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La noia perduta: perché non riusciamo più ad abitare il tempo vuoto



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La noia digitale nasce dall’intreccio tra iperstimolazione, identità online e cultura della performance. Il rapporto con smartphone, social media e piattaforme modifica la tolleranza al tempo vuoto, trasformando la pausa in uno spazio sempre più difficile da abitare senza stimoli immediati

Pubblicato il 21 ago 2026

Daria Grimaldi

Consulente in psicologia delle comunicazioni sociali Docente a contratto in Psicologia dei gruppi, presso l’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa



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Qual è l’ultima volta che siamo rimasti in attesa, senza prendere in mano il nostro device? Diciamolo, vivere la noia senza cercare riempitivi digitali oggi è quasi impossibile, avendo sempre il nostro smartphone tra le mani.

Alcune ricerche suggeriscono che, nella nostra epoca digitale, nonostante il proliferare di opzioni d’intrattenimento, la noia sia addirittura in crescita e che, anzi, siano proprio determinate modalità di utilizzo dei media digitali ad alimentarla, frammentando l’attenzione, alzando la soglia di coinvolgimento desiderato e rendendo, di conseguenza, sempre meno tollerabili i tempi vuoti (Tam & Inzlicht, 2024b).

È plausibile chiedersi allora se, forse, la noia contemporanea non possa essere letta come il punto in cui tre fenomeni si intrecciano. Il primo è cognitivo e riguarda la soglia di stimolazione che alcune pratiche digitali progressivamente alzano. Il secondo è identitario e riguarda la trasformazione del sé in un progetto da mostrare, aggiornare e sottoporre allo sguardo altrui senza sosta. Il terzo è culturale, ed è forse il più critico, perché riguarda il modo in cui la modernità occidentale ha imparato, progressivamente, a trattare il tempo vuoto come un problema da risolvere piuttosto che come una condizione da abitare. Tenere insieme questi tre livelli permette di collocare la noia contemporanea nella sua sede propria ovvero quella di un’esperienza antica, resa oggi meno sostenibile dall’intreccio fra soglie di stimolazione crescenti, un’identità sottoposta a esposizione costante e un’eredità culturale che tratta il tempo vuoto come un problema da risolvere. Sicuramente questi fattori sono collegati all’abuso del digitale ma comportano che a mutare, essenzialmente, sia la nostra tolleranza alla noia e il modo in cui la nostra società la valuta.

Il meccanismo cognitivo della noia digitale

Cercando di scandagliare il rapporto tra noia e digitale, possiamo partire dal presupposto che non riguardi tanto la “colpevolezza” del tempo trascorso online, quanto piuttosto il modo in cui quel tempo venga gestito sulle piattaforme a nostra disposizione. Il passaggio continuo da un contenuto all’altro, infatti, nasce spesso proprio come tentativo di sottrarsi alla noia, ma impedendo un reale coinvolgimento con ciò che si sta guardando finisce per intensificarla invece di alleviarla.

Ripetuto nel tempo, questo meccanismo può consolidarsi in quella che la letteratura definisce boredom proneness ovvero la tendenza stabile a sperimentare frequentemente la noia e a tollerare con difficoltà i momenti di bassa stimolazione o, soprattutto, di assenza di gratificazione immediata.

La frammentazione dell’attenzione non sarebbe, dunque, un effetto collaterale del digitale, quanto piuttosto un suo meccanismo costitutivo, che va ad alimentare l’esperienza stessa che tenta di scongiurare (Tam & Inzlicht, 2024a). Si costruisce così un loop di rinforzo, per lo più innescato in modo inconsapevole, per il quale si usa il digitale per fuggire dalla noia, ma certe forme di uso digitale finiscono per aumentare la noia stessa.

Sia chiaro, lo scrolling occasionale non è di per sé patologico. Il problema emerge quando l’uso compulsivo diventa la strategia principale per regolare l’attenzione, l’umore e il vuoto. La letteratura mostra infatti una relazione significativa tra noia e uso problematico dei media digitali soprattutto laddove sono già presenti comportamenti disfunzionali, senza che sia possibile stabilire una relazione causale diretta e generalizzata (Camerini et al., 2023).

Questo significa che non è il digitale in sé a essere il problema, ma laddove esiste già una tendenza a un uso problematico delle interazioni in rete, è più probabile che il soggetto ricorra a pratiche disfunzionali nei momenti di vuoto. Senza nemmeno provare a vivere l’inattività, riempirà di stimoli disarticolati la pausa per rispondere all’istanza compulsiva del fare.

Iperstimolazione digitale e soglia di tolleranza

Non si tratta di contrapporre semplicisticamente analogico e digitale: anche un’attività digitale può produrre un coinvolgimento profondo, così come un’attività analogica può essere vissuta in modo distratto. La distinzione più utile è tra esperienze capaci di sostenere un’attenzione continuativa e forme di consumo caratterizzate da switching frequente, frammentazione e ricerca continua di novità.

Leggere, dipingere, scrivere, ma anche programmare o creare attraverso strumenti digitali, possono in determinate condizioni favorire quello stato di profondo assorbimento che Csikszentmihalyi (1990) ha definito flow. Al contrario, lo scorrimento rapido e randomico tra contenuti può mantenere alto un ingaggio superficiale, senza produrre mai una reale immersione, modificando progressivamente le nostre aspettative rispetto alla velocità e all’intensità degli stimoli. Quando si cercano sollecitazioni digitali per distrarsi, ci si abitua sempre di più a input veloci e variabili e si tollerano sempre meno le attività lente e cognitivamente impegnative.

Per entrare ancora più nel merito dei processi, possiamo prendere in prestito, con la necessaria cautela, alcune riflessioni provenienti dalla prospettiva del predictive mind. In tal senso il like, la risposta al commento o la notifica non sono semplicemente eventi esterni che accadono all’utente, ma diventano oggetto di una previsione attivamente costruita, integrata nel modello interno che il soggetto ha di sé e della propria rete sociale. Accade così che nei momenti di vuoto, il soggetto tende a cercare il materiale a cui è stato abituato: feedback, stimoli, conferme, segnali di presenza. In tal senso i social media diventano ambienti particolarmente potenti perché l’utente si aspetta una risposta, controlla il feedback, aggiorna le proprie aspettative e torna a interagire. Smettere di usare le piattaforme anche quando il loro effetto soggettivo diventa negativo è estremamente difficile proprio perché innescano processi attraverso cui il soggetto anticipa il proprio personale valore sociale e, quindi, la propria posizione nel gruppo. Questa riflessione sposta quindi il focus sull’identità sociale che è sempre più performativa a cui si associa la nostra mente predittiva: il sé digitale viene continuamente regolato attraverso feedback sociali che confermano, correggono o destabilizzano l’immagine che abbiamo di noi stessi, non singole azioni. (White, Clark, Miller, 2024),

Torniamo così alla domanda con cui abbiamo aperto. Quando dobbiamo attendere, il gesto di prendere il cellulare in mano non è che l’attivazione automatica di questo stesso meccanismo: cerchiamo il segnale a cui siamo stati abituati, verifichiamo il riscontro, aggiorniamo l’aspettativa, torniamo a interagire. Ci chiediamo allora se, proprio per questo, non sia plausibile pensare che sia qui che la noia smetta di essere soltanto un problema attentivo e diventi un fatto psicosociale.

Identità digitale e costo del vuoto

In una cultura fondata sulla presenza continua, la pausa non interrompe solo l’attività ma interrompe la visibilità. Nel momento in cui non si sta producendo, non si sta rispondendo, non si sta mostrando nulla il rischio è che il vuoto possa diventare una sospensione del sé sociale.

Già Goffman, nel 1959, mostrava come il sé prenda forma nelle interazioni attraverso pratiche di presentazione e gestione dell’impressione. Nella tarda modernità questa dimensione si intensifica e il sé diventa un progetto riflessivo da costruire e aggiornare continuamente (Giddens, 1991). Possiamo dire, senza dubbio, che oggi bisogna decidere chi essere, come agire, quali scelte rendere coerenti con il proprio racconto personale e questo se da un lato amplia la libertà individuale, dall’altro amplia anche l’insicurezza e la responsabilità nella costruzione dell’immagine di sé. Per cui se il sé contemporaneo era già un progetto da gestire prima dei social media, si può immaginare quanto questi strumenti ne radicalizzino la dinamica, pur non avendola creata dal nulla.

L’identità digitale che caratterizza il nostro sé è oggi una pratica sociale situata, non un comportamento individuale isolato, perché la performance identitaria online si sviluppa dall’incontro tra desiderio di appartenenza, pressione dello sguardo altrui e architettura delle piattaforme. In una società segnata anche dall’individualizzazione e dalla trasformazione degli spazi fisici di socializzazione, i social sono diventati a tutti gli effetti luoghi di appartenenza ed esplorazione identitaria tra pari.

Da qui il concetto di networked publics, spazi pubblici mediati dalla tecnologia e in cui l’identità non è semplicemente espressa, ma continuamente negoziata davanti a pubblici multipli e spesso invisibili (boyd, 2014). Il tema della privacy va allora riletto non come semplice assenza di esposizione, ma come capacità di controllare contesto, pubblico e interpretazione. Se il soggetto digitale abita costantemente questi spazi secondo le proprietà di persistenza, replicabilità, scalabilità, ricercabilità, allora la sua presentazione di sé non è mai un atto compiuto e archiviabile, ma resta permanentemente esposta a nuove interpretazioni, nuovi pubblici che vi accedono in momenti diversi. Questo significa che la negoziazione identitaria richiede una sorveglianza continua e la noia, in questa cornice, diventa il momento in cui questa sorveglianza si interrompe. Il tempo vuoto diventa momento per evitare di perdere il controllo sulla propria immagine in circolazione.

Con la cultura digitale la performance identitaria assume una nuova visibilità e la presentazione di sé diventa una pratica continua di esposizione e confronto. Il tema dell’autenticità diventa centrale proprio perché sopravvive nel paradosso in cui gli utenti cercano di apparire coerenti e veri dentro ambienti che richiedono selezione, cura e gestione strategica dell’immagine. In questo senso, l’identità è sempre più performance sociale resa misurabile e visibile dall’infrastruttura tecnica (Ellison, 2013; Marwick, boyd, 2011).

La logica del self-branding, infatti, spinge il soggetto a trattare se stesso come un progetto da migliorare e rendere visibile e competitivo. La micro-celebrità non riguarda solo chi lo fa di mestiere, ma anche utenti ordinari che adottano tecniche di visibilità e gestione del pubblico tipiche della cultura influencer. Il sé diventa un progetto comunicativo e, sempre più spesso, monetizzabile: la propria presenza deve essere percepita, seguita, misurata per contare come tale (Khamis, Ang, Welling, 2017). Su questa stessa logica di visibilità continua si innesta l’interesse delle piattaforme digitali a occupare ogni frammento di tempo disponibile, trattando la noia non come una pausa legittima ma come un difetto di sistema da correggere con contenuti, notifiche e scroll.

Il paradosso del tempo risparmiato

Dobbiamo però evitare di trasformare una tendenza in una diagnosi universale. La noia occasionale, la boredom proneness come disposizione individuale e la noia associata a specifici pattern di consumo digitale, non sono tutti la stessa cosa. Abbiamo visto che non esiste una relazione lineare per cui più tempo online equivalga automaticamente a maggiore noia. Il punto, ancora una volta, riguarda soprattutto la qualità dell’esperienza, l’attitudine alla frammentazione della propria concentrazione e il ruolo che il digitale assume nella regolazione individuale dell’attenzione e, quindi, del tempo vuoto.

C’è un’altra genealogia, più lontana nel tempo, che vale la pena richiamare qui. Walter Benjamin scriveva della noia come dell’uccello che cova l’uovo dell’esperienza, quel tempo sospeso e apparentemente vuoto in cui la capacità di raccontare e di essere raccontati poteva ancora formarsi (Benjamin, 1936). Se questo era vero nell’epoca della narrazione orale, minacciata dall’informazione di massa, lo è forse ancora di più oggi, quando quell’uovo non ha più il tempo di essere covato perché ogni pausa viene riempita prima ancora che si costituisca come tale. La noia, in questa lettura, non è solo un sintomo da correggere, ma anche una risorsa che la cultura della performance continua rischia progressivamente di sottrarci.

Il punto più delicato resta che il tempo vuoto interrompe la presenza. In una cultura in cui l’identità coincide sempre più con la capacità di mostrarsi e produrre, la pausa rischia di essere vissuta come una sospensione del sé sociale. Non sto facendo nulla, quindi rischio di non esserci. La noia diventa un sintomo psicosociale perché non segnala solo la mancanza di qualcosa da fare, ma la difficoltà crescente a sostenere un tempo non immediatamente riempito e performato.

Che alcune piattaforme abbiano cominciato a introdurre strumenti di rallentamento volontario, promemoria di pausa e limiti di utilizzo configurabili dall’utente dice qualcosa di importante su questo scenario. Non risolve il problema, perché la soluzione tecnica a un problema culturale rischia sempre di restare in qualche modo “cosmetica”, ma segnala almeno il riconoscimento di una tensione interna agli stessi ambienti digitali. Il paradosso è che strumenti progettati per catturare e prolungare l’attenzione sono chiamati anche a contenerne gli effetti. Questa incongruenza diventa ancora più evidente oggi, nell’epoca in cui deleghiamo alla tecnologia un numero crescente di funzioni cognitive e l’intelligenza artificiale promette di farci risparmiare tempo.

Ma risparmiare tempo, per farne cosa? È forse questo uno dei cortocircuiti più interessanti del presente: costruiamo strumenti per liberarci dal tempo necessario a svolgere determinate attività, mentre sembriamo sempre meno capaci di tollerare il tempo quando resta davvero libero.

La sfida, per chi si occupa di queste dinamiche da un punto di vista culturale prima ancora che tecnico, non è eliminare la noia né idealizzarla, ma restituirle lo statuto di esperienza legittima e anche utile. Questo significa intervenire su tutti e tre i livelli che abbiamo attraversato, quindi trovare il modo di ridurre l’assuefazione all’iperstimolazione digitale, sottrarre il sé al regime di visibilità permanente e recuperare culturalmente e socialmente il tempo vuoto come condizione da abitare in profondità, piuttosto che come problema da risolvere.

Bibliografia

Benjamin, W. (2011). Il narratore: Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov (R. Solmi, Trad.) Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1936)

boyd, d. (2014). It’s complicated: The social lives of networked teens. Yale University Press.

Camerini, A.-L., Morlino, S., & Marciano, L. (2023). Boredom and digital media use: A systematic review and meta-analysis. Computers in Human Behavior Reports, 11, 100313. https://doi.org/10.1016/j.chbr.2023.100313

Csikszentmihalyi, M. (1990). Flow: The psychology of optimal experience. Harper & Row.

Ellison, N. B. (2013). Social media and identity. Government Office for Science.

Giddens, A. (1991). Modernity and self-identity: Self and society in the late modern age. Polity Press.

Goffman, E. (1959). The presentation of self in everyday life. Doubleday.

Khamis, S., Ang, L., & Welling, R. (2017). Self-branding, “micro-celebrity” and the rise of social media influencers. Celebrity Studies, 8(2), 191–208. https://doi.org/10.1080/19392397.2016.1218292

Marwick, A. E., & boyd, d. (2011). I tweet honestly, I tweet passionately: Twitter users, context collapse, and the imagined audience. New Media & Society, 13(1), 114–133. https://doi.org/10.1177/1461444810365313

Tam, K. Y. Y., & Inzlicht, M. (2024a). Fast-forward to boredom: How switching behavior on digital media makes people more bored. Journal of Experimental Psychology: General, 153(10), 2409–2426. https://doi.org/10.1037/xge0001639

Tam, K. Y. Y., & Inzlicht, M. (2024b). People are increasingly bored in our digital age. Communications Psychology, 2, Article 106. https://doi.org/10.1038/s44271-024-00155-9

White, B., Clark, A., & Miller, M. (2024). Digital being: Social media and the predictive mind. Neuroscience of Consciousness, 2024(1), niae008. https://doi.org/10.1093/nc/niae008

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