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Quale energia per i datacenter? L’Italia impari dall’Irlanda



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L’Irlanda ha introdotto il modello Bring Your Own Power, obbligando i nuovi data center a dotarsi di capacità energetica propria per evitare pressioni sulla rete elettrica nazionale. L’Italia invece continua ad attrarre miliardi di investimenti nel settore senza imporre requisiti di autosufficienza energetica. Tempo di ripensare questi equilibri

Pubblicato il 10 giu 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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L’Irlanda ha fatto da cavia per un fenomeno che ora incombe sull’Italia: il boom dei datacenter. Per un decennio, Dublino ha accolto i data center delle Big Tech, Amazon, Google, Meta, Microsoft, TikTok, attratte da una fiscalità favorevole, accesso al mercato unico e un atteggiamento regolatorio permissivo. Il risultato è un caso di studio che dovrebbe interessare chiunque, in Europa, stia corteggiando gli stessi investitori.

Perché ora da cavia l’Irlanda è diventata avanguardia di possibili soluzioni al dilemma: come salvare capra e cavoli, ossia interessi economici associati agli investimenti esteri sui datacenter e sostenibilità.

Il laboratorio irlandese: quando i datacenter mangiano la rete per l’energia

I numeri raccontano una storia di dipendenza progressiva. Nel 2015 i data center assorbivano il 5% dell’elettricità nazionale irlandese. Nel 2022 la quota era salita al 18%. Nel 2024 ha raggiunto il 22%, secondo i dati della Commission for Regulation of Utilities (CRU). La previsione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia è che nel 2026 la quota tocchi il 32%, quasi un terzo dell’intera produzione elettrica di un paese di cinque milioni di abitanti, consumata da un pugno di strutture industriali.

Per dare un termine di paragone: i data center irlandesi consumano più elettricità di tutte le abitazioni urbane del paese messe insieme.

Il risultato è stato prevedibile. Tra il 2021 e il 2024 l’Irlanda ha di fatto bloccato le nuove connessioni alla rete per i data center nell’area di Dublino, dopo che EirGrid, il gestore della rete di trasmissione, aveva avvertito che senza interventi il paese avrebbe rischiato blackout a rotazione e distacchi programmati dei consumatori. Al tempo stesso l’Irlanda ha bisogno degli investimenti big tech, che hanno portato il 22 per cento dei ricavi fiscali nel 2024.

La soluzione è un nuovo possibile compromesso.


BYOP: la risposta regolatoria irlandese per l’energia dei datacenter

A dicembre 2025 la CRU ha pubblicato la decisione finale sulla nuova politica di connessione. Il principio è semplice e radicale, sintetizzabile nell’acronimo coniato dal Wall Street Journal: BYOP, Bring Your Own Power, portati la tua energia

Le regole sono tre e vanno lette insieme.

Capacità energetica propria

La prima: ogni nuovo data center che chiede una connessione alla rete elettrica deve installare capacità di generazione propria o sistemi di accumulo pari al 100% della potenza richiesta. Non si tratta di backup d’emergenza, è generazione strutturale, che deve partecipare al mercato elettrico irlandese, il Single Electricity Market, ed essere disponibile per restituire energia alla rete nei momenti di picco.

Addizionalità delle rinnovabili

La seconda: almeno l’80% del fabbisogno annuale deve essere coperto da nuova capacità rinnovabile prodotta nella Repubblica d’Irlanda, con un requisito esplicito di addizionalità, non si può contare su impianti già esistenti o già sotto contratto con meccanismi di incentivazione pubblica.

Obiettivo da raggiungere entro sei anni

La terza: il regolatore concede un periodo di transizione di sei anni dalla messa in esercizio del data center per raggiungere l’obiettivo dell’80% rinnovabile, riconoscendo i tempi di sviluppo dei progetti eolici e solari.

Si tratta di un cambio di paradigma. Il data center non è più un semplice consumatore che si attacca alla rete, diventa un nodo attivo del sistema elettrico, obbligato a generare prima di consumare.

La CRU stima che la domanda elettrica dei data center in Irlanda raddoppierà rispetto ai livelli del 2023, passando da 9,4 TWh nel 2025 a 14,6 TWh nel 2034, portando la quota sul consumo nazionale dal 22% al 31%. Senza il BYOP, il sistema non reggerebbe.


La variante americana: nucleare behind-the-meter

Dall’altra parte dell’Atlantico il problema è lo stesso, la domanda di energia dei data center cresce più velocemente della capacità della rete, ma la soluzione prende una forma diversa.

Negli Stati Uniti, dove le code di interconnessione alla rete contengono oltre 2.600 GW di generazione proposta (più del doppio della capacità installata nazionale) e i tempi di allacciamento si sono allungati oltre i cinque anni, gli hyperscaler stanno investendo massicciamente in generazione propria dedicata, il cosiddetto modello behind-the-meter.

Gli investimenti dei grandi operatori

La traiettoria dominante è il nucleare di nuova generazione.

Microsoft ha investito oltre 1,5 miliardi di dollari per la riapertura della centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, prevista per il 2028, per alimentare i propri data center AI.

Amazon ha sottoscritto con Talen Energy un accordo di acquisto di energia della durata di 17 anni per 1,92 GW dalla centrale nucleare di Susquehanna, investendo 20 miliardi di dollari in Pennsylvania.

Google sta sviluppando con Kairos Power 500 MW di reattori nucleari a sali fusi per i propri data center.

X-energy, sostenuta da Amazon con circa 500 milioni di dollari, punta a 5 GW di nuova capacità nucleare entro il 2039.

Il supporto delle istituzioni

Ma la spinta non è solo dei privati. L’amministrazione federale ha emanato ordini esecutivi per semplificare l’iter autorizzativo dei nuovi reattori, la Nuclear Regulatory Commission sta lavorando a un framework normativo specifico per i reattori modulari (SMR), pensato per superare le regole dell’era della Guerra Fredda che oggi trattano un microreattore da 10 MW come una centrale da 1 GW.

L’Information Technology & Innovation Foundation (ITIF) ha definito gli SMR il futuro dell’energia nucleare, i dati di BloombergNEF mostrano che a fine 2024 gli accordi di acquisto di energia nucleare negli Stati Uniti avevano già raggiunto 16 GW di capacità contrattualizzata, in gran parte legata ai data center.

Il modello americano non è identico a quello irlandese, non c’è un obbligo regolatorio di autogenerazione, ma una convergenza spontanea di vincoli di rete e obiettivi di decarbonizzazione che spinge nella stessa direzione.

In entrambi i casi, il principio è che chi consuma grandi quantità di energia deve farsi carico di produrla.


Italia: la corsa senza condizioni energetiche

L’Italia sta vivendo un momento di accelerazione senza precedenti nel settore dei data center.

I numeri dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano tratteggiano un mercato in espansione verticale, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro; per il triennio 2026-2028 sono annunciati 83 nuovi progetti infrastrutturali da 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti, per un valore potenziale complessivo di 25,4 miliardi di euro.

La potenza IT nominale installata ha raggiunto 609 MW a fine 2025, con una crescita annua del 19%, e le proiezioni indicano il superamento della soglia di 1 GW già nel 2027 per arrivare a 1.483 MW nel 2028.

Il baricentro è Milano, che concentra il 68% della potenza nazionale installata con 414 MW IT e raccoglie il 23% degli investimenti annunciati a livello europeo.

La Lombardia ospita 67 dei 168 data center attivi in Italia.

Le settimane recenti confermano il ritmo.

Il 14 maggio il Consiglio dei ministri ha dichiarato di “preminente interesse strategico nazionale” il programma EdgeConneX Campus Italia: tre campus in Lombardia (provincia di Lodi e area sud di Milano) per oltre 300 MW di capacità, 3 miliardi di investimento, 1.500 lavoratori nella fase costruttiva e 300 a regime.

A giugno la stessa dichiarazione è arrivata per il progetto Mpx4 di Vantage a Tavazzano (Lodi), un investimento da 3,79 miliardi che porta il programma complessivo del gruppo in Italia oltre gli 8 miliardi.

Il 4 giugno il ministro Urso ha incontrato i vertici di Equinix, già presente in Italia da dodici anni con cinque data center, per discutere un ulteriore progetto di investimento in Lombardia, nel quadro del nuovo Gruppo di contatto Governo-Regione istituito per coordinare le procedure autorizzative.

Il quadro normativo

Il quadro regolatorio sta prendendo forma.

L’articolo 8 del DL 21/2026 (Decreto Bollette) introduce un’Autorizzazione Unica con procedimento decennale che consolida VIA, AIA e nulla osta paesaggistici.

Il DDL S.1821/C.2083 (Data Center Framework Act), approvato dalla Camera il 24 febbraio 2026 e ora al Senato, punta ad armonizzare le procedure a livello nazionale.

Il 26 maggio la Lombardia ha approvato la prima legge regionale italiana dedicata ai data center, dieci articoli che regolano localizzazione, sostenibilità, recupero del calore, compensazioni territoriali e penalizzazione dello sviluppo su suolo vergine, con oneri raddoppiati per le aree rurali e triplicati per le zone verdi.

L’assenza di un modello BYOP italiano

Ma c’è un’assenza vistosa in tutto questo impianto.

Nessuna di queste norme, nazionale, regionale o in discussione, contiene un obbligo di autosufficienza energetica per i data center.

Non esiste un equivalente italiano del BYOP irlandese.

Non c’è un requisito di generazione propria proporzionale alla capacità richiesta.

Non c’è un obbligo di addizionalità rinnovabile.

I data center che si insediano in Italia preleveranno elettricità dalla rete nazionale, punto.


Il nodo Terna: 82 GW di richieste, una rete che non c’è

La dimensione del problema emerge dai dati di Terna.

Le richieste di connessione alla rete ad alta tensione per data center sono passate da 5 nel 2019 a oltre 450 a marzo 2026, per una capacità complessiva richiesta di circa 82 GW.

Al 30 giugno 2025 le richieste superavano già le 300 iniziative per oltre 50 GW, quasi il 70% in più rispetto ai 30 GW di fine 2024.

Questi numeri vanno maneggiati con cautela.

Come sottolinea il Politecnico di Milano, buona parte delle richieste sono speculative, il 72% degli investimenti annunciati è attribuibile a operatori internazionali non ancora attivi in Italia, con tempistiche che potrebbero allungarsi significativamente.

La pipeline realisticamente avanzata al 2028-2029 è di circa 1,6 GW, e la crescita effettiva della capacità nel prossimo decennio si colloca in una forbice tra 2,3 e 4,4 GW.

Ma anche nello scenario conservativo, il consumo elettrico dei data center in Italia passerebbe dall’attuale 1,9% del totale nazionale a una quota compresa tra il 7% e il 13% entro il 2035.

Il confronto con l’Irlanda è istruttivo.

L’Irlanda è arrivata al BYOP con i data center già al 22% del consumo nazionale.

L’Italia parte dall’1,9% e ha il tempo di costruire un framework prima che i numeri diventino critici.

Ma la traiettoria di crescita è esponenziale, e le richieste di allacciamento, pur gonfiate dalla speculazione, si concentrano per oltre l’80% al Nord e per quasi 20 GW nella sola area milanese, creando una pressione geograficamente identica a quella che Dublino ha subito.


Cosa manca in Italia per i datacenter: il prezzo dell’attrazione senza condizioni

L’Italia sta facendo quello che l’Irlanda ha fatto dieci anni fa: attrarre investimenti nei data center senza porre condizioni sulla provenienza dell’energia.

La differenza è che l’Italia lo fa con il caso irlandese già sotto gli occhi e con un contesto europeo che va in direzione opposta.

La Direttiva UE 2023/1791 sull’efficienza energetica impone ai data center con potenza IT superiore a 500 kW obblighi di reporting su consumi, acqua e quota rinnovabile.

Il Regolamento delegato 2024/1364 introduce KPI ambientali e un sistema di etichettatura.

Ma si tratta di obblighi di trasparenza, non di obblighi di performance energetica.

Sapere quanta energia consuma un data center non equivale a imporre che ne produca una parte.

Il rischio non è teorico.

Se la pipeline di 1,6 GW si realizza nei tempi previsti e se lo scenario di crescita si avvicina ai 4,4 GW, l’Italia si troverà ad aver importato infrastrutture ad altissimo consumo energetico senza aver preteso che contribuissero alla generazione.

Ogni MW di capacità IT installata in un data center senza autogenerazione è un MW che dovrà essere prodotto dalla rete nazionale, con costi che ricadono sul sistema e in ultima analisi, sulle bollette.

Il modello irlandese non è l’unico possibile, ma il principio che lo ispira è trasferibile, chi installa grandi carichi energetici deve portare almeno una quota di generazione propria, possibilmente rinnovabile e possibilmente addizionale.

L’alternativa, che è di fatto la posizione attuale italiana, è scommettere che la rete reggerà e che il conto lo pagherà qualcun altro.

Una scommessa che l’Irlanda ha già perso.

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