scenari

Intelligenza artificiale, profitti e potere delle software company



Indirizzo copiato

L’intelligenza artificiale promette efficienza, automazione e costi più bassi, ma il valore generato potrebbe non arrivare ai consumatori. Le grandi software company stanno integrando l’AI nei propri ecosistemi, migliorando margini, produttività e potere competitivo

Pubblicato il 6 lug 2026

Marco Milani

psicologo, retail investor e studioso di politica



New Delhi Declaration on AI Impact (1); ai act; AI antiriciclaggio AI generativa e sviluppo software
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Ogni rivoluzione tecnologica è accompagnata da una fase di entusiasmo quasi messianico. L’intelligenza artificiale non fa eccezione.

Investitori, commentatori e cittadini osservano i progressi dei modelli linguistici e costruiscono scenari nei quali tutto ciò che è tecnicamente possibile diventa inevitabilmente reale. In questo futuro immaginato, il cittadino pagherà una sottoscrizione mensile e l’intelligenza artificiale compilerà automaticamente le sue tasse. Potrà produrre fotografie, video e progetti professionali senza possedere competenze specifiche.

Rinnovi, pratiche burocratiche, certificazioni e autorizzazioni verranno gestiti in modo automatico. Le diagnosi mediche saranno più rapide, l’istruzione più efficiente, i trasporti più economici e i consumatori troveranno sempre il prodotto migliore senza dover confrontare prezzi, visitare siti web o perdere tempo tra offerte e coupon.

Tutto questo è probabilmente possibile. Ma non è affatto detto che diventi realtà. La storia economica insegna che tra ciò che una tecnologia rende possibile e ciò che effettivamente accade esiste una distanza enorme. Quella distanza si chiama potere.

L’errore che molti osservatori stanno commettendo

La maggior parte delle analisi sull’intelligenza artificiale si concentra sulle capacità della tecnologia. Pochissime si concentrano sugli incentivi economici e politici di chi controlla la tecnologia. Si assume implicitamente che l’innovazione produca automaticamente maggiore efficienza e che molto di ciò che frena quest’efficienza andrà distrutto nel processo. È un’ipotesi molto discutibile.

Se la politica è assente, debole o incapace di indirizzare il cambiamento, saranno le grandi aziende e le categorie economicamente più forti a determinare il modo in cui l’intelligenza artificiale verrà utilizzata. E le grandi aziende non hanno come obiettivo principale quello di semplificare la vita dei cittadini, bensì l’aumento dei profitti. Per questo motivo, il primo effetto dell’AI potrebbe non essere la riduzione dei costi per i consumatori, bensì l’aumento della produttività e dei margini per alcune imprese.

Da oltre un anno i mercati finanziari penalizzano molte società software per il timore che l’intelligenza artificiale renda obsoleti i loro prodotti. La teoria è semplice. Se ChatGPT può scrivere testi, Claude può analizzare documenti e i generatori di immagini possono produrre contenuti grafici, allora aziende come Adobe, Salesforce, Intuit, Zoom o Autodesk dovrebbero essere destinate a perdere valore.

I dati delle trimestrali delle software company

I numeri, tuttavia, raccontano una storia molto diversa. Salesforce ha recentemente registrato una crescita dei ricavi superiore al 13% e margini operativi in miglioramento. L’azienda ha inoltre aumentato le proprie previsioni di utile per l’intero anno. Questi non sembrano i numeri di una società minacciata dall’intelligenza artificiale, bensì numeri di una società che sta utilizzando l’intelligenza artificiale per diventare più efficiente.

Anche Intuit continua a crescere a ritmi vicini al 10%, mentre integra l’intelligenza artificiale nei prodotti QuickBooks e TurboTax. Parallelamente ha ridotto il personale, segnalando come l’AI possa tradursi in maggiore produttività e leva operativa.

Adobe rappresenta forse il caso più interessante. Per mesi si è sostenuto che generatori di immagini e chatbot avrebbero reso irrilevanti Photoshop e Illustrator. Eppure la società continua a crescere a doppia cifra, mantiene margini operativi vicini al 40% e ha visto più che triplicare i ricavi ricorrenti legati ai prodotti AI. Più che sostituire Adobe, l’intelligenza artificiale sembra essere stata incorporata nel suo ecosistema, contribuendo alla crescita dei ricavi e della redditività.

Zoom Communications mantiene margini superiori al 40%, dispone di una consistente posizione di cassa e sta progressivamente trasformandosi da piattaforma per videoconferenze a ecosistema di produttività aziendale basato sull’intelligenza artificiale. Ma vi è un elemento meno noto e forse ancora più interessante. Zoom è anche investitore in Anthropic, una delle principali società mondiali nel settore dell’intelligenza artificiale generativa. In base alle più recenti valutazioni private, la partecipazione detenuta da Zoom avrebbe un valore stimato vicino a 1,3 miliardi di dollari. Si tratta di un dettaglio significativo. Una parte del valore creato dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe infatti essere catturata non soltanto dai produttori dei modelli linguistici, ma anche dalle aziende software che dispongono del capitale necessario per investire direttamente nell’ecosistema emergente.

Anche Autodesk continua a registrare una crescita significativa dei ricavi e ha recentemente rafforzato il proprio posizionamento attraverso l’acquisizione miliardaria di MaintainX, espandendosi ulteriormente nel settore dei software industriali e della gestione degli asset. Nel complesso, i dati suggeriscono che molte delle società considerate maggiormente esposte alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale non stanno perdendo terreno. Al contrario, stanno aumentando ricavi, migliorando l’efficienza operativa e utilizzando l’AI per rafforzare il proprio vantaggio competitivo.

Perché l’AI potrebbe rafforzare gli incumbent

Il problema della narrativa dominante è che confonde l’intelligenza – la capacità – con la distribuzione.

Un modello linguistico può produrre una risposta, ma non possiede clienti. Non possiede reti commerciali. Non possiede marchi. Non possiede dati proprietari. Non possiede workflow consolidati. Non possiede autorizzazioni normative. Non possiede relazioni con governi, aziende e istituzioni.

Adobe possiede milioni di professionisti che utilizzano quotidianamente i suoi prodotti. Salesforce controlla una parte significativa dell’infrastruttura CRM mondiale. Intuit gestisce processi fiscali e contabili critici per milioni di imprese. Autodesk è profondamente integrata nei processi di progettazione di edifici, impianti industriali e infrastrutture.

L’intelligenza artificiale può aumentare la produttività di questi ecosistemi. Ma sostituirli è una questione completamente diversa. Per questo motivo stiamo osservando partnership e integrazioni piuttosto che distruzione. Microsoft integra OpenAI nei propri prodotti. Salesforce collabora con Anthropic. Adobe sviluppa Firefly. Intuit costruisce copiloti AI per QuickBooks e TurboTax. L’AI viene assorbita dagli ecosistemi esistenti.

Una lezione dalla storia della tecnologia

Naturalmente, la storia della tecnologia offre anche esempi opposti. Aziende come Nokia e BlackBerry sembravano dominare il mercato dei telefoni cellulari fino all’arrivo di un nuovo paradigma tecnologico che non riuscirono a interpretare correttamente. Non furono distrutte dalla concorrenza tradizionale, ma dalla loro incapacità di adattarsi a un cambiamento radicale. La differenza, almeno per ora, è che molte delle grandi software company non stanno ignorando l’intelligenza artificiale. Al contrario, la stanno incorporando nei propri prodotti, investono direttamente nell’ecosistema emergente e utilizzano la nuova tecnologia per aumentare produttività e redditività. Ciò non garantisce che vinceranno la sfida. Ma suggerisce che il mercato potrebbe sottovalutare la loro capacità di adattamento.

La vera distruzione creativa dell’intelligenza artificiale

Questo non significa che non vi saranno perdenti. Ci saranno. Ma probabilmente non saranno le aziende che possiedono dati, clienti, capitale e potere contrattuale. I soggetti più vulnerabili potrebbero essere coloro che non possiedono nessuna di queste risorse: piccole imprese, professionisti indipendenti, intermediari facilmente sostituibili e aziende prive di vantaggi competitivi significativi. In altre parole, coloro che non hanno la forza economica o politica per influenzare il cambiamento. La distruzione creativa potrebbe colpire soprattutto chi non è in grado di partecipare alla distribuzione del valore creato dall’intelligenza artificiale.

Conclusione

La domanda che domina il dibattito pubblico è se l’intelligenza artificiale sostituirà il software. Forse è la domanda sbagliata. La domanda corretta è quali aziende di software beneficeranno economicamente dell’intelligenza artificiale, e quali, invece, non riusciranno a tenere il passo.

Osservando i risultati di Salesforce, Intuit, Adobe, Zoom e Autodesk emerge una risposta preliminare. Almeno per il momento, l’AI non sta distruggendo i grandi ecosistemi software. Li sta rendendo più efficienti, più profittevoli, più produttivi e probabilmente più potenti. Forse la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sarà la storia della democratizzazione della tecnologia. Potrebbe essere, almeno nella sua prima fase, la storia di come una nuova tecnologia venga utilizzata dalle organizzazioni più forti per consolidare ulteriormente la propria posizione. Tutto questo, sempre che non compaiano i grandi assenti: politici capaci di comprendere la portata del cambiamento e di elaborare una politica industriale seria e lungimirante.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x