sport e sorveglianza

Pallone connesso, città sorvegliate: il doppio volto tech dei Mondiali 2026



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Il Mondiale 2026 porta in campo palloni con sensori, fuorigioco semiautomatico, avatar 3D, bodycam arbitrali e piattaforme AI per le federazioni. Fuori dagli stadi cresce però anche l’infrastruttura di sorveglianza, tra riconoscimento facciale, droni e centri di comando

Pubblicato il 12 giu 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



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Al termine della partita inaugurale del Mondiale 2026, vinta dal Messico – uno dei tre paesi che ospita l’evento – il pallone è stato rimesso in carica. Novanta minuti (la durata di una partita) “attaccato” a una presa bastano per circa sei ore: non per “volare” meglio dopo un calcio, l’aerodinamica del pallone in questo caso non c’entra, ma per far funzionare il sensore di movimento che si porta dentro, capace di mandare dati cinquecento volte al secondo alla sala VAR.

Basta questo per capire cosa è diventato il torneo aperto l’11 giugno all’Estadio Azteca di Città del Messico. La Coppa del Mondo più grande di sempre, con 48 squadre, 104 partite e 16 stadi tra Stati Uniti, Canada e Messico, è anche il più imponente esperimento di tecnologia applicata allo sport mai messo in piedi. E vale la pena guardarci dentro, perché capire come gira questa macchina, e soprattutto cosa ne resterà dopo la finale, riguarda chiunque si occupi di tecnologia e di regole del digitale, non solo i tifosi.

Il pallone Trionda che sa dove si trova

Il pallone ufficiale dei Mondiali 2026 si chiama Trionda. Il nome mette insieme il “tri” delle tre nazioni ospitanti e l’onda che ne attraversa la grafica. Lo firma Adidas, ma esce dagli stabilimenti di Forward Sports a Sialkot, in Pakistan: la stessa azienda che ha cucito il Brazuca del 2014, il Telstar 18 del 2018 e Al Rihla del 2022. Stavolta i pannelli sono solo quattro, termosaldati, contro i tanti pannelli dei modelli precedenti. È una semplificazione che, stando ai test in galleria del vento di alcuni ricercatori indipendenti, rende il volo più stabile. Ma la novità vera è nascosta all’interno: un’unità di misura inerziale, cioè un sensore che registra accelerazioni, rotazioni e contatti, infilata in uno dei quattro pannelli con tre contrappesi negli altri per non sbilanciare la sfera. Nel 2022 lo stesso sensore stava sospeso al centro del pallone; spostarlo in un pannello serve a produrlo più facilmente, senza togliergli nulla. Come ha spiegato Nicolas Evans, responsabile ricerca e standard della FIFA, il sensore dice in ogni istante “cosa sta facendo il pallone nello spazio tridimensionale”: ogni tocco, ogni deviazione, ogni calcio è registrato e trasmesso in tempo reale.

Il dato che conta più di tutti ha un nome: kick point, l’attimo esatto in cui il pallone viene colpito. È da lì che dipende ogni fuorigioco, perché la posizione dei giocatori va congelata nel momento preciso in cui parte il passaggio. Senza sensori quell’attimo si deve ricostruire a occhio nudo o con l’aiuto di sistemi informatici che lavorano sulle immagini, fotogramma per fotogramma, con un margine d’errore che basta a far litigare tutti per giorni. Adesso, con Trionda, c’è un sensore in campo che fissa quell’attimo al millesimo di secondo.

Il fuorigioco semiautomatico deciso in tempo reale

Il sensore del pallone è solo metà del meccanismo. L’altra metà sono le telecamere di tracciamento di ogni stadio, che inseguono Trionda e giocatori decine di volte al secondo e ricostruiscono la posizione di braccia e gambe di ognuno. Aggregando i dati sul kick point di Trionda e la mappatura delle posizioni di ciascun giocatore in campo si arriva al fuorigioco semiautomatico, che la FIFA ha introdotto in Qatar nel 2022. La vecchia versione segnalava da sola solo i fuorigioco oltre i cinquanta centimetri; quella nuova scende a dieci, e soprattutto suona direttamente nell’auricolare dell’arbitro, in tempo reale, senza più aspettare la telefonata dalla sala VAR. Il risultato dovrebbe essere duplice: decisioni che si chiudono in secondi e non in minuti, e meno interruzioni della partita.

Ma come funziona, in concreto? Attorno a questo cuore di Trionda, la FIFA ha aggiunto, con Lenovo come partner tecnologico ufficiale, un altro strato: gli avatar tridimensionali dei giocatori. Prima del torneo ogni calciatore è stato scansionato, pochi secondi dentro un cerchio di telecamere, e da quelle immagini un’intelligenza artificiale generativa ha tirato fuori un modello 3D fedele alle sue misure reali. Durante le partite gli avatar vengono sincronizzati con i dati del sensore e delle telecamere: quando il VAR si pronuncia su un fuorigioco, il sistema sforna una ricostruzione tridimensionale dell’azione che finisce sugli schermi dello stadio e in televisione. Il presidente Gianni Infantino ha rivendicato il salto: giocatori identificati e seguiti meglio, decisioni più rapide, immagini che capiscono tutti. E quest’ultimo punto non è un dettaglio estetico. Una delle ragioni per cui il VAR è così poco amato, e i sondaggi tra i tifosi dei grandi campionati europei sono impietosi, è proprio che non si capisce: la decisione arriva dopo minuti, basata su righe tracciate su un fotogramma che il pubblico non sa leggere. Una ricostruzione in 3D leggibile è prima di tutto un investimento in trasparenza, poi anche in spettacolo.

Stesso discorso per le bodycam degli arbitri, provate al Mondiale per club del 2025 e ora presenti in tutte le 104 partite. Il problema era banale: una telecamera attaccata al petto di un arbitro che corre produce un video mosso e inguardabile. Lenovo ha messo a punto una stabilizzazione basata sull’intelligenza artificiale che lavora il flusso video sul posto, nei server dello stadio, togliendo il tremolio mentre la scena scorre. Il risultato si chiama Referee View ed entra nelle regie televisive: per la prima volta il pubblico vede l’azione dagli occhi di chi la deve giudicare, e alla velocità a cui la deve giudicare. Pierluigi Collina, a capo della commissione arbitrale FIFA, ha detto che la prova è andata oltre le aspettative.

La tecnologia come livella

C’è un aspetto di tutto questo che ha fatto meno rumore e che invece vale la pena mettere in primo piano: chi ne raccoglie i frutti. In un torneo allargato a 48 squadre convivono federazioni con reparti interi che si occupano di analisi dati e federazioni che non possono permettersi niente del genere. La FIFA ha deciso che tutti i dati raccolti, tracciamento dei giocatori, eventi di gioco, flussi video, finiranno in una piattaforma di analisi aperta a tutte le squadre alle stesse condizioni. Si chiama FIFA Football AI Pro: un assistente basato sull’intelligenza artificiale generativa che incrocia agenti capaci di interrogare i dati delle partite con un modello linguistico addestrato sul lessico del calcio, e restituisce analisi tattiche e report sulle prestazioni in fretta. Johannes Holzmüller, direttore dell’innovazione della FIFA, ha usato proprio la parola democratizzazione: stesso accesso alla tecnologia per tutti, grandi e piccoli, federazioni ricche e no. È un principio che chi segue le politiche digitali riconosce al volo, perché è lo stesso che agita il dibattito europeo sull’accesso delle piccole imprese all’intelligenza artificiale. La tecnologia di frontiera tende a concentrare i vantaggi su chi può pagarla, e per redistribuirli serve una scelta voluta, costruita nell’infrastruttura. Che a farla sia un organismo sportivo è un precedente che fa pensare.

Fuori dal campo: la macchina operativa

Tenere in piedi un torneo su tre paesi e sedici città ha richiesto una macchina organizzativa che da sola meriterebbe un articolo a parte. Lenovo ha costruito copie digitali degli stadi, i cosiddetti digital twin: modelli virtuali aggiornati in tempo reale che seguono flussi di pubblico, ingorghi e situazioni anomale dentro e attorno agli impianti. Un centro di comando con l’intelligenza artificiale raccoglie i dati di tutte le sedi e ogni giorno ne ricava una sintesi per chi organizza, mentre un sistema di navigazione intelligente legge la congestione in diretta e propone agli spettatori strade alternative per arrivare al posto o uscire. A reggere tutto questo, e i milioni di video che il pubblico caricherà in rete, ci sono le reti 5G dei sedici stadi, potenziate dai partner di telecomunicazione del torneo: la rete che si ingolfa nei grandi eventi, esperienza nota a chiunque abbia provato a mandare un messaggio da uno stadio pieno, è uno dei fastidi che il Mondiale ha promesso di archiviare.

La rivoluzione arriva anche a casa

L’innovazione non si ferma a chi entra allo stadio. A monte di tutto ci sono le riprese: ogni partita viene seguita da oltre una quarantina di telecamere, tra postazioni fisse, ragni sospesi sui cavi, riprese a 360 gradi e droni stabilizzati che volano sopra il campo. Sono le stesse immagini che danno da mangiare al fuorigioco semiautomatico, e sono anche quelle che arrivano in casa. La BBC, che trasmette il torneo nel Regno Unito, ha lanciato proprio con la prima partita del Canada un’esperienza di visione tridimensionale dentro la sua app sportiva: si seguono partite e replay scegliendo da soli l’inquadratura, si guardano gli schieramenti in campo, si rivedono i momenti chiave con le statistiche in tempo reale. Un controllo sulla visione che fino a ieri restava nelle regie televisive. In fondo è la stessa montagna di dati utilizzata per il fuorigioco semiautomatico, riusata per il pubblico di casa: una volta raccolto, il tracciamento di pallone e giocatori si può riutilizzare tutte le volte che serve, dall’arbitro al tifoso sul divano fino agli analisti delle federazioni. Vale la pena fermarsi un attimo, perché qui si vede un principio di fondo dell’economia digitale: il costo sta nel raccogliere il dato, non nel riusarlo, e un’infrastruttura di dati vale tanto di più quante più applicazioni ci si appoggiano sopra. Il Mondiale 2026, da questo punto di vista, è una dimostrazione su scala mondiale di cosa voglia dire costruire una piattaforma di dati e farne la base comune di arbitraggio, analisi tattica e intrattenimento.

Il lato oscuro: la sorveglianza che resta

Fin qui la tecnologia al servizio del gioco e di chi guarda la partita. C’è però un secondo strato, quello della sicurezza, dove il quadro si fa più scomodo e dove chi le osserva con le politiche digitali europee ha qualche strumento in più per leggerlo. I numeri parlano da soli: il Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti ha messo sul piatto 115 milioni di dollari per sistemi che individuano e abbattono i droni nelle città ospitanti, dove voleranno anche droni cacciatori con tanto di rete per acchiappare al volo i velivoli non autorizzati. Toronto ha allestito un centro di comando da circa 9 milioni di dollari, Vancouver ha piazzato duecento telecamere in più. Cani robot con telecamere pattuglieranno gli stadi di Dallas e del New Jersey, e unità simili sono state annunciate per le tre sedi messicane, con il compito di ispezionare pacchi sospetti e intervenire dove un agente rischierebbe troppo. Diversi stadi americani, dal Gillette di Boston all’Hard Rock di Miami al Mercedes-Benz di Atlanta, hanno implementato il riconoscimento facciale per l’ingresso e i pagamenti: il tifoso registrato entra mostrando la faccia, non serve il biglietto né il telefono. È l’ultimo passo di una storia più lunga: lo stadio è da anni un laboratorio di innovazione, come ho raccontato su AgendaDigitale, dove il tifoso si è trasformato in un flusso di dati, fonte di informazioni e cliente allo stesso tempo, e dove forme di sorveglianza si sono già normalizzate al servizio dei ricavi del club. Il Mondiale ne eredita l’infrastruttura e la sposta su un altro terreno, quello della sicurezza, dove in gioco non c’è solo la fedeltà del tifoso ma le sue libertà.

Niente di tutto questo è una novità assoluta: il Qatar gestì il Mondiale 2022 con circa ventiduemila telecamere su otto stadi. A cambiare, nel 2026, sono due cose. La prima è che la sorveglianza viene venduta direttamente al consumatore come una comodità: dai la tua faccia, salti la coda, e milioni di persone lo faranno spontaneamente. La seconda, più seria, è che resta: la sorveglianza costruita per il Mondiale è infrastruttura, e l’infrastruttura sopravvive all’evento. Lo stadio si tiene il riconoscimento facciale, la città si tiene il centro di comando e tutte le telecamere in più. Ci si mette pure un problema di affidabilità che la ricerca documenta da anni: i sistemi di riconoscimento facciale sbagliano più spesso con le donne e con le persone non bianche. In un evento da milioni di spettatori arrivati da tutto il mondo non è un dettaglio statistico, è la garanzia che i falsi positivi cadranno addosso sempre agli stessi. E un falso positivo, qui, non è un disguido da poco: significa una persona fermata, perquisita o respinta all’ingresso per un errore del software, in un paese che magari non è il suo e senza possibilità o tempo per contestare.

Il confronto con l’Europa aiuta a capire. L’AI Act vieta, salvo eccezioni strette e previa autorizzazione, di identificare le persone con la biometria a distanza e in tempo reale negli spazi pubblici a scopo di polizia, perché il legislatore europeo ha deciso che lì il rischio per i diritti fondamentali pesa più del vantaggio operativo. Il divieto riguarda gli usi di polizia; il riconoscimento facciale che uno stadio accende per l’ingresso e i pagamenti è un uso commerciale, e da noi non sarebbe libero ma stretto in un’altra morsa: il GDPR, che tratta il dato biometrico come categoria particolare e lo ammette solo con consenso esplicito o poche altre basi, più il regime ad alto rischio dello stesso AI Act. Per due strade diverse, insomma, l’Europa dei paletti li mette comunque. Negli Stati Uniti una regola del genere non esiste, né per la polizia né per i privati: ogni città, ogni stadio, ogni contratto con un fornitore fa storia a sé. Così il Mondiale, oltre che una vetrina, diventa un esperimento naturale tra due modelli: da una parte un continente che ha messo limiti preventivi alla biometria di massa, dall’altra uno che la stende su scala continentale fidandosi dell’autoregolazione e della spinta dell’evento eccezionale. Quando tra qualche anno si tireranno le somme, abusi, errori, sorveglianza diventata normale oppure, all’opposto, vantaggi di sicurezza misurabili, quel confronto darà argomenti a tutti e due i lati dell’Atlantico.

Cosa dice questo Mondiale a chi si occupa di tecnologia

La lezione, già leggibile oggi, sta nella differenza tra i due strati. La tecnologia in campo è governata: ogni sistema ha uno scopo chiaro, un protocollo pubblico, una catena di responsabilità che porta dritta alla FIFA, e perfino un modo di girare i benefici a tutte le federazioni sportive, anche le più povere. Si può discutere se un fuorigioco di dieci centimetri scovato da un sensore tradisca lo spirito del gioco, ed è una discussione sacrosanta; ma le regole del gioco sono scritte. La tecnologia attorno al campo, quella della sicurezza, la comprano invece decine di soggetti diversi con soldi pubblici, secondo regole che cambiano da una giurisdizione all’altra, senza una cornice comune di garanzie e con la certezza che resterà accesa ben oltre il 19 luglio. Il pallone da ricaricare fa sorridere, mentre le telecamere che non si spengono dovrebbero far riflettere. La partita vera, per chi guarda il Mondiale con gli occhi di chi si occupa di regole, non è tra le 48 nazionali: è tra un’innovazione che accetta di darsi una cornice e una che sfrutta l’eccezione per restare per sempre.

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