Minacce ibride

Sicurezza nazionale, il decreto non basta: serve un piano operativo



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Il nuovo decreto sulla strategia di difesa nazionale centralizza il coordinamento sotto la Presidenza del Consiglio e introduce una visione preventiva delle minacce. Ma l’efficacia dipende dalla capacità di tradurre l’impianto normativo in azioni concrete, esercitazioni realistiche e una partnership strutturata tra pubblico e privato

Pubblicato il 26 giu 2026

Rodolfo Saccani

Head of Engineering Italy LibraCyber



logistica militare 4.0 GENAI.MIL
Military soldier controls drone for reconnaissance operation of enemy positions. Concept using robot plane in smart war.
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La pubblicazione del nuovo decreto sulla strategia di difesa nazionale rappresenta un momento cruciale per la sicurezza informatica del nostro Paese. Il testo, che ridefinisce il concetto stesso di minaccia e di risposta statale, rappresenta un passo avanti rispetto a un approccio prevalentemente emergenziale. Questo cambio di paradigma era atteso da tempo: non si tratta più solo di reagire a ciò che accade, ma di prepararsi a ciò che potrebbe accadere, anticipando le minacce prima che si materializzino in crisi sistemiche.

Coordinamento unico: il ruolo del Cisr e della Presidenza del Consiglio

Il decreto introduce una novità fondamentale: la centralizzazione del coordinamento sotto la Presidenza del Consiglio, con il Cisr come cabina di regia. È un passo avanti importante, perché le minacce odierne non rispettano i confini tradizionali tra settori o competenze.

Un attacco cyber, una campagna di disinformazione o un sabotaggio economico possono colpire contemporaneamente sanità, energia, trasporti e dati sensibili. In questo contesto, la frammentazione delle risposte non è più sostenibile. Serve una regia unica, capace di orchestrare risorse, competenze e decisioni in tempo reale, senza sovrapposizioni o vuoti di responsabilità.

Resilienza e maturità strategica: l’allineamento agli standard europei

L’Italia, in questo senso, ha già avuto modo di misurarsi con scenari di guerra ibrida portati avanti da attori statali ostili. La lezione appresa è chiara: la resilienza di un Paese non si costruisce improvvisando, ma pianificando.

Il decreto va esattamente in questa direzione, con la definizione di una Strategia di sicurezza nazionale che identifichi gli interessi fondamentali da proteggere e gli strumenti per farlo. Non si tratta solo di difendere il territorio, ma anche le infrastrutture critiche, i dati dei cittadini e la continuità delle funzioni essenziali dello Stato. È un passo verso la maturità strategica, che finalmente allinea l’Italia agli standard di altri Paesi europei.

Dal testo alla pratica: il rischio dell’esercizio teorico

Tuttavia, il vero banco di prova sarà la capacità di tradurre questo impianto normativo in azioni concrete. Il rischio, altrimenti, è che rimanga un esercizio teorico, privo di efficacia nel momento del bisogno. Per evitare questo, è fondamentale che la strategia non sia statica, ma dinamica: aggiornata regolarmente, testata attraverso esercitazioni realistiche e soprattutto condivisa con tutti gli attori rilevanti. La sicurezza non può essere delegata solo alle istituzioni: deve essere un impegno condiviso tra pubblico e privato.

Il partenariato pubblico-privato come pilastro della difesa

Qui entra in gioco il ruolo del partenariato pubblico-privato. Le minacce ibride non colpiscono solo le istituzioni, ma anche le aziende, le infrastrutture private e i cittadini. In questo contesto, abbiamo già avuto modo di collaborare attivamente nella gestione di eventi di questo tipo. La collaborazione tra lo Stato e le realtà che operano nel settore della cybersecurity, non è infatti, un’opzione. Le aziende che gestiscono infrastrutture critiche devono essere parte integrante del sistema di difesa, non solo come destinatarie di norme, ma come soggetti attivi nella prevenzione, nel rilevamento e nella risposta agli incidenti.

L’Agenzia Cyber: risorse, sinergie e monitoraggio continuo

L’Agenzia Cyber dovrà essere dotata di risorse adeguate, sia in termini di personale che di tecnologie, e dovrà lavorare in sinergia con gli altri attori istituzionali e con il mondo privato. Solo così sarà possibile costruire una difesa flessibile e costante, capace di adattarsi all’evoluzione delle minacce.

La cybersecurity non è un problema che può essere risolto una volta per tutte: richiede un monitoraggio continuo, una formazione aggiornata e una capacità di adattamento rapido a scenari in costante mutamento.

La zona grigia e la necessità di un Incident Management Plan nazionale

Un altro aspetto meritevole di attenzione è il concetto di “zona grigia”, dove le minacce non sono più chiaramente identificabili come atti di guerra tradizionale. In questo scenario, la disinformazione, gli attacchi cyber e i sabotaggi economici diventano armi a tutti gli effetti. Il decreto riconosce questo cambiamento, ma ora serve un passo ulteriore: la creazione di un Incident Management Plan a livello nazionale.

Non basta avere una strategia; serve anche un piano operativo dettagliato, che definisca ruoli, responsabilità e procedure da seguire in caso di crisi. Questo piano dovrebbe essere testato regolarmente, con esercitazioni che coinvolgono tutte le parti interessate, dal governo alle aziende, dalle forze dell’ordine agli operatori delle infrastrutture critiche.

Velocità di risposta e burocrazia: due esigenze da conciliare

La centralizzazione del coordinamento è un punto di forza, ma non deve tradursi in un appesantimento burocratico. La velocità di risposta è fondamentale in un contesto dove le minacce si evolvono rapidamente. Per questo, il piano deve essere snello, con catene di comando chiare e processi decisionali rapidi.

La lezione del passato insegna che, in assenza di una preparazione adeguata, anche le risposte più efficaci possono arrivare in ritardo. La burocrazia non deve diventare un ostacolo, ma un facilitatore, capace di garantire che le decisioni vengano prese nel minor tempo possibile e con la massima efficacia.

Valutazione e aggiornamento continuo: un piano che deve adattarsi

Inoltre, il piano deve prevedere meccanismi di valutazione e aggiornamento continuo. Le minacce cambiano in base all’evoluzione tecnologica, alle strategie degli attori ostili e alle vulnerabilità che emergono.

Un Incident Management Plan efficace deve quindi essere in grado di adattarsi, integrando le lezioni apprese da ogni evento e aggiornando le procedure in base alle nuove sfide. Solo così si potrà garantire che il Paese non sia mai colto impreparato.

Un percorso, non un traguardo: la sicurezza nazionale come impegno collettivo

In sintesi, il decreto rappresenta un avanzamento significativo, ma il lavoro non finisce qui. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre le buone intenzioni in azioni concrete, coinvolgendo tutti gli attori rilevanti in un’ottica di collaborazione e condivisione.

Il cambio di paradigma è iniziato; ora tocca a tutti noi farlo diventare realtà, con impegno, risorse e una visione lungimirante. La sicurezza nazionale non è un traguardo, ma un percorso che richiede attenzione costante e la capacità di anticipare le sfide di domani.

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