Nucleare sì, nucleare no. In realtà questo tipo di approccio, anzi questa dicotomia troppo spesso usata per affrontare il tema, è profondamente sbagliato perché non consente di partire dalla prima domanda ragionevole da farsi: nucleare, perché?
Purtroppo questa posizione da “guelfi e ghibellini” è spesso utilizzata a vari livelli, dalla politica ai media sino agli “esperti”, nell’analisi dell’intero problema energetico, e forse non solo per quello.
Indice degli argomenti
Energia nucleare e trilemma energetico
La doverosa domanda sul nucleare dovrebbe essere collocata all’interno di una nuova visione del tema energia, una visione obbligata dagli eventi internazionali accaduti negli anni recenti, sin da prima dell’invasione russa in Ucraina.
È ciò che ormai viene comunemente indicato come “trilemma energetico”: perseguire una strategia energetica adeguata, per l’Italia come per qualsiasi altro paese, significa considerare non solo l’aspetto ambientale, quindi il climate change e il green deal, se ci limitiamo all’Europa, ma anche i rischi geopolitici e di sicurezza energetica e l’impatto sulla società e sulla competitività economico-industriale.
In questo quadro, perché mai dovremmo considerare l’energia nucleare?
La compatibilità con gli obiettivi ambientali
Il primo punto dovrebbe essere ormai risolto, almeno per chi è scientificamente informato e non ideologicamente schierato: il nucleare è pienamente compatibile con gli obiettivi e le strategie di salvaguardia dell’ambiente.
È sufficiente almeno sfogliare, se proprio non si ha il tempo e la voglia di leggere, il report che la Commissione Europea ha richiesto al Joint Research Center nel 2021, allorché c’era da decidere se l’atomo fosse o meno compatibile con il principio del “Do No Significant Harm”, requisito indispensabile per la sua inclusione nella tassonomia verde.
Le 384 pagine del rapporto, che si può scaricare qui (https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC125953) sono prodighe di dati e informazioni.
Ad esempio, se consideriamo le emissioni in atmosfera di gas climalteranti durante l’intero ciclo di vita degli impianti di produzione di energia elettrica, dalla costruzione al funzionamento sino allo smantellamento, gli stessi documenti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) riportano valori di circa 12 grammi di CO2 equivalente emessa per ogni kWh elettrico prodotto con l’energia nucleare o con quella eolica, valore che sale a 24 per l’idroelettrico e a 48 per il fotovoltaico.
Emissioni quasi trascurabili, se confrontate con i 490 grammi del gas naturale e gli 820 grammi del carbone.
Si potrebbe proseguire confrontando l’impiego di suolo e l’utilizzo di materiali critici e di terre rare. Anche in questo caso il nucleare mostra l’impatto minore rispetto alle altre fonti.
Energia nucleare e indipendenza strategica
Il secondo punto, relativo alla resilienza dei sistemi energetici e al rischio di dipendenza strategica, appare drammaticamente chiaro per le fonti fossili, basti pensare agli effetti generati dagli eventi a Kyiv e a Hormuz.
Ma appare assai sensibile anche per le fonti rinnovabili, se si considera che un unico paese, la Cina, detiene il sostanziale monopolio sui materiali, sulle tecnologie e sulla produzione di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e batterie per l’accumulo.
L’Europa lo aveva già sottolineato in un suo report nel febbraio 2022 (European Commission, “EU strategic dependencies and capacities: second stage of in-depth reviews”).
Di contro, l’energia nucleare è tecnologia per oltre il 90% posseduta e gestita dall’Europa: dall’arricchimento del combustibile alla sua fabbricazione, dalla progettazione dei reattori nucleari alla costruzione, gestione e smantellamento delle centrali nucleari, sino alla gestione dei rifiuti radioattivi, compresa la tecnologia dello smaltimento di lunghissimo termine dei rifiuti più pericolosi (l’Europa sarà la prima al mondo a dotarsi del deposito geologico profondo, ad Onkalo in Finlandia, operativo dal 2027/28).
Solo l’acquisizione del materiale grezzo, l’uranio naturale, avviene fuori Europa: ma possiamo importarlo da paesi “più tranquilli” quali Australia e Canada, rispettivamente la prima e la seconda nazione al mondo per riserve uranifere.
Costi, industria e stabilità del sistema
Terzo punto, l’impatto dell’energia sull’economia sociale e su quella industriale.
L’aumento del costo della vita per i cittadini e dei costi di produzione per le aziende è giunto a livelli drammatici nel 2022/23 e ancora oggi rappresenta un fattore di sofferenza e di alto rischio per l’intera economia.
Questa enorme criticità si combatte con fonti energetiche che garantiscano costi e prezzi non volatili, produzioni stabili e programmabili, riduzioni dei costi della transizione, considerando tutti gli oneri del sistema energetico.
Rimanendo in terra europea, possiamo valutare il senso del nucleare: ancora oggi è la prima fonte energetica elettrica decarbonizzata (25%), davanti a eolico (19%), idroelettrico (14%) e solare (10%), occupa oltre un milione di addetti, impatta per oltre 450 miliardi di euro sul PIL europeo, produce in modo affidabile per oltre l’80% delle ore in un anno, a costi contenuti, stabili e competitivi (si guardi al prezzo dell’elettricità in Francia e Spagna, rispettivamente al 70% e al 20% di share nucleare, contro i prezzi in Germania e Italia, senza nucleare, che anzi importano decine di TWh all’anno dalla Francia).
Infine, come emerso da un recente studio realizzato dalla JRP Nucleare del Politecnico di Milano, consentirebbe di risparmiare oltre 700 miliardi di euro dei cittadini italiani al 2050, se il paese si dotasse di un 10-20% di produzione nucleare, poiché non si dovrebbero acquistare oltre 10mila GWh di batterie per garantire stabilità alla rete elettrica in qualsiasi condizione meteorologica, evitando blackout.
Sono tutti dati utili per una valutazione e una decisione informate.
Così come è opportuno considerare i punti critici e i requisiti di una possibile scelta nucleare.
Energia nucleare e programma di lungo termine
Anzitutto, l’obbligo di pianificare e realizzare un programma completo di lungo termine, che consideri gli aspetti politici, industriali, economici, strategici e anche quelli culturali, perché riaprire l’opzione nucleare significa impegnarsi in un’avventura che dura almeno un secolo: 5-10 anni per la costruzione degli impianti e sessanta o forse addirittura ottant’anni per il loro funzionamento.
La criticità non è principalmente tecnologica o finanziaria, è soprattutto culturale: una sfida epocale.
Emergono tuttavia aspetti positivi: l’enorme interesse delle giovani generazioni verso l’atomo e la loro posizione non ideologica.
Non meno importante, la necessità di realizzare tutte le infrastrutture di supporto ad un piano nucleare, come suggerito dalla IAEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica: sono ben 19, partono dalla legge nazionale di riordino del settore e giungono al coinvolgimento dei portatori di interesse.
La legge-delega è oggi in discussione al Senato, dopo essere stata approvata alla Camera.
Dovrà contenere chiare indicazioni circa altre due infrastrutture fondamentali: la nascita di una vera Autorità di Sicurezza Nucleare, ben dotata in termini di personale, competenze e finanziamento, e la costituzione di una sorta di “cabina di regia”, magari presso la Presidenza del Consiglio, per coordinare tutti gli attori di questo complesso sistema.
L’argomento nucleare, infatti, impatta diversi ministeri, dall’Ambiente-Energia all’Industria, dagli Esteri alle Infrastrutture (per citare i principali) ed è per sua natura azione strategica per l’intera nazione, con impatti significativi in termini di resilienza strategica.
È argomento ben superiore alle forze di un solo leader.













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