Da mesi si discute di intelligenza artificiale e colletti bianchi. In Italia, però, la frattura più seria è un’altra: l’IA sta erodendo il primo gradino della carriera proprio mentre il Paese si prepara a perdere milioni di lavoratori per pensionamento. Dalla mappa del lavoro che presento in Post-umani emergono 7,8 milioni di posti destinati a essere ridefiniti e 1,7 milioni già oggi sostituibili. La partita decisiva si gioca sui percorsi di ingresso e sul lavoro bionico.
Da mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro ruota attorno ai colletti bianchi: impiegati, professionisti e quadri che vedono parte delle loro mansioni assorbite dagli algoritmi. È un’osservazione ormai acquisita. Il punto che in Italia merita più attenzione è meno visibile e più urgente: l’IA sta chiudendo la porta di ingresso al mercato del lavoro, nel momento in cui il Paese non può permetterselo. È una delle rivoluzioni in corso che descrivo in Post-umani: Le 7 rivoluzioni dell’Intelligenza Artificiale che ho scritto per Chiarelettere (www.post-umani.it).
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Intelligenza artificiale e lavoro in Italia: il nodo demografico
Conviene partire dalla demografia. Secondo l’Osservatorio Proxima, su dati Istat, nei prossimi dieci anni il mercato del lavoro italiano potrebbe perdere circa 4,3 milioni di occupati, il 18,3% della forza lavoro, per il solo pensionamento delle coorti più anziane. Per ogni cento giovani tra i 15 e i 19 anni ce ne sono già 152 tra i 60 e i 64 pronti a uscire. È un’uscita concentrata in pochi anni, che impone ai giovani disponibili di diventare produttivi molto in fretta.
Ed è qui che l’IA complica il quadro. Sempre l’Osservatorio Proxima rileva che, dopo l’arrivo di ChatGPT, l’ingresso dei lavoratori tra i 22 e i 25 anni nelle nuove posizioni ad alta esposizione all’IA è calato del 14%. La ragione è che le prime attività a essere automatizzate sono spesso le mansioni di base, quelle attraverso cui un tempo si imparava un mestiere. L’intelligenza artificiale toglie così il primo gradino della scala professionale proprio mentre la demografia ci chiede di far salire le persone più in fretta. Lo strumento che dovrebbe aumentare la produttività finisce per comprimere lo spazio in cui quella produttività si impara. In realtà questa doppia forza potrebbe anche compensarsi e non creare un effetto negativo sulle generazioni più giovani, almeno nell’immediato.
L’esposizione delle professioni italiane all’IA
Sullo sfondo, l‘esposizione delle professioni all’IA è ormai trasversale. L’INAPP, applicando un indicatore di esposizione all’intera classificazione Istat, registra un impatto più alto per le donne, i lavoratori più anziani e chi possiede titoli di studio elevati, con in testa figure d’ufficio e dirigenziali e una concentrazione in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Il dato di fondo, però, è che quasi nessuna professione resta del tutto fuori, e a variare è soprattutto il grado di coinvolgimento.
È questo il quadro da cui parte il capitolo sul lavoro di Post-umani. Per misurarlo ho costruito una mappa delle professioni italiane ordinate per grado di esposizione, incrociando le valutazioni di un panel di esperti con la struttura occupazionale del Paese. Circa 7,8 milioni di posti saranno ridefiniti nei loro contenuti, mentre 1,7 milioni risultano già oggi sostituibili dalle tecnologie disponibili. La distanza tra le due cifre dice la cosa essenziale: la trasformazione agisce soprattutto come una ricomposizione dei compiti dentro ogni mestiere, più che come una cancellazione di posti. Quasi tutti i lavori cambiano, un compito alla volta.
Posti ridefiniti, sostituzione e competenze
Le stime convergono su questa lettura graduale. Censis e Confcooperative calcolano che entro il 2035 circa sei milioni di lavoratori italiani saranno a rischio di sostituzione e altri nove vedranno l’IA integrarsi nelle proprie mansioni, per un totale di quindici milioni di persone esposte, a fronte di una crescita del PIL stimata in 38 miliardi, pari all’1,8%. La transizione, insomma, è ampia ma graduale, e questo lascia spazio alle scelte di politica industriale e formativa. A complicare il quadro c’è la velocità diseguale dell’adozione. La quota di imprese italiane con almeno dieci addetti che utilizzano tecnologie di IA è triplicata in due anni, passando dal 5% del 2023 al 16,4% del 2025. Eppure il 58,6% delle aziende che avevano preso in considerazione un investimento non lo ha realizzato per mancanza di competenze adeguate. La tecnologia è arrivata negli uffici prima delle persone in grado di sfruttarla, e oggi il principale freno alla produttività riguarda le competenze più che la disponibilità degli strumenti.
Il divario di competenze rischia poi di tradursi in divario sociale. La partecipazione degli adulti italiani alla formazione si ferma al 29%, contro una media europea del 39,5%, e si distribuisce in modo diseguale: arriva al 60,2% tra i lavoratori molto qualificati e crolla al 10,3% tra quelli con bassa istruzione. Chi avrebbe più bisogno di aggiornarsi è spesso chi si forma di meno. Lasciata a se stessa, l’IA allarga le distanze esistenti tra competenze, territori e generazioni invece di ridurle. La direzione di quei 7,8 milioni di posti ridefiniti ha un nome che uso nel libro: lavoro bionico. È la collaborazione stabile tra competenza umana ed esecuzione algoritmica, in cui la macchina assorbe le parti ripetitive e codificabili del compito e la persona conserva il giudizio, la responsabilità e la relazione. È già la condizione quotidiana di milioni di professionisti che usano l’IA come strumento ordinario. La posta in gioco delle politiche pubbliche è fare in modo che questa ibridazione aumenti il valore del lavoro umano, e non si limiti a comprimerne i tempi. Il punto è che il lavoro bionico si impara facendo, e i compiti semplici, oggi i primi a sparire, erano proprio la palestra in cui lo si imparava.
Lavoro bionico e percorsi di ingresso
Che cosa serve, allora. La priorità, rovesciando l’ordine consueto, sono i percorsi di ingresso: vanno ridisegnati i primi anni di carriera, costruendo per i più giovani le esperienze di apprendimento che l’automazione delle mansioni semplici sta facendo sparire, anche con forme strutturate di affiancamento tra i senior in uscita e i nuovi assunti. La seconda leva è trattare la formazione continua come un’infrastruttura pubblica permanente, attiva ben oltre la laurea e capace di raggiungere chi oggi ne resta escluso. La terza è orientare gli incentivi verso la complementarità tra persona e macchina, premiando gli usi dell’IA che ampliano le capacità di chi lavora invece di limitarsi a sostituirle.
La domanda, in fondo, non è se l’IA cambierà il lavoro, ma chi accompagneremo nel cambiamento. In un Paese che sta per perdere milioni di lavoratori esperti, lasciare che l’intelligenza artificiale chiuda la porta di ingresso ai più giovani sarebbe l’errore più costoso. Sono i temi che attraversano Post-umani: l’intelligenza artificiale si comporta più come un ambiente che come un settore, e il lavoro è il primo luogo in cui impariamo ad abitarlo. Decidere ora le regole e gli investimenti serve a fare di quell’ambiente un luogo più equo, e non soltanto più rapido. L’analisi di dettagli dei 24 milioni di occupati in Italia è accessibile da qui: https://mappalavoro.post-umani.it/
oggi 17:27










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