Limiti di tempo, disattivazione dell’autoplay, verifica dell’età e protezioni extra: la scelta di Meta di patteggiare e pagare fino a 17,1 miliardi di dollari per le accuse mosse da diversi Stati Usa di danni ai minori causati dalle caratteristiche di Instagram e Facebook porterà ora all’introduzione di nuove funzioni per tutelare i ragazzi. E ha permesso intanto alla big tech di pagare briciole (l’1% del valore totale delle azioni dell’azienda) ed evitare una possibile condanna catastrofica, che potrebbe aver comportato il pagamento di centinaia di miliardi di dollari e, magari, una rivoluzione totale delle piattaforme.
Il caso giudiziario, l’ennesimo che negli ultimi mesi riguarda i social e i minori, apre una riflessione su come il 2026 stia diventando di fatto l’anno in cui le piattaforme sono chiamate a rispondere degli impatti del loro design sui soggetti vulnerabili, un trend che si sta diffondendo negli Usa e anche in Europa, come dimostra l’accusa mossa alla big tech di Mark Zuckerberg a luglio dalla Commissione Ue: “Non si tratta più soltanto di chiedere alle piattaforme quali contenuti lasciano circolare, ma come progettano l’ambiente digitale nel quale i minori esercitano i propri diritti”, spiega Oreste Pollicino, professore ordinario di diritto costituzionale, Università Bocconi e founder Oreste Pollicino Advisory.
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I perché delle accuse a Meta
La vicenda è, di fatto, iniziata cinque anni fa negli Stati Uniti con un’inchiesta di portata nazionale sul rapporto tra Meta e i minori. Il 24 ottobre 2023, i procuratori generali di diversi Stati hanno citato in giudizio Meta e alcune società del gruppo davanti a un tribunale federale, con l’accusa secondo cui Facebook e Instagram sarebbero stati sviluppati introducendo funzionalità in grado di incentivare comportamenti d’uso ripetitivi o compulsivi tra bambini e adolescenti. Per le accuse, alcuni pericoli sarebbero stati sottovalutati nella comunicazione pubblica. Inoltre, Meta avrebbe raccolto dati personali di utenti con meno di 13 anni in violazione della COPPA – Children’s Online Privacy Protection Act, la normativa federale statunitense che tutela la privacy dei minori di 13 anni online.
Il 18 agosto 2026 si è aperto il procedimento con ex manager della big tech che hanno sfilato in aula tra i testimoni. Appena una settimana dopo, Meta ha raggiunto l’accordo che può valere fino a 17,1 miliardi di dollari, da pagarsi in dieci anni e l’assunzione della responsabilità di modificare il funzionamento di Facebook e Instagram per tutelare maggiormente i minorenni. Il patteggiamento non è definitivo, si attende l’approvazione di Yvonne Gonzalez Rogers, giudice capo della Corte distrettuale federale per il Northern District of California.
Come spiega l’avvocata Francesca Niola, “le contestazioni mosse dai procuratori Usa riguardano quei meccanismi pensati per aumentare permanenza e coinvolgimento dei minori con conseguente raccolta dei dati e, di fatto, si pone un problema di sicurezza o meglio, di rappresentazione pubblica della sicurezza delle piattaforme dal punto di vista della tutela del consumatore“. L’accordo, infatti, “traduce questa impostazione in vincoli concreti sul prodotto. Meta dovrà intervenire sui tempi di utilizzo, o sulle notifiche, o sulla verifica dell’età con controlli affidati anche a un auditor indipendente. In sostanza, il design diventa materia giuridicamente rilevante”, aggiunge.
Cosa cambia per i minori su Instagram e Facebook
Le modifiche che Meta si impegna ad attuare su Instagram e Facebook per tutelare maggiormente i minori, come riportato dal New York Times, sono:
- Investimenti nelle tecnologie di verifica dell’età;
- un tetto automatico di due ore al giorno per gli utenti under 18, modificabile esclusivamente con il consenso di un genitore;
- La possibilità, finora non disponibile, di disattivare l’autoplay dei video;
- la possibilità per i teenagers di togliere l’impostazione sugli algoritmi personalizzati;
- un divieto di accesso notturno, dalla mezzanotte alle 6, per gli under 18, disattivabile soltanto da un genitore;
- Una notifica di avviso agli utenti under 18 ogni 15 minuti consecutivi passati sui social, le notifiche compariranno anche ogni 60 e 90 minuti di utilizzo consecutivo;
- Disabilitazione del conteggio dei “like” e dissuasione dall’utilizzo di filtri makeup estremi;
- lo stop alle notifiche durante l’orario scolastico (individuato dalle 8 alle 15);
- restrizioni per limitare i messaggi degli adulti ai ragazzi;
- la promessa di rispondere al 90% delle segnalazioni di contenuti e comportamenti dannosi da parte dei ragazzi.
Le nuove funzioni saranno attivate, ha spiegato Meta, nei prossimi sei mesi, alcune invece entro un anno.
I conti in tasca a Meta: perché il patteggiamento conviene alla big tech
L’accordo economico raggiunto è vantaggioso per la big tech, se consideriamo le cifre. Inizialmente, Meta dovrà pagare 12 miliardi di dollari ma, come spiega il New York Times, altri 5,1 miliardi di dollari potrebbero aggiungersi se Snapchat, TikTok e YouTube patteggeranno nelle loro cause con gli Stati e decideranno di apportare cambiamenti alle piattaforme.
Va considerato che 17,1 miliardi di dollari corrisponde a circa l’1 per cento del totale valore delle azioni di Meta, che vale 1,45 trilioni di dollari. L’anno scorso, Meta ha dichiarato ricavi per un totale di 200,97 miliardi di dollari e un profitto di 60,46 miliardi di dollari.
Gli impatti del patteggiamento di Meta: cosa succederà in Ue?
Al di là dei numeri, è evidente che il focus di legislatori e inquirenti si sta spostando sempre di più dalla tipologia di contenuti pubblicati sui social a come i social stessi sono costruiti e in che modo le loro caratteristiche intrinseche possono causare assuefazione e altri problemi. E questo sta avvenendo negli Usa come in Ue.
Infatti, “è precisamente su questo terreno che responsabilità delle piattaforme e costituzionalismo digitale sono destinati sempre più a incontrarsi”, spiega Oreste Pollicino. Dunque, “il caso Meta segna un passaggio che va ben oltre la dimensione, pur impressionante, dell’accordo economico. Per la prima volta il vero oggetto della regolazione diventa l’architettura dell’attenzione: tempi, notifiche, feed, like, mecanismi di engagement”.
Per l’Europa, aggiunge Niola, “il passaggio è particolarmente interessante perché su questo l’UE è avanti. L’articolo 28 del Digital Services Act impone già alle piattaforme accessibili ai minori un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione; gli orientamenti della Commissione collegano espressamente questo obbligo al design persuasivo, ai sistemi di raccomandazione, all’autoplay, alle notifiche e agli strumenti di age assurance”.
Ne consegue che “il settlement americano rafforza quindi una traiettoria già visibile nel diritto europeo: progettare una piattaforma significa anche governarne i rischi”, conclude.
Danni social ai minori, che si fa in Italia?
In Italia, le proposte in Parlamento “ci sono. quello che è mancato finora è la volontà di trasformarle in regole”, commenta in una nota la deputata Pd e Vicepresidente della Camera, Anna Ascani. E aggiunge che il patteggiamento di Meta negli Usa “conferma la gravità di un problema che non può più essere sottovalutato: la dipendenza dai social esiste e può avere conseguenze gravi, soprattutto sui più giovani. Quanto emerso nel procedimento americano è ancora più allarmante: misure più incisive a tutela degli adolescenti sarebbero state accantonate perché avrebbero ridotto il tempo trascorso online. Se proteggere meglio un ragazzo significa ridurre il tempo trascorso online e quindi i profitti delle piattaforme, non possono essere Meta o qualsiasi altra azienda tecnologica a decidere dove mettere l’asticella”.
Del resto, aggiunge, “dall’Australia alla Francia, fino alla Danimarca, diversi Paesi, pur tra difficoltà e soluzioni differenti, stanno cercando di intervenire per proteggere bambini e adolescenti. E l’Italia? Non possiamo lasciare le famiglie sole di fronte ad aziende che dispongono di strumenti potentissimi per catturare e trattenere l’attenzione dei loro figli con danni che rischiano di essere permanenti. È ora che il Governo affronti seriamente il problema, coinvolgendo tutte le forze politiche che hanno avviato da tempo un confronto su questo, e metta la tutela dei minori davanti agli interessi delle piattaforme”.












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