“Il denaro fa la guerra” diceva Totò ne I due orfanelli, ma si potrebbe anche dire “il petrolio fa la guerra”. La connessione tra guerra e petrolio si è consolidata fin dalla prima guerra mondiale quando la scelta di sostituire il carbone con combustibili derivati dal petrolio assicurò la superiorità della marina britannica su quella tedesca.
Per sostenere questa strategia Winston Churchill, allora ministro della Marina, prese nel 1914 il controllo della Anglo-Persian Oil Company, concessionaria dei campi petroliferi di quella che si chiamava ancora Persia.
Nel 1953, quando il primo ministro iraniano, Mossadeq, nazionalizzò la compagnia petrolifera, Regno Unito e Stati Uniti fomentarono un colpo di stato che impose un regime autoritario sotto il controllo dello scià. Nel 1979 la monarchia venne travolta da una rivolta popolare da cui nacque l’odierno regime teocratico particolarmente oppressivo. Gli ultimi episodi di questa vicenda, li stiamo seguendo in diretta.
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Il rischio degli attivi fossili bloccati
Si parla da tempo della fine della dipendenza dell’economia mondiale dal petrolio e negli ultimi anni, in particolare dopo la firma dell’accordo di Parigi del 2015, anche le grandi compagnie petrolifere sembravano accettare l’idea di gestire la transizione verso un’economia senza combustibili fossili. Nel 2000 British Petroleum, emersa nel 1954 proprio dalla Anglo-Persian Oil Company, si ribattezzò addirittura “Beyond Petroleum” per sottolineare il proprio impegno nelle energie rinnovabili e la sostenibilità ambientale. Ancora nel 2020 il CEO del momento dichiarava a Fortune: «Credo davvero che questa direzione sia irrefrenabile», aggiungendo: «Se non si fa niente, il futuro del mondo risulterà piuttosto cupo».
Volendo prendere sul serio le conseguenze del cambiamento climatico, non ci sarebbe davvero altra scelta. L’impiego di tutte le riserve di combustibili fossili accertate – cioè quelle tecnicamente sicure ed economicamente sfruttabili – causerebbe l’emissione di una quantità di carbonio ben superiore al limite da non superare per restare nei limiti fissati dall’accordo di Parigi. Secondo uno studio del 2021 apparso su Nature, il 60% delle riserve di petrolio non dovrebbero quindi essere toccate. Si tratta di un mare di circa 740 miliardi di barili di oro nero che sarebbe saggio lasciare intatti nel sottosuolo. Al prezzo dell’inizio dell’anno di circa 60$ al barile si tratta di un “tesoretto” sotterrato che vale quanto una ventina di anni di PIL italiano accumulato: di che stuzzicare l’appetito di molti. Il modo più semplice per recuperarlo consiste nel negare le ragioni per cui andrebbe lasciato sottoterra.
Estendere la vita delle riserve di petrolio
È così che Donald Trump ha invitato le società petrolifere americane a finanziare la sua campagna elettorale con un miliardo di dollari. Secondo il Washington Post, Trump avrebbe esplicitamente promesso risparmi fiscali e legali tali da compensare abbondantemente tale contributo.
Le grandi aziende del settore non si sono fatte pregare e, secondo uno studio dell’università di Yale, hanno sborsato svariate decine di milioni di dollari nelle elezioni: molto meno di quanto richiesto, ma sappiamo tutti che l’ineffabile Donald tende a spararla grossa per vedere quanto riesce a strappare alle controparti. Dopo l’elezione, l’effetto sulla politica statunitense è stato immediato: Trump ha lanciato una campagna politico-mediatica per negare la realtà del cambiamento climatico, definendolo “una bufala”, annullando le politiche climatiche messe in atto dall’amministrazione precedente, ritirando gli USA da numerosi accordi internazionali tra cui l’accordo di Parigi e rilanciando l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di combustibili fossili al grido di “Drill, baby drill”. Inoltre, a garanzia delle scelte energetiche del paese, svariati esponenti dell’industria petrolifera USA sono stati nominati a varie posizioni di alto livello, come i ministri dell’energia e dell’agricoltura o l’ambasciatore in Arabia Saudita.
Senza questa inversione di rotta, le imprese del settore rischierebbero di ritrovarsi oberate da “beni bloccati” cioè attivi o risorse che, a causa di cambiamenti nelle condizioni di mercato o nelle politiche, perdono improvvisamente gran parte del loro valore economico. Anche BP ha ufficialmente invertito la rotta, dichiarando nel febbraio 2025 che investirà quasi il 20% in più nella ricerca e produzione di petrolio e gas, mentre ridurrà gli investimenti nelle energie alternative. Il nuovo CEO ha affermato che l’impegno di BP nella transizione energetica è andato “troppo in fretta” e si è rivelato “estremamente inefficiente dal punto di vista del capitale”. Forse l’azienda dovrebbe essere ribattezzata “Back to Petroleum”.
Petrolio e tensioni globali
Contrariamente a molti politici, anche nostrani, che per affinità ideologica o opportunismo si affrettano a sostenere le politiche trumpiane, il sistema climatico della Terra non sembra intenzionato a piegarsi alle pressioni della Casa Bianca, e la pressione sociale ed economica per abbandonare una fonte energetica ormai troppo costosa e dannosa diventerà inevitabile.
Per sfruttare il più rapidamente possibile l’attuale rilancio dell’energia fossile è quindi strategico interessarsi ai paesi produttori che dispongono non solo di ingenti riserve, ma anche di una capacità di produzione esistente ma non pienamente sfruttata. In cima alla lista troviamo Venezuela e Iran, due paesi la cui produzione è stata bloccata per anni da sanzioni politiche e che sono, guarda caso, i teatri delle ultime spregiudicate operazioni militari scatenate dall’auto-nominato candidato al premio Nobel per la pace.
Le motivazioni delle operazioni militari vanno dalla lotta al traffico di droga in provenienza dal Sudamerica alla limitazione dei programmi nucleari iraniani: si tratta di problemi reali, ma le operazioni mercantilistiche non sono lontane. In Venezuela, il regime, ormai appoggiato dagli USA, ha già ripreso l’esportazione di petrolio, in gran parte verso e sotto il controllo degli Stati Uniti. Per quel che riguarda l’Iran, sin dall’inizio delle ostilità Trump ha dichiarato al Financial Times “La mia idea preferita è di prendere il petrolio”. Tanto per cominciare, prima di bloccare i porti iraniani, ha inoltre evocato una possibile “joint venture” con la teocrazia iraniana per spartirsi i dazi imposti illegalmente sul passaggio delle navi, in gran parte petroliere, che attraversano lo stretto di Hormuz.
Le tensioni internazionali dovute al controllo del petrolio non sono certo una novità. Oltre al colpo di stato in Iran, possiamo ricordare le crisi degli anni 70 scatenate dall’OPEC e le tensioni legate all’uso di gas e petrolio russo nel contesto della guerra in Ucraina. In Italia, la figura di Enrico Mattei, a suo tempo presidente dell’ENI, è ricordata per la sua politica spregiudicata nel contrastare l’egemonia delle grandi compagnie petrolifere mondiali, da lui soprannominate “le 7 sorelle”, in particolare ignorando il boicottaggio del petrolio iraniano imposto da Regno Unito e USA a seguito della nazionalizzazione voluta da Mossadeq. Mattei morì poi violentemente nel 1962 in un mai delucidato incidente aereo che, secondo una tardiva inchiesta della procura di Pavia, fu causato da una carica di esplosivo.
Dark enlightenment e potere energetico
Nella situazione attuale la novità è che la mistura di politica e business che stiamo osservando evoca un’ideologia controversa, chiamata “dark enlightenment” (Illuminismo oscuro) a cui sono vicini vari esponenti dell’amministrazione Trump tra cui il vicepresidente Vance. Questa ideologia considera gli Stati come entità simili a grandi imprese che dovrebbero essere guidate da figure autoritarie: un misto di CEO e monarca che descrive abbastanza bene lo stile dell’attuale amministrazione USA. È una visione neo-reazionaria sostenuta anche da figure come il miliardario Peter Thiel, il mentore di Vance, che durante le sue conferenze sull’Anticristo presentate a San Francisco, Parigi o Roma, promuove un approccio messianico della politica e l’idea che ormai la democrazia non è più compatibile con la libertà. Alle riflessioni di Thiel fanno eco le immagini in cui Donald Trump si rappresenta nei panni di Gesù Cristo.
L’industria petrolifera intanto sfrutta le instabilità geopolitiche, come la guerra in Iran e il conflitto in Ucraina, per sostenere l’aumento della produzione di petrolio e gas per prevenire le fluttuazioni dei prezzi, favorendo così l’estensione della vita utile dei propri attivi fossili. Un’estensione forse temporanea, ma che rappresenta comunque ingenti benefici a breve termine: secondo il Guardian, le principali imprese del settore potrebbero generare più di 200 miliardi di dollari di profitti eccezionali nel 2026 grazie alla guerra Israelo-americana in Iran.
Petrolio, transizione energetica e sovranità europea
Il petrolio ritorna dunque, prepotentemente al centro della politica mondiale, e i signori del petrolio, confortati dall’ideologia dominante alla Casa Bianca, ricordano al mondo che sono ancora loro a tenere le redini dei flussi di energia alla base dell’economia, aumentando la pressione per rallentare la transizione energetica. Queste tensioni intorno ai campi petroliferi ci riportano a una visione del mondo basata sulla forza: un rivolgimento che ha trovato l’UE impreparata e paralizzata dalle proprie divisioni.
Non si tratta di un nuovo corso inevitabile, bensì un ritorno a modelli tradizionali o addirittura arcaici che cercano di sopravvivere il più a lungo possibile. Di fronte a questa regressione, Volteuropa sostiene la costruzione di un’Unione Europea forte capace di sostenere efficacemente un ordine mondiale basato sul diritto: si tratta di garantire il benessere e la sovranità dei cittadini italiani ed europei, anche attraverso una sicurezza energetica che richiede di liberarci dalla morsa dei combustibili fossili.
Bibliografia
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