Il settore dei data center in Italia sta attraversando una fase di forte espansione, che richiede un quadro normativo più strutturato e coerente. La crescente domanda di infrastrutture digitali, infatti, impone l’introduzione di riforme per semplificare i procedimenti autorizzativi e garantire uno sviluppo sostenibile. In questo contesto, il Decreto Bollette (D.L. 20 febbraio 2026, n. 21), convertito con legge 10 aprile 2026, n. 49, e le proposte di legge attualmente in fase di esame, sia a livello nazionale che regionale, sono fondamentali per delineare una regolamentazione chiara e coordinata.
In particolare, il Decreto Bollette introduce l’autorizzazione unica, riducendo i tempi e semplificando le procedure, mentre le proposte di leggi pendenti mirano a riconoscere i data center come infrastrutture strategiche, bilanciando esigenze di digitalizzazione, sostenibilità e pianificazione territoriale. Inoltre, l’integrazione dei data center nelle politiche di rigenerazione urbana sta emergendo come una priorità, con l’obiettivo di favorire la riqualificazione di aree dismesse industriali senza compromettere l’ambiente e le risorse locali.
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L’espansione del mercato dei data center e la necessità di una regolazione del settore
Come rivelato dall’Osservatorio Data Center della School of management del Politecnico di Milano, nel triennio 2026-2028 il settore dei data center si prospetta in una fase di espansione particolarmente significativa, come dimostrato dall’annuncio di 83 nuovi progetti infrastrutturali promossi da 30 operatori, di cui 19 nuovi entranti, per un valore complessivo potenziale stimato in 25,4 miliardi di euro. Tale dinamica conferma la crescente attrattività del mercato e la sua rilevanza strategica nell’ambito delle infrastrutture digitali, ma evidenzia, al contempo, la necessità di un quadro regolatorio chiaro, in grado di sostenere efficacemente i processi di investimento.
Questa esigenza emerge con particolare evidenza se si considera il recente andamento degli investimenti. Sempre secondo i dati dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel periodo 2023-2025 sono stati effettivamente realizzati investimenti per 7,1 miliardi di euro, a fronte di una previsione iniziale pari a 10,5 miliardi. Lo scostamento rispetto alle stime evidenzia un significativo gap attuativo, imputabile in larga misura alla sottovalutazione, soprattutto da parte di operatori internazionali di nuova entrata, della complessità del quadro normativo nazionale e della durata dei procedimenti autorizzativi, con conseguenti ritardi nella realizzazione delle infrastrutture.
In questo contesto di crescita sostenuta ma non priva di criticità, assume rilievo il progressivo riconoscimento dei data center quali infrastrutture strategiche. Tale qualificazione segna un’evoluzione sostanziale nella loro configurazione giuridica: essi non possono più essere considerati esclusivamente come iniziative imprenditoriali, ma devono essere inquadrati come elementi essenziali dell’infrastruttura digitale nazionale. Ne deriva un rafforzamento del ruolo dell’intervento pubblico, chiamato a svolgere una funzione di indirizzo e coordinamento, nonché a bilanciare interessi eterogenei, quali lo sviluppo economico, la sostenibilità ambientale e la pianificazione territoriale.
Tuttavia, questo cambiamento avviene in un contesto normativo ancora frammentato. Il mercato dei data center, infatti, si è fino ad ora sviluppato in un contesto contraddistinto da una regolazione eterogenea, settoriale e prevalentemente indiretta, rappresentata, a livello nazionale, dalle Linee guida del Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica (MASE) del 2024 e, a livello regionale – per quanto attiene alla Lombardia -, dalle Linee guida della Regione emanate lo stesso anno. Ciò ha inevitabilmente determinato disomogeneità applicative, sovrapposizioni normative e carenze sotto il profilo del coordinamento sistemico.
In sintesi, il mercato dei data center sta passando da una fase di crescita spontanea a una fase che richiede un intervento regolatorio sistematico e coerente. Questo intervento è fondamentale per ridurre l’incertezza, accelerare i processi autorizzativi e garantire uno sviluppo competitivo e sostenibile del settore, allineato agli obiettivi di transizione digitale ed ecologica.
Decreto Bollette: semplificazione autorizzativa, ma restano le sfide
In tale contesto, quindi, si inserisce il c.d. Decreto Bollette, convertito con legge 10 aprile 2026, n. 49 (pubblicata in G.U. il 18 aprile 2026), che all’articolo 8 introduce e disciplina il procedimento per il rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione, l’ampliamento e l’esercizio dei data center.
Uno degli assi portanti della riforma è, dunque, rappresentato dalla razionalizzazione dei procedimenti amministrativi.
L’introduzione dell’autorizzazione unica (AU), rilasciata mediante procedimento accentrato con termini certi (10 mesi, prorogabili, in caso di circostanze eccezionali, per non più di 3), risponde all’esigenza – non più rinviabile – di ridurre l’incertezza temporale, storicamente uno dei principali fattori di disincentivo agli investimenti.
Si tratta di un intervento certamente apprezzabile, ma non risolutivo. Permangono, infatti, alcuni profili di incertezza: né il testo originario del decreto-legge né la legge di conversione chiariscono il rapporto e il coordinamento tra il nuovo procedimento autorizzatorio e i procedimenti urbanistici ed edilizi (non ricompresi nel procedimento di autorizzazione unica), come l’approvazione dello strumento urbanistico attuativo o il rilascio del permesso di costruire convenzionato.
Questa incertezza è tutt’altro che marginale: il convenzionamento implica contenuti negoziali complessi e tempistiche difficilmente compatibili con i termini rigidi del procedimento accentrato.
Perché la semplificazione introdotta non resti “sulla carta”, in assenza di un allineamento normativo tra procedimenti urbanistici-edilizi e procedimento di autorizzazione unica, diviene essenziale conoscere nel dettaglio le procedure per governare le interazioni tra i diversi livelli regolatori, prevenire possibili vizi procedimentali e impostare correttamente l’iter autorizzativo. Solo in tal modo è possibile bilanciare efficacemente le esigenze di celerità e semplificazione con quelle, altrettanto rilevanti, di certezza giuridica e tutela dell’investimento.
Parallelamente alla semplificazione, il legislatore introduce requisiti più stringenti sotto il profilo tecnico e ambientale. L’efficienza energetica, l’adozione di tecnologie di raffreddamento sostenibili, la gestione circolare delle risorse e la riduzione delle emissioni diventano condizioni di accesso al mercato.
Si registra, pertanto, un mutamento di natura qualitativa nel paradigma di riferimento: la sostenibilità cessa di configurarsi come fattore meramente reputazionale o accessorio, assumendo invece la valenza di requisito giuridico-operativo imprescindibile per l’accesso e la permanenza nel mercato. Tale riconfigurazione incide in modo diretto sulle dinamiche concorrenziali del settore, introducendo meccanismi selettivi fondati sulla capacità degli operatori di sostenere ingenti investimenti in innovazione tecnologica e di conformarsi a standard regolatori sempre più stringenti, in particolare in materia di efficienza energetica, impatto ambientale e governance.
In questo contesto, la regolazione evolve da funzione tradizionalmente orientata al controllo e alla vigilanza a strumento proattivo di indirizzo e promozione di policy industriali. Essa diviene, infatti, un fattore determinante nella ridefinizione della struttura del mercato, incidendo sulla composizione degli operatori, sulle barriere all’ingresso e sulle traiettorie di sviluppo del settore, in coerenza con gli obiettivi di sostenibilità e transizione digitale.
Iniziative legislative: tra visione sistemica e rischi di sovrapposizione normativa
Il quadro normativo in via di definizione evidenzia un orientamento convergente del legislatore, sia statale sia regionale, volto al superamento dell’attuale frammentarietà regolatoria attraverso la costruzione di una disciplina organica dei data center. In tale contesto, accanto alle disposizioni introdotte dal Decreto Bollette, si collocano le proposte di legge attualmente in itinere, riconducibili a due direttrici fondamentali: da un lato, la qualificazione giuridica delle infrastrutture digitali; dall’altro, l’individuazione di strumenti amministrativi e di pianificazione idonei a governarne in modo efficace lo sviluppo.
Nello specifico, a livello nazionale, con il disegno di legge n. 1821 il Parlamento intende delegare al Governo il compito di adottare uno o più decreti legislativi per disciplinare i data center, con l’obiettivo di semplificare e accelerare la loro realizzazione e gestione. L’obiettivo è quello di garantire una regolamentazione chiara e uniforme, superando le lungaggini burocratiche che, fino ad oggi, hanno frenato lo sviluppo del settore.
Tra i criteri fondamentali di queste proposte spiccano la semplificazione delle procedure autorizzative, con l’introduzione di tempi certi e ridotti per l’approvazione dei progetti. Non meno importante è l’indirizzo verso la riqualificazione delle aree industriali dismesse, che dovrebbero diventare la sede privilegiata per la costruzione di nuovi impianti, così da favorire la sostenibilità territoriale e ridurre il consumo di suolo.
Tuttavia, tali eventuali interventi legislativi dovranno prestare attenzione al corretto bilanciamento tra i pregevoli intenti di velocizzare le operazioni nonché di omogeneizzare le valutazioni e il rischio di analisi superficiali che non tengano conto delle peculiarità dei diversi territori. Inoltre, l’assenza di un sistema di monitoraggio rigoroso potrebbe far sì che, alla fine, l’accelerazione burocratica si traduca in una crescita disordinata e poco sostenibile dei data center, con il rischio di aggravare il problema dell’impatto ambientale, senza ottenere i benefici sperati in termini di efficienza energetica.
Sul piano regionale emergono le innovazioni più operative, ma anche le criticità più evidenti.
Il caso della Lombardia è emblematico. Le proposte di legge regionali nn. 123 e 150 si inseriscono in un contesto territoriale caratterizzato da un’elevata concentrazione di data center, infatti, in Lombardia alla fine del 2024 erano attivi 67 centri dati sui 168 funzionanti in Italia, quasi il 40 per cento del totale.
La proposta di legge n. 123 mira a stabilire una disciplina chiara e coerente, affrontando aspetti cruciali come la definizione univoca di data center e la regolamentazione della loro localizzazione. L’intento è quello di privilegiare aree dismesse, in modo da ridurre il consumo di suolo, in linea con le politiche di sostenibilità. Inoltre, la proposta punta a introdurre elevati standard tecnici e ambientali, allineandosi alle politiche europee di decarbonizzazione. Per semplificare la burocrazia, si prevede l’introduzione di un’autorizzazione unica regionale, accompagnata da un maggiore monitoraggio attraverso un registro pubblico e un osservatorio tecnico multidisciplinare.
La proposta di legge n. 150, invece, si concentra maggiormente sul coordinamento delle procedure autorizzative, specialmente quelle ambientali, come le autorizzazioni integrate ambientali (AIA). L’obiettivo è ridurre conflitti e sovrapposizioni tra enti, garantendo una maggiore omogeneità urbanistica tra i vari comuni. Al contempo, vengono previste misure per controllare il consumo energetico, promuovere l’uso di energie rinnovabili e il recupero del calore prodotto, integrando i data center con le reti energetiche locali. Viene inoltre introdotto un meccanismo per disincentivare il consumo di suolo agricolo.
Nonostante le proposte regionali siano più operative rispetto alla normativa nazionale, esse presentano il rischio di creare una regolazione a “geometria variabile”. In altre parole, la localizzazione degli investimenti potrebbe dipendere non solo da fattori tecnici, ma anche dalla diversa intensità della regolamentazione tra i vari territori. Questo potrebbe portare a disomogeneità, creando difficoltà per le imprese che operano su scala nazionale e aumentando il rischio di conflitti tra normative regionali e nazionali.
È necessario e opportuno precisare, però, che le summenzionate proposte di legge restano mere proposte normative, prive di efficacia vincolante e quindi ancora suscettibili di modifica. Esse, inoltre, dovranno essere inevitabilmente riconsiderate e coordinate alla luce delle disposizioni introdotte dal Decreto Bollette, che, come si è detto, incide in modo diretto sulle procedure autorizzative.
Rigenerazione urbana e data center: una convergenza da governare
Come emerge chiaramente dai paragrafi precedenti, uno degli aspetti più interessanti – e al contempo più complessi – dell’evoluzione normativa, sia nazionale che regionale, riguarda l’integrazione tra sviluppo dei data center e politiche di rigenerazione urbana.
Il legislatore, sia nazionale che regionale, individua chiaramente un obiettivo: trasformare i data center in strumenti di riqualificazione territoriale, privilegiandone l’insediamento in aree industriali dismesse, siti produttivi abbandonati o contesti urbani degradati. Tale impostazione risponde a esigenze condivisibili:
• contenere il consumo di suolo;
• valorizzare patrimoni immobiliari inutilizzati;
• generare nuove economie locali;
• favorire la transizione verso modelli urbani più sostenibili.
Tuttavia, questa convergenza tra infrastrutture digitali e rigenerazione urbana è tutt’altro che automatica.
In primo luogo, i data center sono infrastrutture ad altissima intensità energetica. La loro localizzazione in aree dismesse presuppone la disponibilità di reti elettriche adeguate, spesso assenti o insufficienti nei contesti da riqualificare. Ciò implica la necessità di investimenti infrastrutturali significativi, che rischiano di rallentare o rendere meno attrattive le operazioni.
In secondo luogo, vi è il tema dell’integrazione con il contesto urbano e sociale. I data center, pur generando valore economico, hanno un impatto occupazionale diretto relativamente limitato e possono entrare in tensione con le esigenze delle comunità locali, soprattutto in termini di consumo di risorse (energia, acqua) e impatto paesaggistico.
Per questo motivo, le proposte normative più avanzate introducono correttivi importanti, tra cui:
• l’obbligo o l’incentivo al riutilizzo del calore prodotto, ad esempio per reti di teleriscaldamento;
• la previsione di misure di compensazione ambientale e territoriale;
• l’integrazione con sistemi di mobilità sostenibile e verde urbano;
• la promozione di tecnologie alternative che riducano il consumo idrico nei sistemi di raffreddamento.
In questa prospettiva, la rigenerazione urbana non può essere ridotta a un criterio localizzativo, ma deve diventare un processo pianificato e multidimensionale, in cui il data center si inserisce come parte di un ecosistema più ampio.
Il punto critico resta, ancora una volta, il coordinamento. Senza una pianificazione integrata che metta in relazione politiche energetiche, urbanistiche e industriali, il rischio è che la rigenerazione si trasformi in una mera etichetta, priva di reale capacità trasformativa.
In definitiva, l’integrazione tra data center e rigenerazione urbana rappresenta una delle sfide più promettenti, ma anche più delicate, della transizione digitale: una sfida che richiede non solo norme, ma capacità amministrativa e visione strategica degli attori coinvolti nonché un effettivo governo degli interessi in gioco.
Considerazioni conclusive
Le riforme in corso segnano un cambio di passo importante, soprattutto nella direzione della semplificazione procedurale e dell’innalzamento degli standard qualitativi. Tuttavia, la loro efficacia dipenderà dalla capacità di superare le attuali frammentazioni e disallineamenti tra i diversi livelli normativi (statale, regionale e locale) e tra i molteplici ambiti di intervento coinvolti – urbanistico, ambientale, energetico e industriale – che oggi operano spesso secondo logiche non pienamente coordinate.
In prospettiva, il vero banco di prova sarà l’attuazione normativa coordinata. Al momento, senza un disegno unitario, il rischio è duplice: da un lato, frenare gli investimenti; dall’altro, non governare adeguatamente l’impatto (ambientale, energetico e urbanistico) di un fenomeno in grande espansione. Risulta dunque essenziale una grande preparazione in questo settore per assicurare certezza giuridica, correttezza procedimentale e tutela degli investimenti.
La sfida, dunque, non è valutare se sviluppare i data center, ma come farlo, bilanciando innovazione digitale, sostenibilità e governo del territorio in una visione di lungo periodo.











