Il mondo appare sempre più instabile. Le dispute commerciali, le guerre, le sanzioni e gli scontri politici stanno ridefinendo costantemente le alleanze globali, mentre il livello di rischio è monitorato dal Doomsday Clock, che segna 85 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino alla soglia critica mai registrato.
Sembra di trovarsi in una sorta di pressione geopolitica crescente, in cui le tensioni continuano ad aumentare senza una chiara valvola di sfogo. Questa dinamica si riflette in modo sempre più evidente anche nel dominio digitale.
La guerra informatica è ormai diventata uno degli strumenti utilizzati nel contesto della competizione strategica, consentendo agli Stati di sondare, esercitare pressioni e destabilizzare i rivali senza innescare un conflitto aperto. Ciò che un tempo era confinato agli ambienti militari e di intelligence oggi si estende alla vita quotidiana. Infatti, nuove ricerche evidenziano come quasi tre quarti (74%) dei responsabili IT a livello globale ritengano che le capacità cyber degli attori statali possano arrivare a innescare una guerra informatica su larga scala, in grado di compromettere le infrastrutture critiche in tutto il mondo.
Con l’IA che accelera la velocità, la scala e la precisione delle operazioni cyber, e con le tensioni geopolitiche in costante aumento, la vera domanda diventa se le organizzazioni comprendano davvero il proprio livello di esposizione e siano preparate a gestirlo in modo adeguato.
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La pressione non è più contenuta
La guerra informatica è diventata uno strumento ordinario degli Stati, utilizzato per influenzare le narrazioni pubbliche, infiltrare le catene di approvvigionamento e sondare continuamente le infrastrutture digitali da cui dipendono le economie moderne. È per questo che una recente ricerca di Armis mostra come oltre tre quarti (78%) dei responsabili IT a livello globale ritengano che le tensioni geopolitiche abbiano aumentato la minaccia cyberwarfare.
Eventi recenti e relazioni sempre più tese evidenziano questa nuova dinamica. In Polonia, le autorità hanno attribuito i recenti attacchi ai sistemi energetici all’intelligence militare russa. L’Iran ha condotto un significativo attacco cyber contro un’azienda medica statunitense in risposta al conflitto in corso. Nel frattempo, contenuti generati dall’IA, deepfake e campagne coordinate di disinformazione stanno distorcendo gli eventi reali a velocità senza precedenti, dalle operazioni statunitensi in Venezuela fino alle ondate di disinformazione IA tra Israele e Iran, amplificando le divisioni e destabilizzando i regimi.
Questi episodi sono solo sintomi di una pressione digitale continua e coordinata che si accumula su più fronti. E questa pressione è destinata ad aumentare, perché l’ambiente stesso sta cambiando. L’IA, ad esempio, ha abbassato drasticamente le barriere di accesso, automatizzando attività che un tempo richiedevano competenze specialistiche. Ricognizione, individuazione delle vulnerabilità e sviluppo di exploit possono oggi essere automatizzati e scalati. In effetti, gruppi legati a paesi come Sudan o Pakistan hanno già dimostrato questo approccio attraverso campagne cyber dirompenti basate sull’IA.
La guerra informatica è oggi più difficile da individuare, contenere e da contrastare. Tuttavia, la crescente dipendenza globale dall’IA sta ulteriormente aumentando le tensioni geopolitiche: il 69% dei responsabili IT a livello globale ritiene che l’uso dell’IA intensificherà le tensioni in ambito cybersecurity tra le nazioni. Di conseguenza, il 68% è convinto che la strumentalizzazione dell’IA renderà il conflitto cyber una componente sempre più presente nelle dinamiche geopolitiche.
Allo stesso tempo, ai team di sicurezza viene richiesto di difendere una superficie di attacco che continua ad espandersi. La migrazione al cloud, il lavoro da remoto, le supply chain interconnesse, l’IA generativa e la proliferazione dell’IoT hanno già messo sotto pressione i modelli difensivi tradizionali, che non riescono più a stare al passo. E in un mondo sempre più interconnesso, la superficie di attacco si estende ormai dai cavi sottomarini ai satelliti in orbita.
Le superfici da proteggere risultano sempre più ampie e complesse. Il panorama delle minacce è caratterizzato da velocità e imprevedibilità. Ecosistemi digitali interconnessi fanno sì che una pressione esercitata in un punto possa avere effetti su sistemi più ampi. Questo scenario richiede un’evoluzione delle strategie difensive.
Costruire resilienza in un contesto ad alta pressione
Se il contesto globale è caratterizzato da una pressione crescente, le strategie di sicurezza devono tenere conto della volatilità e della possibilità di cambiamenti rapidi. Ed è proprio qui che la gestione dell’esposizione cyber assume un ruolo centrale.
Operare in questo scenario richiede una consapevolezza continua di come sistemi, asset e dipendenze siano interconnessi. Le imprese moderne non sono reti statiche, ma ecosistemi dinamici che comprendono ambienti cloud, OT, IT, forza lavoro distribuita, supply chain e infrastrutture critiche. In questo contesto, nessuna vulnerabilità rappresenta un rischio isolato, in quanto dipende dalle relazioni che la circondano, in ciò a cui si collega, in ciò che abilita e nella velocità con cui una compromissione può propagarsi.
La gestione dell’esposizione cyber, invece, sposta l’attenzione dalla semplice reazione agli alert alla comprensione delle relazioni. Porta a porsi domande più fondamentali, come quali asset siano davvero critici per il business o quali connessioni introducano rischi inutili. Con l’aumentare della pressione, infatti, la chiarezza diventa il vero fattore distintivo. La gestione continua dell’esposizione offre proprio questo: mappatura in tempo reale degli asset, identificazione dei sistemi non gestiti o ad alto rischio e prioritizzazione delle vulnerabilità in base all’impatto operativo, piuttosto che alla loro gravità teorica.
Questo approccio favorisce inoltre il passaggio da una logica reattiva a una più orientata all’anticipazione. Con l’IA che accelera lo sfruttamento delle vulnerabilità, è sempre più importante comprendere le condizioni che rendono possibile un attacco e intervenire in anticipo sulle aree più esposte.
Questo richiede anche un ripensamento più ampio del modo in cui la difesa è strutturata. Le soluzioni puntuali e le valutazioni periodiche del rischio non sono più sufficienti in ambienti che cambiano di ora in ora. Le organizzazioni hanno bisogno di una visibilità continua e contestuale sull’intero ecosistema digitale, affinché l’esposizione sia compresa mentre evolve, e non solo dopo che il danno è stato fatto.
In questo contesto, quindi, la resilienza dipende dalla solidità dell’intero sistema. Una dipendenza nella supply chain, una configurazione errata nel cloud o un dispositivo edge dimenticato possono introdurre rischi ben oltre il loro perimetro apparente. La gestione dell’esposizione cyber consente ai responsabili di comprendere chiaramente queste relazioni, dare priorità a ciò che conta davvero e intervenire con precisione, anziché in modo reattivo e disordinato.
Con la guerra informatica ormai al centro dell’attenzione, le difese devono evolversi di pari passo. Non aggiungendo semplicemente nuovi strumenti a una complessità già elevata, ma costruendo una comprensione integrata e in tempo reale dell’esposizione, in grado di tenere il passo con la velocità e la scala del conflitto moderno.
Resistere sotto pressione
La volatilità sta diventando un elemento strutturale della cybersecurity. L’escalation, guidata anche dall’uso dell’IA, si manifesta spesso come una pressione continua più che come un singolo evento. Le organizzazioni potrebbero non influenzare le dinamiche geopolitiche, ma possono gestire il proprio livello di esposizione. La differenza sta nella chiarezza: comprendere dove si concentra il rischio, come i sistemi sono interconnessi e dove potrebbero emergere criticità operative.
Viviamo e operiamo in un contesto caratterizzato da pressione costante. Comprendere i punti di maggiore esposizione consente alle organizzazioni di gestire l’impatto in modo strutturato e migliorare la propria resilienza operativa nel tempo.













