Data center, tutti li cercano, tutti li vogliono. Ma dove sono, in Italia? E quanti sono? Soprattutto, quanto consumano, costano e come funzionano? Ecco tutto quello che bisogna sapere su queste infrastrutture fondamentali per lo sviluppo e l’innovazione del Paese, ma spesso poco conosciute e a volte contrastate.

Abbiamo fatto un’indagine per fare chiarezza su un mercato la cui rilevanza, economica (investimenti) e sociale (impatto sui territori), è in forte crescita, anche in Italia.
La fonte principale della seguente analisi è Data Center Map, un’organizzazione alla quale molti operatori del mercato segnalano i propri DC attivi, in corso di realizzazione e in programmazione, ricevendo in cambio l’opportunità di proporre i propri servizi a chi visita il sito.
I dati, forniti ad Agendadigitale.eu dal fondatore Sune Christesen, sono aggiornati a maggio 2026.
Indice degli argomenti
Quanti sono i data center in Italia
In Italia ci sono circa 250 impianti (Facility).

Tra questi 250 impianti circa, secondo Data Center Map, circa 190 sono attivi (Operational), 20 in costruzione e più di 30 “previsti” (Planned). Tra questi, quelli che dichiarano una potenza obiettivo citano valori molto superiori alla media attuale, da 50 MW IT a 120-140 per impianto, fino a 240 per un campus di 5 moduli da 48 MW ciascuno. Basterebbero questi “previsti” a dimostrare che il mercato italiano attuale è in crescita forte ma incerto: alcuni sono verosimilmente solo annunciati, in attesa di autorizzazioni e forniture di elettricità che potrebbero non venire mai o… non trovare più nessuno ad aspettarle, quando arriveranno! Alcuni sono intestati a costruttori che non gestiscono le infrastrutture ma le cedono ad altri operatori appena pronte e che, per questi progetti, non sono ancora disposti a nominare i propri clienti; riserbo o incertezza?
Quanto è rappresentativa, se non completa, Data Center Map? Copre in maniera adeguata i data center sul mercato, quelli che offrono a vario titolo servizi a pagamento, mentre ignora i data center ad uso esclusivo di una singola organizzazione. Questa categoria, la forma tradizionale dei Centri di Elaborazione Dati (CED) negli scorsi decenni, ancora oggi conta migliaia di siti pubblici e privati, tutti fuori da inventari come Data Center Map. In questo paragrafo ci concentriamo su quelli di mercato; dei CED descriveremo le prospettive, e il bivio di fronte al quale l’evoluzione del mercato li pone.
Abbiamo considerato anche alcune decine di altri data center non citati da Data Center Map – presumibilmente perché meno interessati a comparirvi. Alcuni sono del tutto confrontabili a quelli citati, mentre la maggior parte appartiene a una categoria piccola ma significativa per il ruolo che sta cominciando a giocare su due temi già oggi chiave, sui quali si orienterà gran parte del futuro del settore: edge computing e sovranità digitale.

Si tratta di molti delle decine di data center che servono pubbliche amministrazioni locali gestiti dai membri di Assinter, l’associazione degli in-house di servizi informatici e di acquisto delle diverse regioni, o di ambiti territoriali più specifici. La razionalizzazione delle infrastrutture digitali della pubblica amministrazione avviata da AgID alla fine degli anni Dieci e culminata in Polo Strategico Nazionale pone tutte queste infrastrutture e i loro gestori di fronte a un bivio: rimanere CED tradizionali, perdere tutti i dati “critici” oltre a quelli “strategici”, svuotarsi e venire progressivamente dismessi, oppure trasformarsi in erogatori di servizi infrastrutturali Edge sovrani italiani, magari federandosi e collaborando con Polo Strategico Nazionale da una parte, e dall’altra sviluppando ulteriormente la collaborazione con grandi operatori cloud globali e sovrani europei privati.
Dove si trovano i Data center in Italia
In questa sezione, analizziamo la mappa dei data center per capire, anche graficamente, come sono distribuiti in tutta Italia.

Per seguire meglio lo sviluppo della rete sopra illustrata, l’immagine riportata di seguito mostra i collegamenti strategici tra i vari nodi.

La crescita dei data center in Italia nel 2026 è davvero incredibile. La prima immagine mostra chiaramente come il nostro Paese stia diventando un punto di riferimento strategico per tutta l’Europa meridionale.
Vediamo, quindi, più nel dettaglio come si distribuiscono sul territorio.

Non sorprende che la Lombardia, soprattutto l’area di Milano, sia il vero cuore pulsante del settore. Ma le cose stanno cambiando: stiamo assistendo a una progressiva diffusione verso nuove zone strategiche, un passo necessario per ridurre la latenza e rendere la rete nazionale molto più solida.

La geografia però non è tutto. Un altro elemento chiave è la potenza energetica, misurata in Megawatt (MW). Come si vede nei grafici sopra, la capacità installata sta crescendo rapidamente, spinta soprattutto dai grandi colossi dell’hyperscale e dall’espansione dei provider di colocation.

Questa crescita va di pari passo con un miglioramento dell’efficienza che riduce i consumi unitari. Alcuni operatori promettono di riuscire in futuro a ridurre anche gli impatti ambientali assoluti. Nel 2026, l’efficienza energetica (PUE) e l’uso di fonti rinnovabili (e di altre fonti a contributo carbonico diretto in fase di generazione nullo, come i reattori nucleari) sono diventati requisiti fondamentali per i nuovi impianti, contenendo così la crescita assoluta dell’impronta ecologica del settore.

Tutto questo ha un forte impatto economico, creando nuove opportunità di lavoro e sviluppo tecnologico soprattutto nell’indotto economico e culturale a margine delle infrastrutture vere e proprie, per quei gestori che sceglieranno di inserirsi nella propria comunità locale, incentivando e sostenendo lo sviluppo di competenze e innovazioni. I dati confermano una crescita costante che posiziona l’Italia tra i mercati più dinamici della regione EMEA per le infrastrutture digitali.

Infine, come mostra l’ultimo grafico, il futuro vedrà un’integrazione sempre più forte tra data center centralizzati e reti Edge, un passaggio chiave per abilitare servizi avanzati come l’intelligenza artificiale e il cloud ibrido a livello nazionale.

Tipologie di data center in Italia
Abbiamo scelto di classificare i data center italiani in sei categorie che riteniamo efficaci per rappresentare la situazione e le linee di evoluzione di queste infrastrutture in Italia nel 2026-2028. Diversi operatori del settore, in particolare Emmanuel Becker, CEO di Mediterra Datacenters, hanno contribuito prospettive preziose; abbiamo anche attinto alle analisi pubbliche di Luca Cardone, Business Development Director di ZTE Italia. Il risultato finale è naturalmente responsabilità esclusiva di chi scrive.

Colocation, soprattutto “neutra”
Le infrastrutture di Colocation neutra rappresentano l’ossatura dell’interoperabilità del Paese. Si tratta di impianti multi-tenant radicalmente indipendenti dai singoli vettori di telecomunicazione, una caratteristica che offre alle aziende la massima flessibilità contrattuale e riduce il lock-in almeno verso questi fornitori.
Sul territorio italiano il mercato vede il netto dominio di grandi player di caratura globale e consolidati operatori nazionali, tra i quali spiccano per numero o potenza Aruba (12), Digital Realty (il più grosso DC in costruzione, con un obiettivo finale di 356 MW IT), Data4 (16, compresi quelli che servono hyperscaler, di cui 6 in costruzione o in programma), Equinix (7), Mediterra (2, è un nuovo operatore con l’obiettivo di sviluppare in città e regioni di secondo livello data center di potenza media all’avanguardia della tecnologia, avvicinando capacità di calcolo evoluta ai distretti locali), OVHcloud (operatore sovrano europeo con una lunga storia in Italia, e un DC diviso in 3 zone di disponibilità come quelli degli hyperscaler globali), Retelit (38), Unidata (storico operatore nazionale con 2 DC attivi, che ora con nuovi investimenti fa il salto di categoria programmandone uno da 20 MW), Vaultica (2 più 1 in costruzione) Vianova (2 DC in Toscana, da 32 e 18 MW.
Per quanto variegati, hanno un unico modello di business: essere specialisti di gestione delle infrastrutture per offrire ai propri clienti servizi molto più efficienti di quelli che ogni cliente potrebbe gestire economicamente in un data center proprio.
Si differenziano molto, invece, su almeno due parametri.
Quali servizi offrono:
- i data center di housing tradizionale ospitano macchine di proprietà dei clienti o di terzi in edifici ottimizzati per fornire corrente elettrica, raffrescamento, connettività di rete sicura e abbondante e sicurezza fisica. Ignorano completamente – o il più possibile – quali software girino sulle macchine che ospitano, e lasciano ai clienti o a terzi tutta la gestione dello hardware e del software a valle di alimentazione elettrica, temperatura ambiente e connettività.
- Molti, e quasi tutti i più avanzati e ambiziosi, forniscono server propri altamente standardizzati e offrono servizi di gestione del software infrastrutturale (spesso macchine virtuali e container) dei propri clienti – spesso questi servizi si chiamano “hosting”. Alcuni, ad esempio Data4, gestiscono interi data center Hyperscale per operatori globali (vedi oltre).
- Alcuni di questi, veri e propri Cloud Service Provider (CSP), erogano anche servizi applicativi tra i più richiesti, che fanno pagare a consumo (in abbonamento – subscription) arrivando quindi a prendersi la responsabilità per la qualità di alcuni dei servizi digitali che i loro clienti usano. Consideriamo in questa categoria anche i data center dei CSP, che pure tengono a differenziarsi dai colocator che fanno housing e hosting, e a misurarsi con gli hyperscaler, perché nelle descrizioni che ciascun operatore fa dei servizi che eroga, la distinzione si dimostra soggettiva.
La variante “schierata”: colocation delle Telco
Una componente dell’offerta molto simile e particolarmente rilevante in Italia, ma naturalmente non neutra rispetto ai servizi di telecomunicazioni, è costituita dalle infrastrutture gestite direttamente dai grandi operatori di telecomunicazioni. Questo segmento si distingue dalla colocation neutra in quanto l’offerta di spazio e alimentazione elettrica è intimamente connessa e vincolata all’utilizzo dei servizi di rete del provider proprietario.

Il panorama italiano in questa categoria vede tre attori principali:
- TIM Enterprise (Gruppo TIM): rappresenta il presidio Telco più imponente del Paese, si propone come abilitatore chiave della sovranità digitale grazie a un’infrastruttura proprietaria estesa, fondata su 16 Data Center distribuiti capillarmente. TIM Enterprise gioca un ruolo strategico di primissimo piano anche nell’architettura del Polo Strategico Nazionale, coniugando asset fisici e competenze cloud avanzate.
- Wind Tre: presidia il mercato attraverso circa 5 infrastrutture principali, focalizzate prevalentemente sull’erogazione di servizi personalizzati a lungo termine per la clientela corporate ed enterprise che usa i suoi servizi core.
- Open Fiber: pur disponendo di una rete pervasiva sul territorio, la strategia aziendale è storicamente concentrata sulla fornitura di connettività pura all’ingrosso (wholesale). La società fa pochissima colocation commerciale, limitando l’uso dei propri spazi alle necessità tecniche interne ed all’ospitalità delle apparecchiature di rete dei partner commerciali, senza competere direttamente sul mercato dei grandi spazi IT.
Per il futuro, sta annunciando un ruolo significativo nella categoria Edge, facendo leva proprio sulla capillarità delle sue infrastrutture.
È fondamentale sottolineare, come distinzione di metodo, che le centinaia di Point of Presence (PoP) locali di connettività e gli armadi stradali distribuiti sul territorio nazionale dalle Telco non possono in alcun modo essere computati o considerati come veri data center, non possedendo i requisiti minimi di ridondanza elettrica, certificazione Tier e potenza IT per rack richiesti dal mercato moderno.
Hyperscale
Gli impianti Hyperscale costituiscono la massima espressione della scalabilità globale e ospitano le grandi piattaforme cloud multinazionali (come Amazon Web Services, Google Cloud Platform, Microsoft Azure ed Oracle Cloud Infrastructure). I data center di questo tipo sono fortissimamente standardizzati secondo l’architettura di riferimento di uno specifico cloud service provider, e hanno una scala maggiore, con potenze IT dell’ordine delle decine di MW. Raggiungono così livelli di efficienza ancora maggiori di quelli dei colocator, anche dei più grandi, e spesso dimensioni e potenze superiori, tutto alla ricerca delle migliori economie di scala.
Dal punto di vista della gestione e della proprietà dei beni, queste gigantesche strutture si dividono nettamente tra siti ad investimento diretto dei singoli hyperscaler e strutture realizzate e gestite da grandi operatori terzi, per conto di un solo hyperscaler o in modalità “wholesale”, cioè assegnando a diversi hyperscaler edifici, piani, o sezioni diverse di un proprio impianto. Tra i primi, secondo Data Center Map troviamo solo Microsoft. Gli altri hyperscaler non vi compaiono come gestori dei propri data center e quindi si appoggiano ad operatori terzi.
In questa seconda configurazione, i principali operatori attivi sono APTO (operatore globale che sta progettando un campus di 5 DC a Lacchiarella), CloudHQ (a Magenta sta realizzando un altro campus da 5 per 48 MW IT, che dichiara disponibile per fine 2026), CyrusOne (27 MW a Segrate per fine 2027, poi altri 54), EdgeConneX (3 impianti previsti tra Milano e Lodi, uno dei quali “tra i più grandi d’Europa” secondo il MIMIt), Stack (sta realizzando 4 impianti per 65 MW IT totali a Vellezzo Bellini e ha in programma di aggiungere altri 25 MW a Siziano, dove ne ha attivi già 61), Vantage (64 MW in costruzione a Melegnano, 32 a Castelletto di Senago, e infine VIRTUS, uno dei più grandi operatori britannici, che ha in programma un impianto da 42 MW IT a Cornaredo.
Come si vede:
- i tagli di potenza sono maggiori di quelli del colocation,
- gli operatori sono tutti internazionali, e molti entrano in Italia per la prima volta proprio ora,
- le sedi si concentrano ancora tutte intorno a Milano, comunque in Lombardia.
Naturalmente gli impianti di questa categoria e quelli di colocation si possono in parte sovrapporre: per esempio, l’unico hyperscaler che abbia esplicitato quale operatore gestisce le sue regioni italiane è Google Cloud Platform, che si appoggia a TIM, operatore di telecomunicazioni con impianti di colocation.
Svolta tecnica nell’evoluzione dell’offerta hyperscale: come gestire i servizi AI

La vera svolta tecnica per i data center in fase di costruzione o di progettazione oggi risiede nella netta linea di demarcazione che si è creata tra i data center storicamente concepiti per il computing tradizionale e quelli di nuova generazione specificamente ingegnerizzati per l’Intelligenza Artificiale. Se un data center classico gestisce densità energetiche medie comprese tra i 10 e i 20 kW per singolo rack, le strutture ottimizzate per l’AI richiedono densità che partono da un minimo di 20-40 kW/rack per salire anche oltre i 100. Questa straordinaria concentrazione di energia, e quindi di calore, comporta una radicale riprogettazione strutturale delle sale, rendendo praticamente necessario l’abbandono del raffreddamento tradizionale ad aria in favore di avanzati sistemi di condizionamento e raffreddamento a liquido (liquid cooling), con impatti profondi sull’impiantistica idraulica, che va completamente riprogettata.

Edge data center e infrastrutture della pubblica amministrazione locale
I data center dedicati all’edge computing sono infrastrutture di prossimità caratterizzate da dimensioni e potenze ridotte (tipicamente fino a un massimo di 500 kW di potenza IT complessiva, anche se tutte queste soglie si evolvono nel tempo; non molti anni fa in Italia un impianto da un MW IT era “grande”), fortemente distribuite sul territorio (almeno in molte regioni diverse) con lo scopo principale di ridurre al minimo la latenza di rete e processare i dati in loco: per esempio, fare streaming di contenuti multimediali, governare sistemi complessi in tempo reale o condurre inferenza su forti flussi di dati proprietari, come quelli generati da impianti produttivi e sistemi IoT. Nonostante la grande risonanza teorica e mediatica che circonda l’edge negli ultimi anni, i “veri” data center edge moderni operativi in Italia sono ancora rari e in fase di consolidamento.
Il modello di sviluppo più significativo in questa categoria è rappresentato dall’evoluzione strategica di Rai Way, che sta progressivamente trasformando i propri storici nodi di trasmissione radiotelevisiva e streaming in moderni punti di calcolo distribuiti. Aneddoticamente, alcuni esperti indicano che anche il data center di Herabit (già Acanto), che gestisce i servizi digitali del gruppo Hera, è abbastanza moderno da essere considerato edge. È ragionevole ipotizzare, in attesa di criteri oggettivi, che si qualifichino via via come edge diversi altri tra i piccoli data center colocation, soprattutto in città e regioni diverse dal polo italiano principale, la Lombardia.
Sul versante pubblico, una formidabile declinazione dell’edge computing potrebbe derivare nei prossimi anni dalla federazione dei migliori data center in-house della Pubblica Amministrazione, proposta già nel 2023. Strutture regionali storiche del calibro di ARIA in Lombardia, CSI Piemonte, Lepida in Emilia-Romagna o Liguria Digitale (quest’ultima già certificata dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale – ACN al livello di qualificazione 3, che solo Aruba e Leonardo raggiungono oggi oltre a lei) possiedono le caratteristiche ideali per essere connesse in modo sicuro all’infrastruttura del Polo Strategico Nazionale (PSN), agendo come nodi edge periferici a tutela della sovranità del dato pubblico: PSN per i dati strategici, le in-house regionali per quelli critici e ordinari. Alcuni degli altri membri di Assinter potrebbero essere meno maturi, naturalmente, ma l’opportunità che offre l’associazione nel suo complesso rimane significativa.
Una prospettiva di sviluppo significativo in questa categoria è quella rappresentata da FiberCop e Open Fiber. Entrambe dichiarano di avere in programma di convertire in data center “centinaia” delle centrali telefoniche (POP) tradizionali che gestiscono su tutto il territorio nazionale, tutti edifici già dotati di autorizzazioni ed alimentazione elettrica, distribuiti capillarmente sul territorio. A fine maggio 2026, Data Center Map ne riportava solo uno come realizzato e attivo: quello Open Fiber di Pescara, inaugurato a settembre 2025. Gli altri sono oggetto di annunci strategici, ancora in attesa di specificare date e sedi. È ragionevole quindi aspettarsi che già nei prossimi mesi o in pochi anni, appena confermato l’interesse del mercato e dei finanziatori, possano partire progetti per dotare ciascuna regione italiana e molti distretti industriali di diversi nuovi impianti edge.
Cable Landing Station (CLS) e Digital Hub
Le Cable Landing Station (CLS) sono infrastrutture posizionate in prossimità dei nodi costieri nazionali, tipicamente dimensionate tra i 200 e i 300 kW di potenza IT, specializzate nella terminazione e nell’interconnessione fisica tra i grandi cavi sottomarini internazionali in fibra ottica e le dorsali terrestri di connettività. La tendenza industriale prevalente nel 2026 è di combinare queste stazioni di atterraggio con data center tradizionali colocation o edge. L’obiettivo è dare vita a veri e propri “Digital Hub” integrati capaci di minimizzare i tempi di transito dei flussi informativi.

Un esempio di questa evoluzione è rappresentato dallo hub Equinix GN1 a Genova, una struttura integrata di potenza compresa tra 1 e 2 MW che funge da gateway strategico per il Mediterraneo. Sulla stessa direttrice si muovono i presidi infrastrutturali storici di Sparkle (Gruppo TIM) dislocati a Genova e Palermo, il polo di Retelit a Bari e le recenti iniziative di Unidata nell’area di Roma, volte a intercettare i nuovi flussi di traffico continentali.

High Performance Computing e ricerca
Questa categoria si distingue per le tecnologie specifiche adottate per offrire servizi di calcolo, comunicazione e lettura e scrittura di dati ad altissima velocità, con forti densità di potenza e quindi di produzione di calore e necessità di raffreddamento. Su queste infrastrutture peculiari, gli operatori offrono ai clienti servizi paragonabili a quelli visti fin qui, dal colocation ai servizi gestiti, alla potenza di calcolo in abbonamento (compute-as-a-service), impiegati in particolare per la ricerca accademica e quella industriale avanzata.
È interessante notare che in questa nicchia, di grande importanza anche per sostenere servizi digitali sovrani, l’Italia vanta un ruolo di eccellenza con i due computer HPC-7 e HPC-6 di ENI, al sesto e ottavo posto rispettivamente della classifica globale dei supercomputer TOP500, seguiti da Leonardo di CINECA al dodicesimo, e altri due di ENI e CINECA nei primi 100.


Centri Elaborazione Dati (CED) tradizionali
Sotto questa definizione rientrano i tradizionali centri di calcolo aziendali, gestiti direttamente o tramite un partner di fiducia da grandi imprese ed istituti bancari il cui nucleo di business principale è esterno al mondo dell’Information Technology (esempi eccellenti e ad altissima affidabilità sono rappresentati dalle strutture proprietarie di ENI, Intesa Sanpaolo e Unicredit, ma ne esistono in tutti gli altri settori regolamentati come l’energia, la difesa, le telecomunicazioni). Questi impianti sono ad uso esclusivo di un unico “cliente”, anziché offrire i propri servizi a un mercato più o meno vasto di operatori.
Sebbene i grandi player industriali gestiscano impianti allo stato dell’arte, la medesima considerazione non può essere applicata alla galassia dei piccoli CED aziendali e, soprattutto, ai numerosi centri elaborazione dati residui della Pubblica Amministrazione locale e centrale. Questi impianti, spesso collocati in edifici generici con livelli di affidabilità ed efficienza ben lontani da quelli degli operatori di mercato, scontano pesantissimi deficit, sempre più anche in termini di sostenibilità economica. Rappresentano l’obiettivo primario delle politiche nazionali di consolidamento, razionalizzazione e migrazione: per i privati verso gli impianti colocation, per la PA verso gli in-house più qualificati ed il PSN, e per tutti verso il cloud pubblico di hyperscaler e CSP.
I più moderni e decentrati rispetto ai poli principali potrebbero entrare sul mercato in un ruolo di edge, verosimilmente in partnership con colocator specializzati nella gestione ed erogazione di servizi commerciali, e affrontando aggiornamenti tecnologici anche profondi.
Gli altri data center
Alcuni casi particolari censiti in Data Center Map aiutano a cogliere la situazione di incertezza in cui si sviluppa il mercato delle infrastrutture digitali in Italia, sicuramente in espansione ma frenato da disadattamenti tra domanda e offerta almeno quanto lo è dalle complessità delle normative di autorizzazione.
- DC “in attesa di destinazione”: alcuni dei data center in programmazione o in realizzazione sono intestati a un operatore specializzato nel costruire data center su commessa di altri (hyperscaler, colocator). Nella maggior parte dei casi è ancora da capire se siano destinati a colocation o a hyperscale o ad altro ancora – in alcuni casi probabilmente il costruttore non ha ancora un cliente confermato pubblico e si sta portando avanti con richieste di permessi, connessione alla rete elettrica e progettazione e realizzazione delle infrastrutture non IT: è almeno in parte un rischio, pagherà un prezzo di inefficienza ma si posiziona per rispondere tempestivamente alla domanda. Su Data Center Map ne abbiamo identificati tre:
- uno annunciato per 50 MW a Certosa di Pavia, a cura di G.S.M., una società di costruzioni bergamasca,
- uno a Genova di KevlinX, società finanziata da Macquarie Capital, che vanta almeno un DC già costruito in Belgio, da 32 MW,
- uno a Trino Vercellese (già sede della centrale nucleare e oggi di un campus fotovoltaico da 87 MW), proposto da un operatore che potrebbe essere Techbau.
I termini generici dei tre annunci sembrano indicare chiaramente che la domanda di infrastrutture digitali nel nostro paese ha anche una componente speculativa.
- Internet Exchange: infrastrutture ottimizzate per offrire a terzi servizi di accesso ad altissime prestazioni alla rete internet globale. Data Center Map ne identifica tre, tra i principali d’Italia: MIX a Milano, Namex a Roma, Napoli e Bari e VSIX a Padova. Hanno un modello di business e un’architettura interna molto specifica, li consideriamo a parte rispetto ai colocator anche se quasi tutti offrono anche colocation, pregiata per gli stessi motivi che rendono utile installarsi nel digital hub vicino a un Cable Landing Station.
Nel paese ne esistono diversi altri, probabilmente quindici o venti in tutto. Rappresentano un segmento di offerta specifico, sul quale ci sembra di cogliere meno pressione della domanda e quindi meno confusione speculativa. - Gigafactory; nel mondo esistono naturalmente data center ancora più grandi dei più grandi campus hyperscale annunciati o in corso di realizzazione in Italia, con una potenza IT dell’ordine del gigawatt, oggi prevalentemente votati alle applicazioni di intelligenza artificiale più impegnative. Per l’Italia l’unico che Data Center Map censisce con una potenza nominale di 1 gigawatt è stato annunciato da un operatore molto piccolo, una s.r.l., con esperienza soprattutto nel settore delle energie rinnovabili. In attesa di sviluppi più concreti, sembra ragionevole considerare anche questo annuncio un indicatore della confusione speculativa alimentata dalla domanda mondiale di servizi di data center in Italia.
Quadro sinottico degli operatori e infrastrutture identificati
La seguente tabella sintetizza la mappatura del mercato italiano dei Data Center al maggio 2026, evidenziando le dinamiche competitive e la ripartizione dei player per categoria di offerta.

| Macro-Categoria | Operatori / Siti Principali | Dinamiche di Mercato e Trend 2026 |
| Neutral Colocation | CDLAN, Digital Realty, Data4, Equinix, Retelit, Vaultica, Vianova. | Dominio di player globali. Sviluppo della strategia Tier 2 fuori da Milano ad opera di operatori come Mediterra. |
| Hyperscale (Wholesale) | APTO, CyrusOne, EdgeConneX, NTT Data, Stack, Vantage, VIRTUS. | Focalizzati sulle grandi piattaforme cloud. Transizione verso sistemi di liquid cooling per densità AI (20-40 kW/rack). |
| Edge Computing | Rai Way, Herabit (Hera), Centri in-house PA (ARIA, CSI Piemonte, Lepida, Liguria Digitale). | Infrastrutture sotto i 500 kW. Ruolo chiave dei data center della PA connessi in modalità federata al PSN. |
| Cable Landing Station & Hub | Equinix (GN1 Genova), Sparkle/TIM (Genova, Palermo), Retelit (Bari), Unidata (Roma). | Strutture costiere da 200-300 kW IT integrate con data center di colocation per creare Digital Hub mediterranei. |
| Telco Colocation | TIM/Noovle (ca. 15 siti), Wind Tre (ca. 5 siti), Open Fiber (solo connettività/PoP). | Infrastrutture non neutre. Contratti corporate di lungo periodo personalizzati e integrati con servizi TLC di rete. |
La comprensione delle sei macrocategorie di offerta evidenzia come il mercato italiano dei Data Center stia vivendo una fase di profonda specializzazione e polarizzazione. La distinzione tra calcolo massivo centralizzato e architetture distribuite di prossimità ridefinisce non solo obiettivi e vincoli degli investimenti, ma le stesse mappe della connettività nazionale. Cosa possiamo aspettarci per i prossimi anni, oltre all’entrata in attività di numerosi data center di dimensioni medie crescenti e tecnologicamente più avanzati di quelli odierni?
La linea di sviluppo “in grande”: le gigafactory in Italia e cosa le frena davvero
Se da un lato l’universo hyperscale e le applicazioni dell’intelligenza artificiale attirano l’interesse e la fetta principale degli investimenti dichiarati dagli operatori o riportati dai media, e di quelli più concreti supportati da MIMIt e dalle pubbliche amministrazioni che controllano il territorio, dall’altro il mercato italiano si trova oggi a fare i conti con due nodi complessi, uno ben noto e oggetto dell’attenzione del settore e del regolatore, l’altro spesso implicito ma altrettanto importante.
Il primo, oggetto di impegno del settore e attenzione dei regolatori, è la difficoltà di ottenere i permessi di costruzione e gli allacciamenti all’alimentazione elettrica, che per questi progetti da decine o centinaia di MW IT deve essere in alta o altissima tensione.
- La complessità e la lunghezza degli adempimenti normativi, descritte ad esempio qui, è oggetto di numerose azioni semplificative regionali e nazionali, almeno in parte efficaci.
- La difficoltà di ottenere allacciamenti in alta tensione, come spesso accade in mercati dove l’offerta fatica a rispondere alla domanda, ha portato a una proliferazione di richieste: già nel 2025, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, si erano accumulate richieste per più di 68 GW, quasi 10 volte la potenza necessaria per tutti i nuovi impianti in programmazione nel triennio successivo. È facile immaginare che molte di queste richieste siano strumentali, per occupare un posto nella coda e magari farsi percepire come pronti a grandi realizzazioni, fatte nella speranza che non vengano mai accolte.
Il regolatore sta rivedendo i criteri con cui Terna può valutare queste richieste e filtrare quelle che il richiedente non è ancora pronto ad accettare.
Il secondo fattore che rende difficile l’avvio di progetti per realizzare grandissimi impianti è molto meno discusso, perché evidenzia i limiti finanziari alla capacità degli operatori di venire incontro a una domanda di fatto ancora incerta – in altre parole, si tratta di un limite interno alla catena del valore dell’infrastruttura digitale, anziché di un vincolo esterno come quelli normativi.

Costruire e attrezzare un data center moderno ed efficiente richiede oggi un investimento infrastrutturale di base stimabile in circa 12-14 milioni di euro per singolo Megawatt di potenza IT installata. Tuttavia, la quota legata ai muri e agli impianti tecnologici di raffreddamento e continuità elettrica costituisce solo la punta dell’iceberg. L’infrastruttura ICT interna (ovvero i server ad alte prestazioni, gli storage di rete e soprattutto i costosissimi acceleratori hardware e GPU dedicati all’addestramento dei modelli di IA) hanno un costo che può superare di 10 volte l’investimento immobiliare puro.

Di conseguenza, un singolo campus da 300 MW di potenza complessiva comporta un impegno finanziario elevatissimo: tra i 3 e i 4 miliardi di euro per la sola componente civile ed impiantistica, una cifra che lievita drasticamente fino a 30-40 miliardi di euro a pieno carico hardware. A fronte di un tasso di obsolescenza tecnologica dei chip straordinariamente rapido, che costringe i gestori a rinnovare integralmente l’hardware di calcolo ogni 2 o 3 anni al massimo, nessun operatore o fondo di investimento internazionale avvia concretamente la costruzione di simili complessi senza aver prima sottoscritto contratti blindati (anchor tenancy) con clienti globali pronti a garantire ricavi miliardari su base annua – e, d’altra parte, quale cliente è disposto a scommettere cifre simili su servizi, quelli di AI generativa e agentica, cui il mercato deve ancora imparare a dare un prezzo?
È anche, forse soprattutto, questo secondo il motivo per cui in Italia mancano e tardano ad arrivare vere e proprie “gigafactory”. Molti dei progetti da centinaia di Megawatt dichiaratamente dedicati all’AI – come quelli annunciati in joint venture da Khazna ed ENI, o da EdgeConneX, o i macro-campus pianificati da Digital Realty – faticano a partire: per la lunghezza e la complessità delle procedure di autorizzazione, certo, che dipendono dai vari attori del governo centrale e locale italiano, ma anche per i dubbi sulla effettiva esistenza di una domanda capace di remunerare gli investimenti necessari a costruirle, queste benedette gigafactory!

La linea di evoluzione “in piccolo”: l’Edge per capillarità e sovranità, e il bivio dei CED
L’analisi di domanda e offerta nell’ecosistema dell’infrastruttura digitale italiana evidenzia come il Paese stia affrontando una transizione cruciale. L’euforia legata ai grandi annunci industriali e all’esplosione dei modelli di Intelligenza Artificiale deve necessariamente scontrarsi con la dura realtà dei costi di investimento del capitale e della rapidissima obsolescenza delle componenti hardware.

In un paese lento a decidere almeno quanto è bisognoso di investimenti , con infrastrutture obsolete distribuite su un territorio relativamente accidentato e in progressivo inaridimento, sembra ragionevole prevedere che la sfida del futuro prossimo non si giocherà sulla rincorsa a gigafactory difficilmente sostenibili nel medio periodo, o almeno non solo, ma anche e forse soprattutto sulla capacità di rinnovare e integrare in modo efficiente, interoperabile e sicuro le infrastrutture esistenti.

In questo scenario, il successo della transizione digitale italiana dipenderà in larga misura dalla capacità della Pubblica Amministrazione di fare sistema, valorizzando i propri asset in-house qualificati e connettendoli in logica Edge al Polo Strategico Nazionale, e dalla flessibilità degli operatori privati – edilizi, tecnologici e finanziari – nel promuovere pratiche di revamping industriale di siti obsoleti, tecnologici oltre che industriali, capaci di coniugare sostenibilità ambientale, contenimento dei consumi idrici ed elettrici ed efficienza computazionale al servizio del sistema Paese.
Per questo sarà essenziale anche la capacità e la volontà del regolatore, in particolare dei ministeri MASE e MIMIt, di rivolgere la propria attenzione e il proprio supporto, finanziario e di semplificazione delle procedure autorizzative, anche verso questa seconda categoria di investimenti: più diffusi, su scala più piccola, meglio integrati nei territori – e più in sintonia con lo sviluppo di una sovranità digitale europea e nazionale.e almeno quanto è bisognoso di investimenti , con infrastrutture obsolete distribuite su un territorio relativamente accidentato e in progressivo inaridimento, sembra ragionevole prevedere che la sfida del futuro prossimo non si giocherà sulla rincorsa a gigafactory difficilmente sostenibili nel medio periodo, o almeno non solo, ma anche e forse soprattutto sulla capacità di rinnovare e integrare in modo efficiente, interoperabile e sicuro le infrastrutture esistenti.














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