I data center rappresentano ormai l’infrastruttura critica di una società sempre più fortemente digitalizzata: il 95% del traffico Internet, ad esempio, poggia sulla pietra angolare di queste autentiche fabbriche dei dati[2].
Indice degli argomenti
Data center e sovranità digitale
Analogamente, l’espansione e la contestuale accelerazione dello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale si legano alla realizzazione di complessi di data center, sempre più significativi dal punto di vista dimensionale e sempre più impattanti dal punto di vista ambientale ed energetico[3].
Non può stupire quindi rilevare quanto e come essi siano al centro delle politiche industriali di vari Paesi e di organismi sovra-nazionali, l’Unione Europea tra questi, che sempre più spesso assemblano tra loro un reticolo di norme, incentivi fiscali, piani strategici.
E del pari non può sorprendere scoprire quanto essi divengano perno della politica internazionale degli Stati, sia sul versante della concreta individuazione degli spazi per la materiale allocazione sia per la stratificazione di invisibili linee di interdipendenza funzionale tra Paesi.
In quest’ultimo caso, infatti, la ricerca di spazi vitali all’interno di nazioni morfologicamente anguste o dal dibattito pubblico e politico incandescente determina copiose conseguenze politiche che suggeriscono l’esternalizzazione della materiale realizzazione.
E proprio in questa prospettiva, i data center, come la restante catena del valore e la simmetrica supply chain dell’alta tecnologia, cessano di innervarsi solo nell’ambito mercatorio, per ascendere ad un livello molto più complesso e delicato: quello della sovranità.
Cosa sono i data center e come funzionano
Ma di cosa, esattamente, parliamo quando parliamo di data center?
Un data center può essere definito come l’infrastruttura fisica, una stanza, un edificio o, sempre più spesso, un complesso, che ospita le strutture tecnologiche, i dati, i server.
Nel corso degli anni, si è passati da una dimensione prettamente fisica a una ibrida, che integra i data center in un ecosistema multicloud, connesso a network con data center fisici, cloud privati e pubblici e edge locations.
I data center, alla luce della loro sempre più palese centralità nella società tecnologica, richiedono una serie di servizi e di elementi interni tanto di sicurezza quanto di capacità di storage: alimentazione energetica continuativa, sistemi di ventilazione e di raffreddamento, anti-incendio, generatori di back-up e sistemi di connessione con network esterni al perimetro del data center.
Standard, raffreddamento e consumi dei data center
I requisiti e gli standard tecnici per i data center sono curati e definiti dall’American Society of Heating, Refrigerating and Air-Conditioning Engineers (ASHRAE), un’associazione che conta circa 50.000 membri, tra persone fisiche e realtà societarie, e una diffusione in 130 Paesi.
Le norme ASHRAE sono di natura puramente tecnica, non hanno cogenza normativa ma in forza della loro efficacia e del loro essere state modellate su concrete esigenze palesatesi nei plessi dei data center da esperti e professionisti del settore vengono comunemente seguite[4].
La tendenziale standardizzazione non deve però trarre in inganno: non può darsi in alcun modo uno standard unico valido per ciascuna parte di un singolo data center, né avendo riguardo alle temperature né in tema di requisiti di efficienza energetica o idrica o di igiene dei rack.
I requisiti devono essere differenziati a seconda delle caratteristiche tecnologiche, costruttive e delle tecniche impiegate, all’interno della cornice standardizzata.
Detto in altri termini, si tratta di standard consistenti in forbici e non in numeri fissi.
Uno dei problemi che maggiormente riguardano queste strutture, specialmente quelle afferenti alla realtà degli hyperscaler, è quello della dissipazione di calore e del raffreddamento[5]: le tecniche di raffreddamento o di riutilizzo stanno andando incontro a un notevolissimo processo di accelerazione, sia per far fronte alla complessità infrastrutturale di questi plessi sia al consumo sempre più elevato di energia e di acqua[6].
Si stima che complessivamente il 40% circa del consumo energetico di un data center sia assorbito dai sistemi di raffreddamento.
Secondo gli analisti di Gartner, il consumo energetico dei data center raddoppierà da oggi al 2030 e, del pari, il consumo di acqua richiesto dai data center di ultima generazione e più voluminosi è da stimarsi in cinque milioni di galloni al giorno, praticamente il fabbisogno di una città di circa 50.000 abitanti[7]: numeri che non possono lasciare indifferenti e che, in tutta evidenza, segnalano temi di natura squisitamente politica.
La sovranità tecnologica passa dalle infrastrutture
Proprio la questione della dissipazione di calore, del riuso energetico, del consumo di acqua e della necessità di spazi fisici sempre più grandi, sta rendendo i data center fattori sempre più evidentemente politici.
Al di là di prevedibili e consuete sindromi NIMBY, dai data center dipende la concreta potenza computazionale dei modelli di intelligenza artificiale e il controllo esperito sui data center dagli Stati perimetra e definisce, in maniera visibile, una dinamica di sovranità tecnologica[8].
In certa misura, essi tornano a palesare la dimensione fisica e visibile del potere digitale, connesso di nuovo al territorio.
La combinazione tra virtualizzazione spaziale, si pensi al cloud, e assetti infrastrutturali incidenti nuovamente su territori finiscono per segnalare nuovi paradigmi dello Stato stesso, chiamato a confrontarsi con una complessità che nessuna struttura pubblica, da sola, sarà mai in grado di governare.
I grandi soggetti digitali privati, ai quali è nei fatti esternalizzata la grande sfida della innovazione tecnologica, diventano a tutti gli effetti estensione delle sfide sovrane. Contemperare le distinte esigenze, le differenti ragioni di stare al mondo, interesse economico e garanzia dei diritti ed erogazione di servizi, non è facile, in piana evidenza, come non è agevole immaginare la piena armonia e l’integrazione tra questi livelli.
Eppure si tratta di una sfida esistenziale.
Negli USA la geopolitica dei data center incontra le resistenze
Negli Stati Uniti, si inizia ormai stabilmente a sottolineare il crescente peso dei movimenti anti-data center[9] e quanto le preoccupazioni di ordine occupazionale, ambientale, sociale connesse a questi giganti dei dati vengano fatte proprie da una crescente parte della classe politica[10].
La contesa tra livello federale e singoli Stati
Negli USA, peraltro, esattamente come per quanto concerne l’intelligenza artificiale, sul tema dei data center si sta giocando una delicatissima partita tra livello federale e livello regolatorio statale.
La riconduzione dell’alta tecnologia, in ogni sua dimensione e sfumatura, sotto l’ombrello della sicurezza nazionale ha impresso una centralizzazione normativa, ascesa verso il livello federale e mal vissuta dai singoli Stati che poi sono chiamati concretamente a sopportare la presenza di queste infrastrutture[11] sui loro territori.
Questo percorso, iniziato con executive order presidenziale del 23 luglio 2025, Accelerating Federal Permitting of Data Center Infrastructure, e strettamente connesso all’AI Action Plan, ha incontrato sul suo cammino crescenti resistenze territoriali, in ossequio alle prerogative statali riconosciute dal X Emendamento della Costituzione statunitense.
D’altronde l’espresso riconoscimento, tra le pagine dell’AI Action Plan, dell’intelligenza artificiale come sfida planetaria per l’affermazione di un dominio tecnologico rende evidente come qualunque elemento connesso allo sviluppo tecnologico vada letto attraverso la lente dell’interesse nazionale.
Anche le recenti vicende che hanno opposto amministrazione statunitense ad Anthropic, la prima culminata nel black-listing della società di Dario Amodei e la più recente che ha portato al blocco del rilascio di Fable5 e di Mythos, per espressi motivi di sicurezza nazionale, rendono evidente l’embricazione tra spinta privata all’innovazione e sfera pubblica.
Allo stato attuale, gli USA hanno circa 4.500 data center operativi. L’esatto computo dipende dalla metodologia di tracking e dalle caratterizzazioni sussunte nel parametro definitorio di ‘data center’.
La cifra indicata appare la più conferente accedendo al motore di ricerca cartografico US Data Center Map.
Territori agricoli, costi e consenso politico
In un primo momento, l’individuazione di spazi nel cuore dell’America profonda appariva una strategia connessa all’idea, anche simbolica, di valorizzare aree e contee economicamente depresse e quindi fornire nuove dimensioni occupazionali e nuove chance di re-industrializzazione alle popolazioni locali.
Non è casuale che lo Stato con la maggiore presenza sia la Virginia, con quasi 600 data center, tutti ubicati nella fascia settentrionale dello Stato. A seguire Texas, California, Ohio.
In seguito, però, l’aumento volumetrico dei data center, la mole di spazio occupato, le esternalità ambientali ed energetiche, quali ad esempio il consumo di acqua, hanno imposto un generale ripensamento, poiché in termini di consenso politico queste strutture possono esigere un elevato tributo.
I futuri data center degli hyperscaler dovrebbero vedere luce nelle aree agricole ed economicamente depresse. La mole prevista è significativa: circa 1500 unità nei prossimi anni.
Ma in questo caso, più che le considerazioni sopra espresse a prevalere sono logiche di risparmio economico, di minor costo dell’acqua e dei fattori energetici: le aree agricole presentano minor valore riferito alle terre e l’acquisto dei terreni importa oneri minori.
Il problema, come facilmente intuibile, è che l’espansione dei data center in queste aree riduce sensibilmente la superficie da destinare a pascolo o a coltura, presentando quindi problemi di non poco conto in chiave lavorativa e imprenditoriale al tessuto sociale degli Stati.
Nonostante le spinte costanti e crescenti da parte del livello federale affinché i singoli Stati procedano a disboscare gli oneri amministrativi, ai fini di velocizzazione della materiale realizzazione dei data center[12], soprattutto gli Stati agricoli e i loro legislatori locali stanno iniziando ad opporre significative resistenze.
Recenti sondaggi dimostrano come il 70% degli statunitensi sia contrario alla realizzazione di queste strutture nelle aree in cui essi vivono[13], percentuali che pongono un ineludibile tema di consenso elettorale.
Proprio questo dato, e l’opposizione ormai bipartisan, concilia la nascita di una geopolitica dei data center.
Sovranità e potere nella geopolitica dei data center
Di geopolitica dei data center si può parlare, eminentemente, lungo due angolazioni prospettiche.
La prima riguarda l’aspetto qualitativo: qu rientrano le questioni riguardanti i data center più rilevanti, tecnologicamente significativi e avanzati, collegate allo sviluppo delle tecnologie più importanti, dal cloud all’IA e al quantum computing.
Il secondo aspetto è, ovviamente, quantitativo: entra qui in gioco lo spazio materialmente destinato a data center e la mole concreta di data center posseduti da soggetti privati riconducibili ad una certa entità statale. Oppure, i data center direttamente realizzati e gestiti da Stati.
Nel momento in cui fattori di politica interna, o più banalmente la carenza di spazi, consigliano o addirittura impongono la individuazione esterna ai confini nazionali di territori ove ubicare data center è evidente come gli stessi diventino cardine di politica internazionale e, al tempo stesso, strumento di pressione politica.
Sovranità digitale e dominio computazionale
Naturalmente la riconducibilità dei data center alla sfera della sovranità digitale e a quella della sovranità tecnologica è immediatamente percepibile: non si tratta solo, in questo caso, di controllo dei propri dati ma di dominio computazionale, intendendosi per tale la capacità di avere data center che consentano pieno ed efficiente utilizzo e sviluppo delle tecnologie di ultima generazione, senza dover dipendere o almeno senza dover dipendere eccessivamente da Stati stranieri.
L’ accelerazione tecnologica a cui ambisce il governo degli Stati Uniti, come abbiamo visto supra, viene ricondotta ad una autentica sfida planetaria e questo comporta che a prevalere sarà l’eradicazione più marcata possibile di qualunque canone di dipendenza.
Come vedremo, non per caso, l’allocazione extra-statunitense avviene in quelle zone che la Strategia di sicurezza nazionale americana colloca nell’ambito della propria sfera di influenza.
C’è un altro aspetto poi da tenere in considerazione quando si affronta il tema lungo la dorsale della sovranità digitale: solo chi riesce a detenere una mole rilevante di data center tecnologicamente avanzati, qualitativamente superiori rispetto i modelli medi, può assumere posizioni di vertice nella corsa mondiale all’innovazione tecnologica.
Appare evidente come la dislocazione di data center sul territorio di Stati esteri appaia quale una sorta di esternalizzazione delle relazioni internazionali e la conseguente costruzione di un ordine che fisiologicamente passa attraverso accordi, politici e commerciali, e modalità di controllo, sorveglianza e difesa di questi plessi, autentiche estensioni della sovranità.
In piena coerenza con l’assunto secondo cui ormai intelligenza artificiale, cloud, connettività veloce e relativi data center sono materie di sicurezza e di interesse nazionale e non più solo competizione mercatoria.
Nei fatti i data center che uno Stato alloca presso un altro Stato operano come capitale politico, quale mezzo di vincolo economico e commerciale e quale rimodulazione della sovranità stessa[14].
Si tratta di un aggiornamento al tempo dell’alta tecnologia del paradigma delle ‘superfici fantasma’, coniato dal geografo Georg Borgström: nei fatti una propaggine della superficie del singolo Stato, quello che esternalizza, equivalente alla dimensione del proprio territorio se un dato prodotto o bene o infrastruttura venissero realizzati o localizzati su di esso[15].
In questo caso, appare difficile che possa essere direttamente uno Stato a realizzare infrastrutture sul territorio di altri Stati.
I soggetti privati, quindi, finiscono con l’agire essi stessi quali perni della sovranità statale: hanno maggiori margini di azione nel trattare con gli ecosistemi produttivi stranieri, differenze rispetto i vincoli statali nel poter maneggiare volumi finanziari di una certa consistenza.
Questo chiaramente problematizza ancora di più il ruolo dei privati e dei rapporti tra attori statali e privati[16].
Inoltre, seguendo l’accidentato percorso inaugurato ormai da anni e che vede tra loro cospirare dimensione virtuale e miniaturizzata di servizi e prodotti, da un lato e design fisico, dall’altro, molte piattaforme e realtà del Tech occupano materialmente territori[17], esorbitando dall’angusto spazio della Silicon Valley o della sede aziendale per divenire un modello preciso[18] e generalizzato.
Nel pieno rigoglio dell’epoca dei data center e di una sorta di Lebensraum algoritmico, in cui non contano più semplicemente la virtualizzazione e la de-territorializzazione, a cui pure eravamo stati abituati dalle prime fasi della digitalizzazione, ma nella quale il territorio torna centrale, lo spazio fisico acquisisce un suo peso ancor più essenziale.
Interdipendenze, supply chain e chokepoint
Ora, la globalizzazione, come è stato mostrato nella maniera più visibile possibile, nel corso degli ultimi anni è andata incontro a un serio processo di frammentazione: le catene del valore, le supply chain hanno subito strozzature, blocchi, e si è assistito alla riemersione di armi economiche e di lawfare.
In questa prospettiva le interdipendenze economiche e produttive e gli scambi commerciali vanno incontro ad un processo di autentica weaponization[19].
Da un lato, l’espansione commerciale ambisce a legare a sé attraverso canoni di dipendenza altri attori statali, i cui servizi finiscono inesorabilmente per passare per società private di un altro Stato.
Nel caso di un data center fondamentale per un servizio digitale erogato in un certo Stato è evidente quanto la continuità di quel servizio e del prodotto finale responsabilizzi lo Stato ospitante, e non coincidente con la nazionalità della società proprietaria del data center, alla vigilanza e alla difesa dello stesso.
Dovesse infatti venir danneggiata la struttura ad essere a rischio sarebbe un servizio che finisce per legare tra loro i due Stati, quello ospitante sul proprio territorio e quello della società privata.
Dall’altro lato, gli Stati utilizzano sempre più armi di natura economica e di interruzione delle supply chain per arrecare danni ai propri competitor e rallentarne così la corsa all’innovazione.
Questo può passare per la centralità dei semiconduttori o delle terre rare, oppure per gli stessi data center, la cui disponibilità rende accessibile o meno una certa potenza computazionale.
Si tratta, nei fatti, dei chokepoints di cui scrive Edward Fishman[20]; non sono più soltanto stretti commerciali, come Hormuz o il Bosforo, ma in sistemi complessi governati sempre più da IA, cloud e internet, e da ciò che fisicamente ruota attorno questi, la diretta disponibilità, l’immediato accesso e la difesa delle connessioni, dei materiali e dei data center.
Esternalizzare massivamente data center impone l’elaborazione di sistemi articolati che contemperino interesse commerciale e difesa.
La Patagonia come spazio della strategia statunitense
Caso di scuola quanto le grandi realtà del Tech americano stanno realizzando in Argentina attraverso una lunga sequenza di accordi contrattuali che riguardano i vasti territori della Patagonia: qui, sia OpenAI sia le realtà del venture capital legate a Peter Thiel, progettano di realizzare autentiche data center cities, interconnesse e soprattutto capaci attraverso riuso dell’energia di stimolare l’agricoltura in climi non ospitali[21].
L’Argentina, come noto, rientra nell’emisfero che gli organi di sicurezza nazionale americani rubricano come afferenti la sfera di influenza americana. Ciò consente un doppio canone di controllo: uno esperito dal privato, su base contrattuale, e un secondo da parte degli organi statali statunitensi.
Una notazione finale: il clima della Patagonia determina anche una ulteriore, interessante analisi connessa a una sorta di geografia del potere climatico.
Temperature naturalmente basse consentono un risparmio economico ed energetico notevolissimo, dando la possibilità di reimpiegare quanto viene risparmiato per il raffreddamento in altri aspetti dell’innovazione tecnologica.
L’Europa nella geopolitica dei data center tra energia e dipendenza
Nonostante i data center non compaiono espressamente menzionati nel Rapporto di Mario Draghi sulla competitività non c’è dubbio alcuno che i problemi rilevati nel documento in relazione alla scarsa propensione all’innovazione, alla mancanza di investimenti focalizzati su tecnologie, all’eccesso di burocratizzazione e alla frammentazione del mercato digitale finiscano per impattare negativamente sugli stessi data center e sulla loro realizzazione.
Di più, aggiungerei: in Europa, intesa sia come spazio politico sia come singoli Stati nazionali, non sembra essere ancora pienamente maturata la consapevolezza della rilevanza strategica dei data center, autentici grandi spazi vitali della società tecnologica[22].
Il nodo europeo tra crescita e sostenibilità energetica
E questo nonostante dati quantitativi non disprezzabili.
Allo stato attuale l’Europa ospita infatti circa 3000 data center, una cifra significativa che rende il nostro continente il secondo hub regionale al mondo, subito dopo gli USA[23].
Ma l’Europa sconta un paradosso che rischia di imbrigliarne le potenzialità: allo stato attuale, il consumo energetico e le fonti di alimentazione dei data center rischiano di essere frontalmente incompatibili con gli obiettivi che l’Unione si è data in campo ambientale.
Non per caso, la Commissione sta esplorando misure in ambito di green cloud e green data center, le quali però non sembrano riuscire ad andare oltre la proposizione di standard energetici in ambito di realizzazione, posizionamento, fonti di alimentazione e consumo dei data center stessi[24].
E se è fisiologico e in certa misura essenziale contemperare realizzazione e sostenibilità energetica, considerando che entro il 2030 il 3% circa del consumo elettrico europeo sarà destinato ai data center[25], dall’altro lato residua la piena compatibilità del framework ecologico-ambientale con quello della realizzazione dei data center.
Il piano euro-unitario, ad oggi, consiste nell’idea di triplicare entro il 2035 la capacità dei data center su suolo europeo. Per fare questo si sta predisponendo un Data Centre Energy Efficiency Package.
Le misure vanno naturalmente lette in combinato con altri frammenti normativi e di policy, come nel caso della Strategic Roadmap for AI and Digitalisation in Energy, uno dei cui punti qualificanti è l’integrazione dei data center negli snodi energetici fino a costituire un reticolo nel ventre dei Paesi europei.
L’intero schema si muove lungo la direttrice, da un lato, di un costante monitoraggio delle performance dei singoli data center e dei relativi consumi, di energia e di acqua, e dall’altro di una tabella di rating.
Investimenti e nuove rotte per i data center europei
La sfida che però l’Europa è chiamata ad affrontare, al di là delle ossature regolatorie, impone una seria riflessione sulla leva finanziaria.
Gli aumenti stimati, e auspicati dalle istituzioni europee, in tema di quantità di data center presenti su suolo europeo richiedono cifre elevatissime, comprese tra i 250 e i 500 miliardi di euro.
In un recente report di Moody’s[26], si illustrano le grandi criticità che si frappongono tra desiderata, annunci e materiale realizzazione.
Italia e alleanze transatlantiche nella partita dei data center
Da un lato, si evidenzia come ad esempio sia necessario aprire nuove rotte tecnologiche interne all’Europa, alternative e complementari ai cinque hub classici, costituiti da Francoforte, Dublino, Parigi, Amsterdam e Londra.
In questa prospettiva, l’Italia potrebbe avere chance non banali per costituire una direttrice meridionale, ad esempio a ridosso delle Alpi e delle Dolomiti, sfruttando il clima, alla luce dei nuovi metodi ibridi di raffreddamento basati, anche, sulle condizioni atmosferiche dell’area di insediamento del data center.
Non c’è dubbio alcuno che sia arrivato il tempo di agire, perché come è stato notato «non sarà con le mezze misure che l’Europa risolverà la crisi energetica dei data center[27] ».
Bisogna cioè chiedersi se quel paradigma evocato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando di ‘vassallaggio felice’ il 5 febbraio 2025 durante il suo discorso tenuto all’Università di Aix-Marseille, in Francia, sia davvero determinato dalla preponderanza del Tech americano e delle sue intromissioni nella società europea oppure non sia che un derivato, un riflesso di un ecosistema europeo avverso all’innovazione, incanutito e statico.
Come sottolinea Alessandro Aresu, rischiamo di essere solo meri spettatori di una gara globale corsa da altri, «perché in questa parte di mondo non succede nulla di nuovo[28] ».
In un momento storico in cui gli stessi Stati Uniti devono esternalizzare le loro strutture, raggiungendo accordi di varia natura con altri Stati, l’Europa stessa oltre ad una robusta presenza di data center su suolo continentale può pensare a sistemi esternalizzati, inseriti in più ampi pacchetti diplomatico-commerciali.
Inoltre, proprio nell’ottica del rinvigorimento delle relazioni transatlantiche, si può pensare all’utilizzo della leva del venture capital statunitense, il quale a differenza dei soggetti materiali erogatori di prodotti o servizi digitali muove i suoi interessi in un campo che non renderebbe l’Europa tecnicamente dipendente, ma semplice partner contrattuale.
A questo meccanismo, andrebbe affiancata una organica politica di reperimento di fondi interni.
Naturalmente, non può sfuggire parlando di fondi, le questioni politiche già poste in America finiranno inevitabilmente per riproporsi nei Paesi europei, contrapponendo tra loro consenso elettorale e visione strategica del futuro.
Questa è la sfida della politica chiamata, finalmente, a decidere.
Questo è uno dei perni su cui si giocherà il futuro dell’Unione Europea, artefice del suo destino.
Bibliografia
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.
Note
[1] ∗ Vicepresidente con delega affari istituzionali AssoCyber, assegnista di ricerca in diritto pubblico Università degli studi Roma Tre.↩
[2] M. Esposito, AI Geopolitics and data centres in the age of technological rivalry, in World Economic Forum, 24 luglio 2025.↩
[3] B. Chen – M. Helmi Ali – M. Guo – M. Ouyang, Research on a Concept for Green Development Based on Industrial Big Data Infrastructure, in S. W. Leung (a cura di), Advances in Environmental Sustainability, Cham, Springer, 2025, 87 e ss.↩
[4] Standard 90.4-2019 – Energy Standard for Data Centers (ANSI Approved). Standard 127-2012 – Method of Testing for Rating Computer and Data Processing Room Unitary Air Conditioners (ANSI Approved). Norma tecnica ASHRAE I43-2015, concernente pratiche raccomandate e procedure di misurazione accurate per testare dispositivi di raffreddamento evaporativo indiretto.↩
[5] M. Truglia, Raffreddamento dei data center: le tecnologie più diffuse, in Agenda Digitale, 14 ottobre 2022.↩
[6] Sulle tecniche di raffreddamento, ampiamente, D. Trisciuoglio, Data center. Progetto, realizzazione, gestione, Milano, Tecniche Nuove, 2025, 83 e ss.↩
[7] D. Honghao, What it will take to make data centres more sustainable and fit for an AI future, in World Economic Forum, 17 giugno 2026.↩
[8] L. Watkowski – G. Oosterwyk – J.Elo, Data Centers and the Infrastructural Conditions of Digital Sovereignty, Relazione alla Conferenza ISJ, Milano, giugno 2026.↩
[9] A. R. Chow, The growing power of anti-data center activists, in Time, 19 giugno 2026.↩
[10] S. Mansoor, How the fight over US datacenters is scrambling this state’s politics: ‘We don’t want it’, in The Guardian, 16 giugno 2026.↩
[11] M. Scarboro – K. Miller, Federal AI Data Center Policy Meets Resistance from State Lawmakers, in Multistate, 14 aprile 2026.↩
[12] S. Cohn, Companies are demanding states cut red tape. Data center-wary voters may think differently, in CNBC, 22 giugno 2026.↩
[13] Z. Teirstein – K. Yoder, America’s data center backlash is bipartisan – can it stay that way?, in Grist, 22 giugno 2026.↩
[14] D. M. Kotliar – A. Gekker, Migrating the state into corporate clouds, in Information, Communication & Society, 14, 2024, 2566 e ss.↩
[15] A. Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, Torino, Einaudi, 2026, 198 e ss.↩
[16] L. Balestrieri, Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia, Roma-Bari, Laterza, 2026, 62 e ss.↩
[17] Sul rapporto tra territorio, design architettonico, potere politico e modello della Silicon Valley, L. Malfona, La fine della Silicon Valley. Architettura del capitalismo digitale, Torino, Treccani, 2026.↩
[18] V. Lehdonvirta, Cloud Empires, Torino, Einaudi, 2023, 143.↩
[19] L. Picotti, Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati, Milano, Egea, 2025, 23.↩
[20] E. Fishman, Chokepoints. How economic warfare is changing the world, London, Elliott & Thompson, 2025, 23 e ss., in particolare per il concetto di infrastruttura invisibile.↩
[21] L. Capone – A. Venanzoni, Thiel vola in Argentina. Perché il Paese di Milei attira il capo di Palantir, in Il Foglio, 16 maggio 2026.↩
[22] J. Monstadt – K. Saltzman, How data centers have come to matter: Governing the spatial and environmental footprint of the ‘digital gateway to Europe., in International Journal of Urban and Regional Research, 4, 2025, 757 e ss.↩
[23] E. Giordano, Europe must chooses between data center and climate goals, data center lobbys say, in Politico, 17 giugno 2026.↩
[24] S. K. Kimathi, Europe proposes energy standards for data centers, in Reuters, 4 giugno 2026.↩
[25] Le stime sono contenute nella policy europea sulla Energy performance of data centers.↩
[26] T. Chapman, Moody’s: Exploring the EU’s Data Centre Capacity Challenge, in Datacentre Magazine, 19 giugno 2026.↩
[27] M. Engström, Why half-measures won’t solve Europe’s data-centre energy crisis, in European Council on Foreign Relations, 5 giugno 2026.↩
[28] A. Aresu, Geopolitica dell’intelligenza artificiale, Milano, Feltrinelli, 2024, 218.↩
















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