I lavoratori sindacalizzati di Samsung Electronics hanno approvato con il 73,7% dei voti favorevoli, su una partecipazione del 95,5% degli aventi diritto, un accordo di profit-sharing che destina il 10,5% dell’utile operativo della divisione semiconduttori a bonus speciali in forma azionaria, accompagnato da un aumento salariale medio del 6,2%. Lo sciopero, che avrebbe potuto interrompere la produzione del principale produttore mondiale di chip di memoria nel pieno del boom della domanda AI, è stato evitato per un margine stretto ma sufficiente.
I numeri sono impressionanti. Sulla base delle previsioni di KB Securities, che stima l’utile operativo 2026 di Samsung a 327 trilioni di won, il pool di bonus supererebbe i 22,6 miliardi di dollari. Per i 78.000 lavoratori della divisione semiconduttori, il bonus medio si attesterebbe intorno ai 400.000 dollari a testa, con i dipendenti del segmento memoria (quello che fornisce Nvidia, Tesla e i principali operatori AI) che potrebbero raggiungere i 600 milioni di won, circa 430.000 dollari.
La portata dell’intesa va molto oltre il dato retributivo. È il primo caso su scala industriale in cui la distribuzione dei profitti generati dall’AI diventa oggetto di contrattazione collettiva strutturata, con formula trasparente e durata decennale.
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La frattura interna: chi ha costruito Samsung non riceve i dividendi dell’AI
Il dato politicamente più significativo dell’accordo non è la generosità verso i lavoratori dei chip, ma la disparità con il resto dell’azienda. Samsung, a differenza della rivale SK Hynix, non è un puro produttore di semiconduttori. La divisione Device Experience (DX), smartphone, televisori, elettrodomestici, riceverà bonus di circa 6 milioni di won per dipendente: l’1% di quanto percepirà un collega della divisione memoria.
Il meccanismo di distribuzione aggrava la divaricazione: il 40% del pool bonus è ripartito in modo egualitario, ma il restante 60% dipende dalla performance della singola business unit. Poiché la divisione DX soffre di margini compressi dalla concorrenza cinese e dall’aumento dei prezzi dei chip (che avvantaggia direttamente la divisione semiconduttori), la formula cristallizza un’asimmetria strutturale.
La dichiarazione del presidente ad interim del sindacato nazionale Samsung, Woo Ha-kyung, ha il tono di una confessione: “Riconosciamo di non essere riusciti a formulare una strategia attiva per prevenire la discriminazione” nei confronti della divisione DX. Più esplicita ancora la memoria storica: “Quando il business dei semiconduttori era in difficoltà, smartphone ed elettrodomestici generavano i ricavi che hanno permesso alla divisione chip di crescere.” Un terzo sindacato, la Samsung Electronics Company Union, composto prevalentemente da lavoratori DX, ha chiesto un’ingiunzione giudiziaria contro l’accordo.
Un pattern settoriale, non un caso isolato
L’intesa Samsung non nasce nel vuoto. SK Hynix, il principale concorrente sudcoreano, ha concluso un accordo analogo l’anno scorso: il 10% dell’utile operativo annuale destinato a un pool bonus per dieci anni, con un valore medio stimato di 710 milioni di won per ciascuno dei 35.000 dipendenti. Nella stessa settimana in cui Samsung ha ratificato l’accordo, tre aziende di memoria, Samsung, SK Hynix e la statunitense Micron, hanno tutte superato i mille miliardi di dollari di capitalizzazione.
Si sta formando, nel segmento della memoria ad alta larghezza di banda (HBM) per l’AI, una classe di lavoratori manifatturieri ad altissimo reddito, concentrata in un comparto specifico della catena del valore. Un fenomeno senza precedenti nella storia industriale recente: operai e tecnici di fabbricazione il cui potere contrattuale deriva non dalla scarsità delle competenze individuali, ma dalla insostituibilità fisica del processo produttivo e dalla posizione strategica nella filiera globale dell’intelligenza artificiale.
La domanda che attraversa tutta la filiera: a chi spettano i profitti dell’AI?
Il caso Samsung si inserisce in una geografia di conflitti molto più ampia. Come ricostruito da Rest of World, la rivendicazione di una quota dei profitti AI si sta manifestando lungo l’intera catena del valore: i data annotators kenioti hanno formato un’associazione per condizioni di lavoro eque; i doppiatori di tutto il mondo si stanno sindacalizzando per ottenere compensi per l’uso dei loro dati vocali nel training dei modelli; a Hollywood si discute di una Tilly tax sugli attori generati dall’AI; fuori dal tribunale del processo OpenAI v. Musk, a San Francisco, i manifestanti esponevano uno striscione: Workers demand a piece of the pie.
Adrian Brown, direttore del think tank Windfall Trust, ha inquadrato la vertenza Samsung come una delle azioni sindacali più significative che abbiamo visto, e non come una negoziazione salariale convenzionale. La ragione è strutturale: i profitti dell’AI poggiano su ricerca finanziata pubblicamente, infrastrutture statali, decenni di lavoro scientifico e contributi lavorativi lungo tutta la supply chain, dalla fabbricazione dei chip alla moderazione dei contenuti. Ma i rendimenti si concentrano in poche imprese e nei loro investitori.
I dati sulla concentrazione sono eloquenti. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, nell’ultimo anno 29 fondatori del settore AI hanno accumulato patrimoni per 71 miliardi di dollari complessivi; solo negli Stati Uniti, 19 nuovi miliardari AI valgono insieme 59 miliardi. Nello stesso periodo, le grandi aziende tech hanno annunciato circa 130.000 licenziamenti dall’inizio del 2026, di cui il 60%, circa 77.000, esplicitamente collegati all’adozione dell’AI.
Dal dividendo aziendale al dividendo di cittadinanza
La proposta più radicale è arrivata dalla politica sudcoreana. Kim Yong-beom, capo delle politiche presidenziali, ha proposto pubblicamente un dividendo di cittadinanza: una quota degli extra-profitti del boom AI redistribuita all’intera popolazione sudcoreana di 52 milioni di persone, come strumento di stabilità sociale e mitigazione dei costi della transizione economica. La Corea del Sud, ha scritto Kim, ha l’opportunità di trasformarsi dal semplice fornitore di infrastrutture AI al primo paese a restituire i profitti in eccesso dell’era AI all’arricchimento della vita umana.
Un salto di scala concettuale che merita attenzione: dalla contrattazione aziendale alla politica redistributiva nazionale, dalla quota di utile operativo al dividendo universale. La proposta richiama, aggiornandolo al contesto AI, il dibattito su tassazione del capitale e assicurazione salariale che The Economist ha sviluppato nel suo cover package di maggio 2026 e che il lavoro di Acemoglu, Autor e Johnson su una politica industriale pro-worker ha sistematizzato sul piano accademico.
La Scala Spezzata, vista dall’altra parte
Per chi segue il framework della Scala Spezzata, la compressione dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro prodotta dall’AI, il caso Samsung offre un’angolazione complementare e in parte speculare. La Scala Spezzata descrive un processo verticale: l’erosione dei gradini iniziali della carriera professionale, con l’AI che sostituisce le mansioni formative attraverso cui le nuove generazioni acquisivano competenze e reddito. Il caso Samsung mostra una frattura orizzontale: all’interno della stessa impresa, tra divisioni che contribuiscono alla stessa catena del valore, la distribuzione dei profitti AI crea vincitori e perdenti strutturali.
La divisione DX ha finanziato la crescita dei semiconduttori negli anni di crisi del settore chip, ma quando il ciclo si inverte e l’AI genera profitti straordinari, il patto implicito di solidarietà interna si rompe. Una dinamica che riproduce, a livello aziendale, la logica della pausa di Engels: un periodo in cui i guadagni di produttività si accumulano, ma la redistribuzione non tiene il passo e la coesione sociale si erode.
Il precedente Samsung-SK Hynix è ora bloccato per un decennio, con formule trasparenti e istituzionalizzate. La domanda è se resterà confinato al settore dei semiconduttori di memoria sudcoreani, un’eccezione legata a una posizione di monopolio nella filiera o se diventerà il modello di riferimento per una contrattazione collettiva dell’era AI che ancora, nel resto del mondo, non esiste.












