Il primo via libera della Camera alla delega sul nucleare sostenibile riapre una questione che l’Italia aveva confinato per anni nel terreno identitario del sì o del no all’atomo. Il voto del 4 giugno 2026, con 155 favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, non autorizza domani nuove centrali, ma affida al Governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Il testo passa ora al Senato.
Arriva mentre la domanda di elettricità è al centro del nostro futuro come sistema Paese ed europeo.
Data center, cloud, supercalcolo e intelligenza artificiale stanno trasformando l’energia da semplice costo a condizione di sovranità. Un Paese che vuole addestrare modelli, ospitare infrastrutture di calcolo, trattenere dati e attrarre investimenti digitali deve poter contare su energia stabile, competitiva e programmabile.
Su questo punto siamo tutti d’accordo. Proprio il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha pubblicato la Strategic Roadmap for Digitalisation and Artificial Intelligence in energy, parte del pacchetto sulla sovranità tecnologica europea. Il governatore alla Banca d’Italia Panetta ha di recente ricordato come la dipendenza energetica è uno dei più grandi freni allo sviluppo economico dell’Italia (insieme al capitale umano).
Non è detto però che la via della costruzione di centrali nucleari, per quanto leggere, nuove e “modulari”, sia la più corretta per il Paese: “non è vero che ci vogliono quattro anni per farle come dice il Governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”, dice al nostro giornale Mario Dal Co, storico economista dell’innovazione.
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Nucleare in Italia, il voto della Camera e cosa apre davvero
Il disegno di legge A.C. 2669, “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”, punta a definire una cornice normativa per produzione da fonte nucleare, tecnologie modulari o avanzate, fusione, sicurezza, gestione dei rifiuti radioattivi, informazione ai cittadini e consultazione dei territori. La relazione tecnica prevede anche risorse per campagne informative: 1,5 milioni di euro per il 2025 e 6 milioni per il 2026.
Il provvedimento non scioglie ancora i nodi operativi. Serviranno decreti legislativi, autorità, procedure autorizzative, regole sui siti, chiarimenti sul ruolo pubblico e privato, gestione del consenso locale e soluzione credibile per i rifiuti radioattivi. Il voto, però, è un là: finora il tema del ritorno al nucleare era solo dibattito politico; ora si passa alla progettazione istituzionale.
| Indicatore | Dato | Fonte |
|---|---|---|
| Voto alla Camera del 4 giugno 2026 | 155 sì, 86 no, 8 astenuti | Prima lettura del ddl delega sul nucleare sostenibile |
| Capacità nucleare ipotizzata al 2050 | circa 8 GW | Scenario conservativo richiamato dal PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) e analizzato da Banca d’Italia |
| Produzione annua stimata a regime | 64,2 TWh, circa l’11% del fabbisogno elettrico stimato al 2050 | Banca d’Italia, paper “L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia” |
| Costi diretti di costruzione stimati | almeno 40 miliardi di euro | Stime PNNS riportate da Banca d’Italia, esclusi costi finanziari |
| Imprese italiane che usano AI | 30% | Considerazioni finali 2026 del Governatore della Banca d’Italia |
| Imprese che usano AI in modo intensivo | 5% | Come sopra |
Sovranità energetica e sovranità digitale sono ormai la stessa partita
Fabio Panetta, nelle Considerazioni finali del Governatore sul 2025 pubblicate dalla Banca d’Italia il 29 maggio 2026, ha messo l’intelligenza artificiale al centro della questione produttiva italiana. La quota di imprese che ricorre all’AI è salita al 30%, ma solo il 5% ne fa un uso intensivo. Il ritardo non riguarda soltanto software e competenze: dipende anche dalla capacità del Paese di sostenere filiere industriali ad alta intensità di calcolo.
Nello stesso intervento, Panetta ricorda che cinque grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale, mentre l’Europa resta indietro nello sviluppo dei modelli generalisti. La dipendenza tecnologica, quindi, non passa solo dai chip o dalle piattaforme cloud. Passa anche dall’energia necessaria ad alimentare infrastrutture digitali sempre più dense.
Le analisi pubblicate da Agendadigitale.eu negli ultimi mesi hanno già messo a fuoco questo nesso. Ormai entrato nel cuore della politica industriale digitale. La disponibilità di potenza computazionale non dipende solo dagli algoritmi, ma da una filiera fisica fatta di Gpu, data center, fibra, territorio ed energia, come emerge dal dibattito europeo sulla sovranità computazionale (Perché senza sovranità computazionale l’Europa resta indietro nell’IA). La stessa questione attraversa il mercato cloud, dove il peso degli hyperscaler extra-Ue rende più fragile la capacità europea di controllare dati, servizi e infrastrutture critiche (Cloud, energia e AI: la sfida industriale e geopolitica dell’Europa). In questo quadro, l’energia diventa uno dei prerequisiti della sovranità digitale, perché data center, AI e quantum computing richiedono forniture abbondanti, stabili e governabili (Governare le dipendenze: la via europea alla sovranità digitale).
Panetta segnala che l’energia impiegata per unità di prodotto interno lordo è diminuita del 15% tra il 2019 e il 2024 e che la quota dei consumi elettrici coperta da rinnovabili è salita al 41% nel 2025. Sono progressi importanti, ma non bastano a garantire autonomia industriale se l’elettrificazione accelera e l’AI moltiplica la richiesta di calcolo.
Il nucleare rientra in questa discussione perché può offrire produzione programmabile a basse emissioni, integrabile con rinnovabili, accumuli, reti e flessibilità della domanda. Non è una scorciatoia. È una possibile componente di un mix più ampio, da valutare con numeri, tempi e costi.
Perché l’AI cambia il dibattito sul nucleare
La crescita dell’intelligenza artificiale modifica le previsioni sui consumi elettrici. I data center non hanno bisogno solo di molta energia: hanno bisogno di continuità, affidabilità e connessioni di rete robuste. La competizione per attrarre infrastrutture digitali non si gioca più soltanto su fiscalità, autorizzazioni e disponibilità di aree industriali, ma anche sulla capacità di garantire elettricità a lungo termine.
Non a caso Google, Amazon e Microsoft ottengono accordi o forniture legate a reattori modulari e impianti nucleari per sostenere la domanda dei propri data center. La scelta delle grandi piattaforme non dimostra automaticamente che quel modello sia replicabile in Italia, ma segnala una tendenza: nell’economia dell’AI, la fonte energetica diventa parte della strategia industriale.
Per l’Italia il tema è ancora più delicato. Il Paese ambisce a ospitare data center, AI factory, supercalcolo e infrastrutture di prossimità, ma sconta costi energetici elevati, iter autorizzativi complessi e dipendenza da importazioni. Senza un’offerta elettrica stabile e competitiva, il rischio è che la sovranità digitale resti limitata alla regolazione, mentre calcolo, modelli e investimenti si concentrano altrove.
I limiti indicati da Banca d’Italia
Il rapporto “L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia”, pubblicato da Banca d’Italia nel giugno 2025 nella collana Questioni di Economia e Finanza, consente di evitare una lettura trionfalistica. Secondo Luciano Lavecchia e Alessandra Pasquini, una ripresa della produzione elettronucleare potrebbe contribuire a ridurre la volatilità dei prezzi e a sostenere la decarbonizzazione, ma avrebbe effetti limitati sul livello dei prezzi finali dell’elettricità.
Lo scenario considerato dal PNIEC prevede circa 8 GW di capacità nucleare installata tra il 2030 e il 2050, con una produzione a regime pari a 64,2 TWh annui, circa l’11% del fabbisogno elettrico stimato al 2050. Le stime riportate nel lavoro indicano almeno 40 miliardi di euro di costi diretti di costruzione, oltre ai costi finanziari.
Banca d’Italia segnala anche due questioni che pesano sulla sostenibilità politica ed economica del progetto. La prima riguarda le scorie, ancora irrisolta nel quadro italiano. La seconda riguarda le nuove dipendenze: ridurre l’import elettrico e l’uso di combustibili fossili non significa azzerare i vincoli esterni, perché combustibile nucleare e tecnologie possono creare esposizioni diverse, da governare con accordi industriali, ricerca, competenze e filiere europee.
La spinta dell’UE su energia
Il tema si comprende meglio se passiamo a una visione europea, che è quanto ci manca adesso.
La roadmap europea ora lavora su tre direttrici. La prima riguarda l’integrazione sostenibile dei data center nel sistema energetico, con accordi tripartiti tra operatori dei data center, soggetti energetici e autorità pubbliche. La seconda punta ad accelerare l’adozione di soluzioni digitali e AI nelle reti, dai grid-enhancing technologies al rollout degli smart meter. La terza mira a costruire un quadro europeo per la condivisione transfrontaliera dei dati energetici, indispensabile per servizi smart, flessibilità della domanda e modelli AI applicati alla gestione delle reti.
Secondo la Commissione, la flessibilità lato domanda potrebbe ridurre i costi elettrici dei consumatori europei di oltre 71 miliardi di euro l’anno, mentre l’ottimizzazione basata su AI di operation e manutenzione potrebbe generare risparmi fino a 94 miliardi di euro l’anno entro il 2035. Sono stime da leggere dentro un quadro di policy, ma indicano la direzione: reti più intelligenti, consumi più flessibili e dati interoperabili diventano condizioni per integrare rinnovabili, elettrificazione industriale e nuovi carichi digitali.
I limiti del piano italiano sul nucleare
Qui emerge la miopia del nuovo piano, secondo Dal Co: “al Sud gli impianti rinnovabili sono pochi ancora e mal connessi. Bisognerebbe investire lì e accelerare gli iter autorizzativi”. “Invece, sul nucleare ormai invece di provare a correggere la scelta refendaria sbagliata, dobbiamo fare squadra con l’Europa: migliorando le connessioni con la Francia per sfruttare l’energia che viene dai suoi impianti”, aggiunge.
Insomma, l’Italia – ma più in generale l’Europa – dimostra ancora di non riuscire a fare squadra proprio laddove serve di più. Per una politica militare comune come per una politica energetica. Il caso italiano è emblematico di questo limite che affonda nei piani governativi nazionali dei 27 membri. A prescindere dalle buone intenzione della Commissione.
Energia, innovazione: serve un’Europa più unita
Insomma: il ritorno del nucleare in Italia non può essere letto come alternativa alle rinnovabili. Il punto è costruire un sistema elettrico capace di reggere contemporaneamente decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti e crescita della domanda digitale.
La questione diventa quindi da una parte di politica industriale. Servono autorizzazioni rapide per reti, rinnovabili, accumuli e data center; servono competenze nucleari, ingegneristiche e regolatorie; serve una strategia sulle aree in cui localizzare infrastrutture energivore; serve una governance capace di integrare Mase, Mimit, enti di ricerca, imprese, territori e autorità indipendenti.
Dall’altra, è – o dovrebbe essere – una questione al centro delle politiche comuni dell’UE, con il coinvolgimento (e collaborazione) attiva dei singoli membri. Lo shock energetico di Hormuz e quello – meno immediato ma montante – connesso all’AI dovrebbero spingere la politica ad accelerare su questi fronti: accettando l’idea, finalmente, che serve un’Europa più unita, in particolare sui dossier più strategici, da cui dipende il suo futuro.
Quello dell’energia, connesso all’innovazione tecnologica (ma non solo) è certo in prima fila tra le priorità.












