa delle interferenze nella produzione della dopamina, così ogni volta appare una notifica sul cellulare sale il livello del neuromodulatore, perché nel soggetto crea l’aspettativa che ci sia qualcosa di nuovo e interessante da scoprire. Il problema è che non necessariamente, se non quasi mai, aspettativa e realtà coincidono, così si genera l’impulso di controllare in continuazione, innescando lo stesso meccanismo che si attiva in un giocatore di azzardo (Greenfield D.N. e Davis R.A., 2002).

La teknodipendenza, dunque, al pari degli altri fenomeni d’abuso ha il via da un utilizzo normale, statisticamente inteso, del mezzo di comunicazione ed evolve da un’attenzione ossessiva al controllo digitale, a un aumento del tempo online, fino alla compromissione della quotidianità. Imparare a intercettare l’iniziale utilizzo problematico da parte dei caregivers è di fondamentale importanza ai fini del contenimento del comportamento e della cura del soggetto addicted, dunque di prevenire o quanto meno ridurre i danni causati dal comportamento stesso, quali posso essere, in ordine di gravità: disagio emotivo significativo; calo motivazionale; riduzione della capacità di pianificazione da parte della corteccia prefrontale; solitudine; ansia; depressione; psicosi.

Gli adolescenti sono la popolazione a più alto rischio di sviluppare una teknodipendenza come riportato nello studio di Francisca Lopez Torrecillas, Docente presso il Dipartimento di Personalità e Valutazione psicologica e Trattamento delle dipendenze dell’Università di Granada, la quale ha svolto, nel 2007, una ricerca su campo con giovani adulti tra i 18 ei 25 anni, scoprendo che la maggior parte delle persone colpite da questa condizione sarebbero giovani adulti con bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali, i quali sentono il bisogno di essere costantemente connessi e in contatto con gli altri attraverso il telefono cellulare e che di solito mostrano noia quando si effettuano altre attività ricreative, conseguentemente all’uso patologico di telefoni cellulari. Una piccola, ma significativa ricerca del 2012, commissionata da AVG, celebre casa di software che realizza antivirus e altri programmi per la sicurezza del computer, ha portato alla luce che oltre il 50% dei bambini nativi digitali tra i 2 e i 5 anni di età, sa già come giocare con un gioco per tablet di livello base, mentre appena l’11% di loro sa come allacciarsi le scarpe. I pediatri della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale), riuniti in convegno a Caserta, hanno parlato chiaro sottolineando il bisogno di creare linee guida per limitare il più possibile l’uso dei telefonini ai bambini, evitandone totalmente l’uso prima dei 10 anni e limitandone l’uso dopo tale età.

Altro importantissimo fenomeno sociale nato in Giappone, ma ormai diffusosi in tutto il globo tanto da esser presenti associazioni in ogni Paese è quello degli Hikikomori. Il termine significa letteralmente: “mi ritiro” e sta ad indicare una condizione di isolamento sociale volontario ed estremo. Le persone colpite, spesso giovani tra i 14 e i 30 anni principalmente maschi, si rinchiudono nella propria stanza o abitazione, rifiutando contatti sociali per mesi o anni.

Le cause di tale ritiro estremo definiscono, come sempre, una realtà complessa. Sembra difatti vadano rintracciate in:

  • Fattori caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi, seppur intelligenti, spesso particolarmente sensibili e socialmente inibiti. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili frustrazioni quotidiane;
  • Fattori familiari: l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili concause, soprattutto nell’esperienza giapponese;
  • Fattori scolastici: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Gli hikikomori sembrano percepire una forte pressione sociale, paura del fallimento e ansia sociale; inoltre spesso dietro l’isolamento si nasconde una storia di bullismo;
  • Fattori sociali: gli hikikomori soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del soggetto nel confrontarsi con la società, fino a un vero e proprio rifiuto di vivere all’interno della stessa. La dipendenza da internet viene spesso indicata quale concausa del ritiro sociale, ma in molti casi l’abuso delle nuove tecnologie sembra rappresentare più una conseguenza dell’isolamento, che una sua causa diretta. In Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, non sembra essere una sindrome culturale esclusivamente legata al contesto nipponico, come si riteneva all’inizio, ma un disagio adattivo sociale che riguarda tutti i Paesi economicamente sviluppati del mondo. In Italia i dati ufficiali si concentrano esclusivamente sugli studenti delle scuole secondarie e stimano tra i 50mila e i 70mila casi, mentre non esistono ancora studi quantitativi condotti sull’intera popolazione. Secondo un recente studio, pubblicato su Nature nel gennaio 2025, il 10% degli adolescenti italiani si troverebbe in una condizione di estremo ritiro sociale, sovrapponibile a quella degli hikikomori e sebbene il ritiro sociale insorga principalmente durante l’adolescenza, esso tende a cronicizzarsi con molta facilità e può dunque durare potenzialmente tutta la vita.

La “psicosi da IA” o AI-induced psychosis/delusions è un fenomeno emergente che descrive lo sviluppo o l’amplificazione di sintomi psicotici, deliri o perdita di contatto con la realtà, in seguito a interazioni prolungate e intense con chatbot basati su intelligenza artificiale generativa (Hart, 2025). Non si tratterebbe di una patologia causata direttamente dal software, piuttosto di un innesco o aggravamento di fragilità preesistenti.

L’IA, tendendo a convalidare, rassicurare e non porre limiti alle affermazioni dell’utente, può amplificare deliri grandiosi o paranoici, mimando gli effetti collaterali di alcune categorie di stupefacenti. Dal momento in cui l’utente inizia a credere ciecamente nelle risposte dell’IA, anche quelle palesemente inventate, può cadere in veri e propri deliri tecnologici. Un soggetto altamente vulnerabile dai punti di vista cognitivo ed emotivo, che riceve informazioni false, ma convincenti, su temi complessi: dalla salute alle teorie complottistiche, può essere erroneamente rinforzato nelle proprie convinzioni dalla coerenza narrativa dell’algoritmo dei chatbot, fino ad arrivare a vivere in una realtà parallela, costruita digitalmente.

Le echo chambers tecnologiche rafforzano questo effetto: algoritmi e chatbot tendono a confermare convinzioni preesistenti, riducendo l’esposizione a prospettive differenti. L’interazione costante con chatbot e sistemi generativi può generare una sorta di “filtro artificiale” che modifica la percezione della realtà da parte del soggetto: il fenomeno che oggi identifichiamo come reality distortion e che costituisce uno dei rischi più insidiosi di tale interazione. I rischi psicologici dell’IA, tuttavia, non riguardano solo persone con fragilità basali: ogni individuo, in condizioni di stress, solitudine o vulnerabilità emotiva, può cadere nell’abuso delle echo chambers. Tra gli effetti collaterali dell’uso inappropriato dell’IA sul benessere psicologico troviamo:

  • Accresciuta vulnerabilità psichica, dovuta all’illusione di ricevere risposte “su misura”, che può rendere dipendenti;
  • Isolamento sociale, nella sostituzione dei rapporti reali con conversazioni digitali, con conseguente impoverimento delle skills relazionali;
  • Disturbi dell’umore quali ansia, depressione e paranoia possono essere esacerbati da interazioni patogene;
  • Perdita di senso critico nell’affidarsi ciecamente alle risposte AI, aumentando il bias di conferma, dunque generando una spirale verso il basso, nella direzione dei propri deliri;
  • Dipendenza patologica ingravescente.

Gli effetti sono subdoli perché si insinuano nel quotidiano, senza campanelli d’allarme immediati e quando il confine tra supporto digitale e sostituzione della realtà si assottiglia, la reality distortion può trasformarsi in una vera trappola psicologica da cui è difficile uscire senza aiuto esterno. Un’inchiesta del Washington Post riporta che l’American Psychological Association sta monitorando il fenomeno e le sue specificità: i casi descritti finora mostrano ricorrenze precise come deliri di tipo “messianico”, “grandioso”, “religioso” o “romantico”, accompagnati da una profonda difficoltà a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è (Tiku & Malhi, 2025). Report testimoniano ricoveri psichiatrici, episodi maniacali e persino tentativi di suicidio, segno di un coinvolgimento clinicamente rilevante nell’interazione. La psichiatra Marlynn Wei, su Psychology Today, individua tre configurazioni particolarmente frequenti:

  • la convinzione di una missione o di “verità ultime” rivelate dall’intelligenza artificiale;
  • la personificazione della macchina come entità senziente o divina;
  • l’investimento erotomanico verso un chatbot, ritenuto a tutti gli effetti il proprio partner affettivo (Wei, 2025).

Gli utenti colpiti possono dunque sviluppare la convinzione di avere relazioni romantiche con l’IA, deriva paventata già da tempo ed espressa egregiamente in filmografia da Spike Jonze (Her, 2013); credere che le macchine leggano la loro mente o di essere diventati cyborg. Le ricerche indicano che circa lo 0,07% degli utenti attivi mostra segnali di psicosi o mania, settimanalmente. La Columbia University e altri centri di ricerca hanno iniziato a raccogliere decine di casi clinici, molti dei quali coinvolgono giovani uomini che utilizzano i chatbot come confidenti digitali. Tra le domande più sottoposte all’IA sembra infatti essere presente: “Mi fai compagnia?”, a testimonianza dello sterminato vuoto relazionale dei soggetti colpiti da tale patologia, probabilmente tra le variabili in campo, relativamente alla vulnerabilità alla stessa, quella maggiormente significativa. L’IA può trasformarsi in un “surrogato emotivo” pericoloso, specialmente quando sostituisce le relazioni umane. A causa dell’aumento di questi casi, sono nati i primi gruppi di supporto online e stanno nascendo i primi luoghi di cura specializzati. Il fenomeno sottolinea la necessità di linee guida sull’uso sicuro dell’IA e di supervisione, specialmente per persone psicologicamente vulnerabili, che cercano conforto in confidenti digitali non progettati per la terapia ed è proprio per questo che la prevenzione e il supporto professionale diventano fondamentali, riportando il soggetto alla realtà della relazione, all’interazione in un clima di attaccamento sicuro, dunque alla possibilità di esplorazione di ciò che lo circonda, con le proprie risorse e vulnerabilità, per l’essere umano che è.

Digital parenting e child-effect

La vulnerabilità della popolazione adolescenziale ha origine, tra gli altri fattori, dall’analfabetismo delle generazioni precedenti, perché se è vero che i fenomeni d’abuso sono più frequenti nella prima, lo è altrettanto che i caregivers non sanno utilizzare le nuove tecnologie in modo sano, corretto, costruttivo, dunque trasmettere questo sapere e come è noto “il bambino si costruisce un’idea di relazione che dipende dalle modalità relazionali che ha stabilito con i propri genitori” (Bowlby, 1983).

In un recente sondaggio annuale «The State of Kid», rivolto a un campione di 2000 bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, alla domanda «I tuoi genitori sono mai distratti quando tu stai cercando di parlare con loro?», ben il 62% dei bambini ha risposto di sì. Quando è stato chiesto: «Che cosa li distrae?», il distrattore più frequentemente indicato era il cellulare. In uno studio di Radesky e dei suoi colleghi condotto nel 2017 sono stati osservati segretamente le interazioni fra genitori e bambini nei ristoranti fast-food: 40 su 55 genitori hanno utilizzato il loro dispositivo mobile durante il pasto e ben 16 lo hanno utilizzato continuamente. Alcuni bambini hanno accettato la mancanza di attenzione, ma altri hanno mostrato un comportamento inadeguato e sempre più provocatorio.

I genitori, fortemente assorbiti dai loro smartphone, mantenevano lo sguardo sul dispositivo anche quando rispondevano alle domande dei figli e tendevano a reagire con durezza quando i figli si comportavano male. In uno studio recente di McDaniel e Radesky (2018) è stato indagato più nel dettaglio il rapporto tra l’uso della tecnologia dei genitori e i problemi di comportamento dei figli. È stato chiesto ai caregivers quanto e come usavano le nuove tecnologie: questi hanno notato che i vari dispositivi tecnologici interrompevano la comunicazione con il bambino tutti i giorni; dunque hanno conseguentemente valutato la loro dipendenza: hanno raccontato di sentire il bisogno di controllare immediatamente e rispondere ai nuovi messaggi. McDaniel e Radesky hanno definito questo fenomeno come «tecno-interferenza», ovvero la sovrapposizione tra le interazioni sociali e l’utilizzo delle nuove tecnologie da cui solamente l’11% dei genitori ha dichiarato di essere immune. Le conseguenze maggiormente frequenti della tecno-interferenza da parte dei caregivers sono l’aumento dell’iperattività e dei problemi di internalizzazione nei figli.

La diffusione delle tecnologie moderne, come i social media e le app di messaggistica istantanea, ha radicalmente trasformato la nostra concezione di privacy e ha reso sempre più pubbliche molte delle nostre attività e interazioni quotidiane. Questo cambiamento ha portato alla pubblicizzazione della sfera privata. Ciò ha contribuito a una cultura dell’immagine e della condivisione in cui l’attenzione è spesso rivolta alla creazione e alla cura di una presenza online. Questo ha condotto alla “domestication” (Aroldi, 2015), un processo graduale di adattamento alle nuove tecnologie all’interno delle famiglie e ha contribuito alla creazione di quella che è stata definita “famiglia ibridata” (Donati 2017), riferendosi al processo attraverso il quale le tecnologie digitali influenzano e modellano le dinamiche e le strutture delle famiglie contemporanee. Il fenomeno impatta sia sulle relazioni all’interno del nucleo familiare che sulle interazioni con l’esterno.

I genitori, in particolare, hanno subito una rimodulazione dei propri ruoli e delle proprie relazioni, soprattutto a causa del divario generazionale che ha portato a incomprensioni e a una riduzione della comunicazione con i figli. Le nuove tecnologie hanno reso le persone sempre più dipendenti da uno stile di vita caratterizzato da simultaneità, velocità, immediatezza ed effimerità, influenzando anche il modo stesso di comunicare.

La comunicazione è un elemento essenziale all’interno delle famiglie, poiché contribuisce alla costruzione di legami affettivi, alla condivisione di valori e alla trasmissione di conoscenze. L’introduzione dei social media ha introdotto nuove dinamiche e sfide in questo ambito.

Un aspetto chiave da considerare è il concetto di “digital parenting”, ovvero il modo in cui i genitori integrano le nuove tecnologie nel loro ruolo educativo: se da un lato i social media offrono nuove opportunità per il coinvolgimento e la comunicazione all’interno della famiglia, consentendo ai genitori di rimanere in contatto con i propri figli e di partecipare attivamente alla loro vita digitale, dall’altro l’uso eccessivo o non consapevole dei social media da parte dei genitori può portare a una diminuzione della qualità delle interazioni familiari e a una maggiore distanza emotiva tra genitori e figli. La comunicazione tra genitore e figlio non si limita alla trasmissione di informazioni, ma è anche fondamentale per la costruzione dell’identità del bambino e per lo sviluppo di relazioni significative: una famiglia in cui vige una comunicazione efficace è caratterizzata da stabilità relazionale, flessibilità e coesione: fattori che favoriscono la resilienza del bambino di fronte ai cambiamenti e alle difficoltà della vita (Merenda, 2019).

La qualità della comunicazione familiare influisce sul modo in cui i membri della famiglia affrontano le sfide e gestiscono i conflitti: strategie di comunicazione assertive, empatiche e basate sull’ascolto attivo favoriscono la risoluzione dei conflitti e il mantenimento di rapporti autentici e soddisfacenti all’interno della famiglia (Ubiminor, 2019, citato da Di Pane, 2020). Il digital parenting rappresenta il modo in cui i genitori gestiscono l’uso dei media digitali da parte dei loro figli, influenzando e venendo influenzati dallo stile genitoriale adottato. L’influenza dello stile genitoriale si riflette direttamente nelle pratiche di digital parenting, che possono essere categorizzate in quattro stili:

  • Autorevole: favorisce una mediazione supportiva; coinvolge i figli nella definizione dei limiti e delle regole sull’uso dei media digitali; promuove lo sviluppo dell’autonomia e della consapevolezza nell’uso dei media; sostiene un approccio equilibrato che incoraggia l’esplorazione e l’apprendimento.
  • Autoritario: caratterizzato da un controllo severo e rigido: le regole sull’uso dei media digitali sono stabilite senza coinvolgere i figli; il genitore limita le opportunità di crescita e apprendimento dei figli nell’ambito digitale, il che può generare resistenza e ribellione da parte dei figli.
  • Trascurante: si manifesta attraverso variazioni nelle strategie educative di mediazione. La presenza genitoriale nell’ambito digitale è intermittente e non costante, manca dunque di una guida chiara e coerente nell’uso dei media digitali. Questo stile potrebbe generare confusione e senso di abbandono nei figli.
  • Permissivo: concede ai figli ampi spazi di libertà nell’uso dei media digitali. Sono presenti poche regole e limiti. Mancano monitoraggio e controllo delle attività online dei figli. Questo caregiver potrebbe involontariamente esporre i figli a rischi online a causa di un supporto inadeguato all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Fattori come l’impostazione educativa dei genitori e il livello socioeconomico della famiglia influenzano il modo in cui viene praticato il digital parenting: le famiglie con basso reddito e basso livello di istruzione possono incontrare maggiori difficoltà nel negoziare l’uso dei media digitali (Ritzhaupt, Cheng, Luo & Hohlfeld, 2020), così come in contesti di povertà si osserva il fenomeno paradossale del child-effect (van den Bulck, Custers & Nelissen, 2016) con i figli che diventano guide nell’utilizzo delle tecnologie digitali per i genitori, effettuando dunque un ribaltamento del ruolo similare a quello operato nell’accudimento invertito.

Secondo il modello di utilizzo dei Social Networking Sites proposto da Nadkarni e Hoffman (2012), molte condotte inadeguate nel digital parenting derivano dal bisogno dei genitori di soddisfare i propri bisogni individuali di appartenenza e presentazione del sé. Ciò si manifesta attraverso il fenomeno dello “sharenting”, ossia la condivisione online di foto e video dei figli e di momenti privati della famiglia, spesso alimentata dalla necessità di “performare” la genitorialità. Questo comportamento si inserisce nella “genitorialità intensiva”, dove i genitori sentono il bisogno che i figli riflettano la qualità della loro attività genitoriale, presentando online il figlio ideale (Sità,2017); tuttavia, questa pratica può portare alla mancata accettazione incondizionata del bambino nella sua individualità, generando un conflitto interiore che influisce sulla relazione genitore-figlio.

Lo sharenting comporta rischi come la precoce esposizione ai pericoli online e la distorsione dell’immagine che il genitore trasmette al bambino. Inoltre, può influenzare il comportamento dei figli, portandoli a replicare un uso costante e disfunzionale dei media. Un caregiver che espone precocemente, al fine di ottenere riconoscimento sociale, il bambino alle dinamiche della rete, al contempo trasmettendo che parte della propria autostima dipende dalle stesse, pone in luce e incentiva una modalità d’interazione patologica con le nuove tecnologie. Lo stesso accade quando l’interazione genitori-figli avviene solo tramite social e non sono mai poste le basi per lo sviluppo e il sostegno di un’intimità relazionale profonda.

Dal deficit alla potenzialità: un capovolgimento prospettico necessario

Il fenomeno della dipendenza da nuove tecnologie non risulta dunque, come evidenziato dalle numerose ricerche in merito, di recente emersione, tanto da esistere già strumenti standardizzati ai fini diagnostici; ciò che oggi si impone, invece, relativamente alle dinamiche di utilizzo dei chatbot IA, è il fatto che l’impiego di questi ultimi vada a colmare un vuoto relazionale, essendo software relazione-mimetici. Partendo dal presupposto che esista un vuoto relazionale basale, come in ogni fenomeno di dipendenza, la prevenzione di dinamiche di abuso dell’IA andrebbe dunque ricercata non solum nell’alfabetizzazione digitale sed etiam in un’educazione alla relazione che ha evidentemente subito una battuta d’arresto tra la generazione X e le Z e Alpha.

Supponendo che i nati tra il 1965 e il 1980 siano i genitori dei nati tra il 1997 e il 2013, numeri alla mano dunque, il dato appare ancora più evidente: i primi sono la generazione nata con tre canali TV in bianco e nero, il telefono fisso a disco, prima dell’abolizione del delitto d’onore, della legge sul divorzio e quella sull’aborto, all’interno di una società patriarcale, etero-sessista e in un mondo autarchico; le ultime due generazioni, d’altro canto, sono nate con l’avvento del World Wide Web, i telefoni cellulari e a seguire gli smartphone, lo streaming, in un mondo globalizzato e una società “liquida” (Bauman Z., 2017).

Dati alla mano, quindi, la crisi evidenziata dall’abuso dell’IA in quanto conseguenza del gap generazionale appare evidente; tuttavia la parola “crisi” viene dal latino crisis e dal greco κρίσις e significa: scelta, decisione; per cui, al di là dell’accezione negativa culturalmente connotata, esprime in realtà neutralità rispetto a quanto appare come un ponte su un ignoto che può costituirsi come evolutivo o involutivo, a seconda delle scelte adattive o meno, adottate dai singoli e dalle società che vivono in quel determinato momento storico.

Potrebbe risiedere esattamente nell’incontro tra queste generazioni la possibilità di costruzione di un nuovo ordine, che subentri all’anacronistico patriarcato, ma ristabilisca l’esistenza di limiti chiari, quali vincoli e possibilità d’esistere (Ceruti M., 1986) ed esistere in relazione, poiché la mente è relazionale: noi esistiamo a partire dal riconoscimento dell’Altro: dal caregivers, ai pari, ai figli, ai nipoti e solo all’interno di tale dinamica e se questo limite invalicabile non si rende evidente, patologizzerà in forme relazione-mimetiche quali quelle emergenti. Cosa significa creare un ponte intergenerazionale? Vuol dire anzitutto che i soggetti in campo devono compiere lo sforzo di comprendersi: ogni individuo è un mondo e ogni soggettività ha dignità e diritto d’esistere. Comprendere, dal latino comprehendere (“prendere insieme”), non è l’atto di capire cognitivamente, ma quello di accogliere o abbracciare profondamente: un movimento profondo, emotivo prima che cognitivo: da emozione: dal latino e-movere, muovere verso l’esterno, verso l’Altro.

A partire da tale presupposto, il secondo scoglio da superare è lo stigma della malattia mentale e della dipendenza in particolare; questo non tanto nelle nuove generazioni, ma nella prima in causa. La dipendenza, nonostante costitutiva del vivente: nasciamo e moriamo dipendenti, è stata da sempre etichettata quale “vizio”, come la malattia, quella mentale in particolare in quanto incarnazione del tabù della follia, è vista da sempre al pari di una sorta di condanna, la giusta conseguenza di una colpa da espiare e a quest’ultimo concetto tanto hanno contribuito le religioni monoteiste. Questi preconcetti impediscono, spesso, di chiedere aiuto dal momento in cui si evidenziano dinamiche di abuso e a ciò si unisce, rinforzandoli, il senso di incompetenza e inadeguatezza emergente nel genitore.

Tacere la fragilità, propria come di un figlio, presta il fianco alle dinamiche narcisistiche imperanti nella società post-moderna, assieme al sotteso vuoto depressivo di matrice relazionale: l’humus perfetto in cui possa impiantarsi la dipendenza da chatbot IA. Il terzo passaggio fondamentale riguarda l’assunzione di responsabilità e tale dinamica è inevitabilmente influenzata dalla possibilità di assunzione del ruolo genitoriale in primis e di quello di figlio che dal primo deriva, in secundis; poiché il caregiver è il binario entro la cui guida il figlio impara a esprimersi e relazionarsi e ciò dipende dal livello di maturità del primo.

Essere genitori-amici dei figli, evitando ruoli normativi, può essere confortevole in quanto de-responsabilizzante, tuttavia comporta rischi significativi per lo sviluppo psicologico di questi ultimi, gli uni conseguenti gli altri, in un effetto a cascata. Questi includono:

  • La mancanza di punti di riferimento: quando il genitore si pone come amico, il figlio perde una figura guida autorevole, sentendosi spesso solo e senza protezione, nonostante l’apparente confidenza e ciò inevitabilmente comporta l’assenza di percezione dei limiti relazionali, propri e altrui;
  • La difficoltà con le regole: un genitore che cerca l’approvazione del figlio fatica a imporre limiti e regole, portando a comportamenti oppositivi e a una scarsa tolleranza quando non un vero e proprio sentimento di frustrazione nei confronti della norma;
  • La gestione della frustrazione: i figli di genitori-amici non sperimentano il fallimento, risultando incapaci di affrontare lo stesso e di conseguenza le sfide della vita adulta, ovvero l’acquisizione dell’autonomia, la gestione delle emozioni, l’adattamento sociale, dapprima scolastico e poi lavorativo e la costruzione dell’identità. Tali compiti richiedono resilienza per superare ostacoli, costruire fiducia in sé stessi e, secondo il growth mindset (Claro, S., Paunesku, D., & Dweck, C. S., 2016), la possibilità di fare errori e imparare dagli stessi;
  • L’inversione dei ruoli: il genitore-amico spesso condivide pesi emotivi inappropriati, caricando il figlio di responsabilità emotive non sue (accudimento invertito – iper responsabilizzazione a fronte dell’invalidazione delle capacità del figlio);
  • La fragilità emotiva: la mancanza di una cornice educativa può causare ansia, depressione, bassa autostima, insicurezza, incapacità di gestire le frustrazioni, difficoltà relazionali e, conseguentemente, la ricerca di relazioni compensative disfunzionali, quali possono essere quelle di dipendenza affettiva e/o di co-dipendenza.

Un genitore autorevole e affettivamente maturo, al contrario, ascolta ed empatizza, ma mantiene il suo ruolo e mentre un genitore-amico spesso minimizza le azioni scorrette del figlio onde evitare conflitti i quali non si sente in grado egli stesso di affrontare, un genitore autorevole integra la dimensione normativa con quella affettiva in sé e nel farlo dona la stessa possibilità al figlio.

In ultimo, l’avvento dell’era digitale ha prodotto profonde trasformazioni nelle dinamiche familiari, ridefinendo il modo in cui genitori e figli comunicano e interagiscono. Un approccio bilanciato, che combini la guida genitoriale con il rispetto della crescita individuale dei giovani, è fondamentale per favorire la costruzione di relazioni familiari solide e basate sulla fiducia reciproca, fondata a sua volta su una comunicazione aperta e rispettosa. L’obiettivo principale dovrebbe essere quello di promuovere un ambiente familiare che favorisca lo sviluppo sano e armonioso dei giovani, consentendo loro di sfruttare appieno le opportunità offerte dalle tecnologie digitali senza compromettere la loro sicurezza e benessere emotivo.

In ultimo, dal momento in cui l’atteggiamento disfunzionale dovesse già essere presente, è bene che i caregivers riconoscano prodromi come insonnia, isolamento e/o fissazioni, adottando strategie supportive, che invalidino i deliri, chiedendo aiuto a personale competente (Tiku & Malhi, 2025). I professionisti, dal canto loro, dovrebbero introdurre nella pratica domande specifiche sull’uso dell’IA generativa, in particolare con pazienti vulnerabili: esplorare come vengano interpretate le risposte della macchina e sviluppare strumenti standardizzati che permettano una valutazione oggettiva dei sintomi. L’interruzione dell’uso, simile a un “distacco” affettivo, va inoltre gestita con gradualità e supporto da parte di questi come dei caregivers, onde evitare vissuti abbandonici e manifestazioni d’astinenza.

In conclusione, affrontare le sfide, sfruttando al contempo le opportunità offerte dall’era digitale richiede un impegno collettivo da parte di genitori, educatori, professionisti della salute mentale e della tecnologia, nonché della società nel suo complesso. Solo e soltanto attraverso una collaborazione sinergica e un approccio olistico sarà possibile realizzare un ambiente digitale che promuova relazioni familiari sane, connesse e significative per le generazioni presenti e future.

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