Deepfake sessuali

Nudify tra adolescenti: la violenza digitale facciamo fatica a nominare



Indirizzo copiato

Le nudify app usate tra adolescenti trasformano foto comuni in immagini sessualizzate sintetiche, scavalcando il consenso della vittima e rendendo insufficiente la vecchia educazione ai “rischi di Internet”. Scuola, clinica, famiglie e regolatori devono spostare il focus dalla protezione individuale alla responsabilità infrastrutturale

Pubblicato il 23 lug 2026

Ivan Ferrero

Psicologo delle nuove tecnologie



shutterstock_2044946324
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Stiamo continuando a parlare di “rischi di Internet” mentre il rischio si è trasformato in qualcos’altro, e nessuno ha ancora il coraggio di nominarlo per quello che è.

Se in una scuola media due ragazzi prendono la foto del primo giorno di scuola di una compagna, la passano a un’app di nudificazione gratuita, e fanno girare l’immagine sintetica nelle chat di classe, il vocabolario della cybersicurezza minorile non ha le parole giuste per descrivere ciò che è successo.

Non è un problema di “uso responsabile della rete”, non è una questione di “attenzione a cosa si pubblica” né cyberbullismo nel senso classico del termine: è aggressione sessuale digitale tra coetanei, abilitata da un’infrastruttura che non chiede nulla alla vittima e tutto all’aggressore, e l’intera architettura preventiva costruita negli ultimi vent’anni sull’idea della “vittima da proteggere insegnandole a non esporsi” è oggi inservibile.

Perché la vittima, in questo nuovo paradigma, non ha mai posseduto l’immagine che la viola.

Nudify adolescenti: i numeri di un fenomeno endemico

L’inchiesta WIRED-Indicator pubblicata ad aprile 2026 ha mappato almeno 90 scuole in 28 paesi e oltre 600 studenti coinvolti, quasi sempre ragazzine fotografate sui social e poi sintetizzate in immagini sessualizzate da compagni maschi attraverso strumenti consumer gratuiti. Il National Center for Missing and Exploited Children riporta segnalazioni alla CyberTipline per immagini AI-generate di abuso minorile passate da 4.700 nel 2023 a 67.000 nel 2024 a 440.000 nei soli primi sei mesi del 2025. Siamo passati a due ordini di grandezza in diciotto mesi.

La crescita delle segnalazioni e il nodo della classificazione

Una parte di questa crescita è artefatto di classificazione (prima molte di queste immagini erano taggate come CSAM generico, ora hanno una categoria propria), una parte è fioritura del fenomeno reale. Distinguere le due cose è un dovere intellettuale prima di essere un’accortezza retorica, perché il negazionismo esperto si annida proprio qui. Anche scontando la riclassificazione del cinquanta per cento, restano comunque due ordini di grandezza in diciotto mesi. Il fenomeno è reale ed è esponenziale.

In Italia abbiamo casi documentati che disegnano una traiettoria precisa. Nel 2023 due studenti di scuola media a Roma hanno usato BikiniOff per generare immagini di compagne. Nel 2024 cinque minorenni in provincia di Latina hanno manipolato fotografie di cinque studentesse e di una docente. Nel settembre 2025 l’associazione Meter ha denunciato la circolazione su gruppi Telegram di immagini deepnude di oltre 125 studentesse italiane, fotografate nelle proprie classi durante l’anno scolastico. Nell’ottobre 2025 il Garante Privacy ha disposto la limitazione del trattamento dati di Clothoff per gli utenti italiani, riconoscendo che il servizio operava in violazione della Legge 132/2025 senza alcuna verifica anagrafica.

La ricerca Thorn ha rilevato che un adolescente su diciassette tra i tredici e i venti anni è stato vittima di deepfake pornografici, e uno su otto conosce personalmente qualcuno colpito. Nel gennaio 2026 lo stesso Garante è tornato sul tema con un avvertimento più largo, rivolto non più a una singola piattaforma ma a un’intera categoria di servizi, da Grok a ChatGPT a Clothoff e analoghi, segno che l’enforcement insegue il fenomeno invece di precederlo. E il terreno che lo alimenta è enorme: la ricerca Gen/Z dell’associazione Differenza donna, sempre del 2025, racconta che sette adolescenti su dieci hanno già visto materiale pornografico, in larghissima maggioranza maschi, molti prima delle scuole medie. Su questo torneremo, perché è lì che si gioca la parte più scomoda del discorso.

Questi sono numeri di un fenomeno endemico, non di un’eccezione cronachistica.

Deepfake nudify e trauma: perché la clinica deve cambiare

Trattare il deepfake nudify come una versione amplificata del revenge porn è un errore concettuale che trascina con sé errori operativi a cascata. Nel revenge porn la vittima ha almeno la “verità del corpo”: l’immagine era sua, in un momento di intimità che si è poi trasformato in violazione. Esiste un filo, sebbene doloroso, che lega il trauma a un’esperienza vissuta e a un consenso che è stato dato e poi tradito.

Il consenso scavalcato e la frattura della rappresentazione

Nel deepfake nudify questo filo non esiste. La vittima subisce un trauma su una rappresentazione che non è mai stata sua, ma che il mondo tratterà come se lo fosse.

È una frattura epistemica prima ancora che psicologica: “non sono io, ma tutti pensano che sia io, e non ho prova che dimostri il contrario perché la prova sarebbe la mia stessa nudità reale, che però non voglio mostrare”. Trauma da furto d’identità sessuale, fenomenologicamente più vicino alla diffamazione corporea che al revenge porn.

C’è una seconda differenza che pesa quanto la prima. Nel revenge porn la struttura del consenso esiste e viene violata. Nel deepfake nudify il consenso non viene mai interpellato, perché l’aggressore non ha bisogno di nulla dalla vittima. Una qualunque foto pubblica, persino una foto di classe scattata a scuola, è materiale grezzo sufficiente. Il consenso non è violato, è scavalcato. E questa distinzione, che sembra puramente semantica, è ontologica: distrugge l’intera architettura preventiva tradizionale costruita sul lato vittima.

La finestra 11-15 anni e il trauma evolutivo

Tagliato sull’età dello sviluppo, questo significa qualcosa di molto specifico. La fascia 11-15 anni è la finestra in cui l’identità sessuale e corporea è in formazione, non costituita. Una violazione di questo tipo non agisce su un sé già strutturato che subisce un attacco esterno. Agisce sulla strutturazione stessa, contaminando il processo. Non un trauma da evento, ma un trauma evolutivo. Un approccio clinico serio deve fare i conti con questa differenza, perché i protocolli costruiti sul modello PTSD da evento singolo, anche aggiornati al complex trauma, presuppongono ancora un soggetto antecedente al trauma. Qui il soggetto è in fieri, e la rappresentazione che lo viola entra nella sua autocostruzione.

Dalle vittime all’architettura digitale delle nudify app

C’è una tradizione di pensiero che ha fatto questo salto cinquant’anni fa, e che la cybersicurezza minorile non ha ancora interpellato seriamente. Il filone CPTED (Crime Prevention Through Environmental Design), inaugurato da Jeffery nel 1971 e da Newman nel 1972 con il concetto di defensible space, ha mostrato che il design dello spazio fisico produce o riduce certi crimini. Una piazza buia con angoli ciechi non è uno sfondo neutrale dove avvengono aggressioni: è una condizione che le rende più probabili. La prevenzione passa dall’illuminare la vittima all’illuminare la piazza.

Trasferito al digitale questo significa che il design dell’infrastruttura non è il contesto in cui avviene il nudify: è una delle sue cause produttive.

Una API liberamente accessibile, un’app consumer con interfaccia ludica, una chat di gruppo cifrata, una piattaforma social che permette il caricamento di volti riconoscibili senza watermarking, un browser che non segnala alla famiglia la classe di siti visitata. Questi non sono lo sfondo del fenomeno, sono parti del fenomeno. Se non vediamo questo, intervenire sul “comportamento del singolo ragazzo” mentre lasciamo intatto il design dello spazio è esattamente come illuminare la vittima invece della piazza.

Il salto teorico che servirebbe è di concepire il problema su tre piani che si rinforzano e che vanno toccati insieme. Il piano tecnico-materiale (modelli, API, tool consumer, piattaforme di distribuzione, latenza dei takedown). Il piano socio-relazionale (norme di gruppo dei pari, logica meme che neutralizza moralmente l’atto, anonimato di chat, cultura della pornografia mainstream che ha già normalizzato la rappresentazione di corpi senza consenso, dinamiche di genere). Il piano istituzionale-normativo (scuola, famiglia, legge, regolazione, framework clinico, formazione). Il nudify esiste perché i tre piani si rinforzano a vicenda, in un’ottica sistemica. Toglierne uno non basta. Trattarne uno solo, come fa oggi la quasi totalità delle iniziative italiane, è un alibi e una finta rassicurazione che non possiamo più permetterci.

Le piattaforme nella catena causale del nudify

A rendere le cose più complesse c’è una differenza importante di cui dobbiamo tenere conto nella traduzione di CPTED al digitale. La piazza fisica è uno sfondo passivo dove avvengono cose. L’environment digitale è attivo, performativo, costituisce esso stesso l’atto. Non è un habitat, è un co-autore. Il tool nudify non ospita un’aggressione, la rende possibile in un modo che senza di esso semplicemente non esisterebbe. Questo cambia chi è responsabile di cosa, e mette le piattaforme dentro la catena causale e non al margine come terze parti neutrali. La Legge 132/2025, articolo 612-quater del Codice Penale, punisce con la reclusione da uno a cinque anni la diffusione illecita di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale. È una legge che parla la lingua del singolo aggressore, non quella della filiera. La filiera è ancora indisturbata, e in essa stanno i moltiplicatori veri del danno.

L’AI Act e il divieto a monte delle nudify app

Tuttavia qualcosa, sul fronte europeo, ha cominciato a muoversi nella direzione giusta. Nella revisione dell’AI Act concordata nella primavera del 2026 l’Unione ha inserito tra le pratiche vietate i sistemi che generano immagini sessuali non consensuali di persone reali, le nudify app, appunto, colpendo per la prima volta non chi diffonde ma il sistema che produce. E ha stabilito che il divieto non si applichi ai sistemi dotati di misure di sicurezza efficaci, capaci di impedire a monte quella generazione. È la logica della piazza illuminata trasferita dentro il codice del software, l’architettura obbligata a difendersi da sé.

Quanto la promessa reggerà è da vedere, perché lo stesso pacchetto ha rinviato di un anno le regole sui sistemi ad alto rischio, e nel frattempo la filiera continua a lavorare quasi indisturbata. Ma il principio è rovesciato rispetto alla norma italiana, e per questo conta.

Nudify adolescenti: oltre il modello bio-psico-sociale

Decentralizzare il fenomeno dall’individuo all’architettura impone, nella clinica, un upgrade del modello esplicativo. Il bio-psico-sociale di Engel, formulato nel 1977, è stato per quarant’anni il riferimento per superare il riduzionismo biomedico. Ma quel modello aveva tre limiti che oggi diventano fatali. È troppo additivo, somma livelli invece di farli co-costituire. Il suo “sociale” è il sociale degli anni Settanta, fatto di famiglia, lavoro, comunità, e non aveva la categoria del tecnico-digitale come dimensione costitutiva del soggetto. E presupponeva un soggetto che usa strumenti, non un soggetto che si forma in dialogo con strumenti.

L’adolescente del 2026 non è un soggetto pre-digitale che usa attrezzi digitali. È un soggetto che si è formato cognitivamente, sessualmente, relazionalmente dentro un’ecologia digitale, e quel tool nudify è l’estensione naturale di un’identità già tecno-mediata. La filosofia della tecnica di Bernard Stiegler chiama epifilogenesi questo processo: l’umano si trasmette anche attraverso le sue protesi tecniche, che modellano la psiche da fuori e da dentro insieme. La psicologia ecologica di Bronfenbrenner, con il suo modello di sistemi annidati, può essere qui riletta riconoscendo che oggi un microsistema include senza residui i dispositivi, le piattaforme, gli algoritmi che mediano le relazioni primarie. Non è una concessione: è il dato di fatto.

Dall’anamnesi digitale alla responsabilità morale

Il modello che ne emerge, che possiamo chiamare bio-psico-socio-tecnologico (qualcuno preferisce bio-psico-socio-digitale), ha conseguenze immediate per la pratica clinica. L’anamnesi adolescenziale del 2026 non può più trattare il digitale come area accessoria al colloquio sulla famiglia, sulla scuola, sui pari. Deve indagarlo come dimensione genitoriale di formazione del sé. Quante ore al giorno con quale piattaforma. Quali account pseudonimi per quali parti del sé. Quali chatbot frequenti, e per quali bisogni. Cosa cerchi quando sei solo. Queste non sono domande sul comportamento. Sono domande sul soggetto.

Con una precisazione molto importante, perché qui la decentralizzazione rischia di scivolare nel suo opposto pericoloso. Decentralizzare la patologia non significa decentralizzare la responsabilità morale. Sono due piani distinti, e l’etica della complicità di Kutz è il riferimento che permette di tenerli insieme. L’aggressione può essere ontologicamente sistemica e moralmente individuale. Il ragazzo ha agito. Il fatto che il tool e la cultura abbiano abbassato la soglia non cancella che lui ha cliccato.

Confondere i due piani porta dritti al determinismo socioambientale, che è il rovescio simmetrico del determinismo biologico individualista, e che rimuove esattamente la stessa cosa: la libertà del soggetto, e con essa la sua responsabilità.

Nudify a scuola: dal curriculum di protezione al consenso

Tutta la formazione che le scuole italiane fanno oggi sul digitale è costruita per la potenziale vittima. “Non condividere informazioni personali”, “attenzione a cosa pubblichi”, “non parlare con sconosciuti”, “configura le impostazioni privacy”. È un curriculum di protezione, e in un mondo di nudify tools è un curriculum sbagliato. Sbagliato non perché inutile, ma perché unico. Dire alla potenziale vittima di nudify che dovrebbe stare attenta a quale foto pubblica è grottesco, perché qualunque foto è materiale grezzo sufficiente, e dirle di non esistere socialmente online è chiederle di sparire dal mondo dei suoi pari per proteggersi da un’aggressione di cui non è responsabile.

Quello che manca, e che va costruito, è un curriculum di consenso e responsabilità rivolto al potenziale aggressore. Un’educazione affettiva e civica che includa esplicitamente l’aggressione sessuale digitale come oggetto pedagogico, non come “rischio del web”. Che tratti il nudify come comportamento abusivo, non come “uso scorretto di uno strumento”. Che lo collochi nella stessa categoria del graffito offensivo sul muro del bagno o della molestia verbale in corridoio, non in quella del malware. La grammatica giusta è quella della violenza di genere e dell’educazione affettiva, non quella della cybersicurezza.

Perché il decalogo non basta

Il genere “decalogo”, che continua a essere prodotto da osservatori e fondazioni come dispositivo formativo, è parte del problema. I decaloghi sono per loro natura documenti normativi individuali. Le loro regole sono sul “tu”, sul ragazzo, sulla famiglia, sull’insegnante. Funzionano come pedagogia personale e falliscono come progetto architetturale. La scuola italiana ha bisogno della pedagogia, ma anche del manifesto: un documento che indirizzi le scuole come istituzioni, le piattaforme come responsabili, i regolatori come decisori, le famiglie come ambiente, e non solo gli individui come destinatari di norme. Senza quel passaggio, la formazione resta dentro la cornice della responsabilità individuale che il fenomeno ha già reso obsoleta.

Norme, consenso e nudify: il paradosso italiano

Vale a questo punto la pena nominare una contraddizione, perché tocca il punto in cui questo discorso si fa concreto. Nel momento esatto in cui il nudify ci impone di costruire un’educazione al consenso rivolta ai maschi adolescenti, la scuola italiana si dota di una norma che quel terreno lo rende più scivoloso. La legge sul consenso informato in ambito scolastico, approvata nel giugno 2026, chiede alle famiglie un’autorizzazione scritta sette giorni prima per i progetti su affettività e sessualità, esclude del tutto quei temi dalla scuola dell’infanzia e dalla primaria, e procedimentalizza l’ingresso degli esperti esterni a costo zero per le scuole. Più di un soggetto audito ha previsto l’effetto netto più probabile: non un divieto, ma una contrazione di fatto, perché davanti all’attrito amministrativo molte scuole sceglieranno i progetti più facili e lasceranno cadere proprio quelli sul consenso.

La firma delle famiglie e l’equità dell’accesso

C’è un secondo paradosso sul versante dell’equità. Quando l’accesso a un’attività dipende da una firma, chi resta fuori è il figlio della famiglia meno presente o più diffidente. Sul lato delle vittime questo argomento è già stato fatto. Ribaltato sul lato dell’aggressore diventa più scomodo, perché sono spesso proprio i ragazzi che più avrebbero bisogno di un’educazione al consenso quelli che il foglio firmato non lo riporteranno mai indietro. La protezione si auto-seleziona contro chi servirebbe di più.

E c’è una terza cosa ancora più sottile. Quando diciamo “consenso” ne sovrapponiamo almeno tre, l’autorizzazione di un genitore a un’attività, il consenso clinico con cui una persona accetta o rifiuta un trattamento che la riguarda, il consenso al trattamento dei propri dati. Il nudify ne introduce un quarto caso, che è il rovescio di tutti, il consenso che non viene né chiesto né violato, ma semplicemente scavalcato. Insegnare il consenso, in questo scenario, non è una clausola burocratica da far firmare. È restituire all’adolescente una competenza evolutiva che la tecnica gli sta togliendo prima ancora che la formi.

Nudify e pornografia: adolescenti verso la produzione attiva

Chiudo con un’ipotesi che vale la pena nominare proprio perché è scomoda. Il ragazzo di tredici o quattordici anni che usa un nudify tool su una compagna di classe, in che fenomenologia clinica lo collochiamo? È bullismo digitale? È comportamento sessuale problematico precoce? È intersezione delle due, e in tal caso quale storia di consumo pornografico c’è dietro?

Dal consumo pornografico passivo alla produzione attiva

L’ipotesi, da contraddire se i dati clinici la smentiranno, è che il nudify tool stia funzionando per molti adolescenti maschi come vettore di transizione dal consumo pornografico passivo alla produzione attiva. La prima volta nella loro vita in cui producono materiale sessuale senza partner, senza corpo proprio, senza relazione, ma con l’identità riconoscibile di una persona reale. I dati italiani danno corpo a questa lettura: l’indagine Ipsos per Save the Children mostra che il 22 per cento degli adolescenti italiani usa video pornografici per informarsi sulle pratiche sessuali, e che il 47 per cento consulta siti web online per le stesse domande. La ricerca Gen/Z di Differenza donna, sempre del 2025, affila il quadro fino a renderlo difficile da ignorare: circa sette adolescenti su dieci hanno visto pornografia, con una larghissima prevalenza maschile, molti già prima delle scuole medie, più di uno su tre ha visto materiale violento o non consensuale, e quasi uno su cinque si è sentito chiedere di replicare ciò che aveva visto. Il consumo passivo è già massiccio, l’infrastruttura per il passaggio attivo è oggi gratuita e a un click di distanza, e tra i due c’è meno strada di quanta vorremmo credere.

Se questa ipotesi regge, il nudify non è un problema di cyberbullismo che incidentalmente coinvolge la sessualità. È un problema di sessualità precocemente disintegrata che incidentalmente usa il vettore digitale. La prima cornice porta a politiche scolastiche. La seconda porta dentro lo studio clinico. Sono due cose diverse, e la prossima generazione di operatori, formatori e clinici dovrà saperle distinguere, perché verrà chiamata per assistenza in entrambe le direzioni.

Cosa cambia contro il nudify tra adolescenti

Una mappa di responsabilità distribuite ma nominate, che è la versione operativa onesta della decentralizzazione del fenomeno. Per la scuola, costruire accanto al curriculum di protezione un curriculum di consenso rivolto al potenziale aggressore, e farlo dentro l’educazione affettiva, non dentro il modulo informatico. Per la clinica, riscrivere l’anamnesi adolescenziale includendo l’ecologia digitale come dimensione costitutiva, e accettare che il modello bio-psico-sociale di Engel, da solo, non basta più. Per i regolatori, smettere di scrivere norme sul singolo aggressore e iniziare a scriverle sulla filiera, perché senza responsabilità infrastrutturale ogni progresso normativo individuale è pura cosmetica.

L’Unione Europea, vietando le nudify app a monte, ha mostrato che si può fare, e la direttiva del 2024 sulla violenza contro le donne, che gli Stati dovranno recepire entro il giugno 2027, chiede di criminalizzare la diffusione non consensuale di immagini intime, deepfake compresi. L’Italia, intanto, sul fronte che la riguarderebbe più da vicino, quello della scuola, sta stringendo dove invece dovrebbe aprire. Per le famiglie, abbandonare il copione del controllo (che non funziona) e adottare quello della conversazione esplicita su consenso, immagini, rappresentazione del corpo, anche con i figli maschi, soprattutto con i figli maschi. La sezione dei genitori che oggi riceve formazione sul digitale è quella delle figlie. Quella dei figli, in molte case, è ancora terra di nessuno. È esattamente il rovescio di quello che servirebbe.

Il “rischio di Internet” è una categoria nata negli anni Novanta per un mondo che oggi non esiste più. Continuare a usarla è confortante per gli adulti che la maneggiano, ma protegge sempre di meno i ragazzi che la subiscono.

È ora di seppellirla, e di parlare con il vocabolario nuovo del fenomeno nuovo: aggressione sessuale digitale tra coetanei, infrastruttura performativa, soggetto tecno-mediato, responsabilità di filiera.

È un vocabolario scomodo, ma è quello che il 2026 ci sta chiedendo di imparare.

Bibliografia sul nudify e l’adolescenza

Azzali, V., & Ellecosta, N. (2024). La questione deepfake in Italia: una panoramica. MediaLaws. Rivista di diritto dei media, (3/2023). https://www.medialaws.eu/rivista/la-questione-deepfake-in-italia-una-panoramica/

Bronfenbrenner, U. (1979). The ecology of human development: Experiments by nature and design. Harvard University Press.

Direttiva (UE) 2024/1385 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 2024/1385, 24 maggio 2024. http://data.europa.eu/eli/dir/2024/1385/oj

Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129–136. https://doi.org/10.1126/science.847460

Jeffery, C. R. (1971). Crime prevention through environmental design. Sage Publications.

Kutz, C. (2000). Complicity: Ethics and law for a collective age. Cambridge University Press.

Legge 23 settembre 2025, n. 132. Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 223, 25 settembre 2025.

Legge 9 giugno 2026, n. 104. Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico relativo alle attività su affettività e sessualità. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 22 giugno 2026.

Newman, O. (1972). Defensible space: Crime prevention through urban design. Macmillan.

Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale (regolamento sull’intelligenza artificiale). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 2024/1689, 12 luglio 2024. http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj

Stiegler, B. (1994). La technique et le temps, 1: La faute d’Épiméthée. Galilée.

Sitografia su deepfake, nudify e minori

Associazione Meter. (2025, 17 settembre). Deepnude su studentesse: Associazione Meter scopre 125 immagini all’apertura delle scuole. https://associazionemeter.org/deepnude-su-studentesse-associazione-meter-scopre-125-immagini-allapertura-delle-scuole/

Batista Cabanas, L., & Heinz, E. (2026, 19 maggio). L’Ue vieterà le “nudifier app” che spogliano le persone con l’IA senza consenso. Euronews. https://it.euronews.com/my-europe/2026/05/19/lue-vietera-le-nudifier-app-che-spogliano-le-persone-con-lia-senza-consenso

Burgess, M. (2026, 15 aprile). The deepfake nudes crisis in schools is much worse than you thought. WIRED. https://www.wired.com/story/deepfake-nudify-schools-global-crisis/

Differenza Donna. (2025). Gen/Z. Giovani voci per relazioni libere [Indagine; dati ripresi in Il Sole 24 Ore, 24 novembre 2025]. https://www.ilsole24ore.com/art/reati-codice-rosso-aumento-i-minorenni-cresce-numero-giovani-vittime-AHpk24sD

Garante per la protezione dei dati personali. (2025, 1 ottobre). Provvedimento del 1° ottobre 2025, n. 574 [doc. web n. 10174164]. https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10174164

Garante per la protezione dei dati personali. (2026, 8 gennaio). Deepfake, il Garante avverte: a rischio diritti e libertà fondamentali [Comunicato stampa; doc. web n. 10207147]. https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10207147

Graphika. (2023). A revealing picture. https://www.graphika.com/reports/a-revealing-picture

Indicator. (2026, 15 aprile). More than 640 students have been targeted by AI nudifiers across 28 countries. https://indicator.media/p/more-than-640-students-have-been-targeted-by-ai-nudifiers-across-28-countries

National Center for Missing & Exploited Children. (2025). CyberTipline data. https://www.missingkids.org/gethelpnow/cybertipline/cybertiplinedata

Save the Children Italia. (2025, 5 maggio). Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia: rafforzare azioni di tutela e contrasto. Nel 2024 i casi di pedopornografia e adescamento online sono aumentati del 6% [Comunicato stampa]. https://www.savethechildren.it/press/giornata-nazionale-contro-la-pedofilia-e-la-pedopornografia-rafforzare-azioni-di-tutela-e

Save the Children Italia, & Ipsos. (2025). L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo? https://www.ipsos.com/it-it/adolescenti-italiani-sessualita-indagine-save-children-ipsos

Thorn. (2025). Deepfake nudes & young people: Navigating a new frontier in technology-facilitated nonconsensual sexual abuse and exploitation. https://www.thorn.org/research/library/deepfake-nudes-and-young-people/

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x