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Maturità digitale delle PMI, come valutarla: la ricerca



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Le PMI italiane faticano nella trasformazione digitale e il divario territoriale resta stabile. Un framework di Roma Tre individua tre leve, infrastrutture, competenze e sicurezza, per misurare la maturità digitale delle imprese e orientare investimenti, formazione e politiche pubbliche nel tempo

Pubblicato il 11 set 2026

Deanira Laze

dottoranda di ricerca presso il Dipartimento di Economia Aziendale Università degli Studi Roma Tre

Flavia Marucci

dottoranda di ricerca presso il Dipartimento di Economia Aziendale Università degli Studi Roma Tre



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Le piccole e medie imprese rappresentano circa il 99% delle imprese europee e in Italia generano oltre il 65% del valore aggiunto nazionale (dati Commissione Europea). Nonostante la loro rilevanza economica, le PMI fanno fatica a tenere il passo nella corsa alla trasformazione digitale rispetto alle grandi aziende, penalizzate da risorse limitate e da barriere sistemiche che rallentano l’adozione di nuove tecnologie.

Di fronte a questo scenario un gruppo di ricerca del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università degli Studi di Roma Tre ha scelto un angolo diverso da cui affrontare il problema: non un ulteriore strumento di misurazione, ma una guida capace di orientare imprese e policymaker nel posizionare le PMI rispetto al proprio grado di maturità digitale (Digital Maturity, DM), tenendo conto delle loro caratteristiche peculiari. Una base di partenza che, in prospettiva, potrebbe evolversi anche in un sistema a punteggio, capace di tradurre la maturità digitale di un’impresa in un indice sintetico.

Maturità digitale delle PMI: definizione e framework

Nonostante se ne parli da anni, la DM non ha una definizione univoca in letteratura. Alcuni studiosi la considerano un percorso strutturato, misurabile e replicabile; altri ne contestano la solidità metodologica, osservando che i modelli esistenti spesso restano generici o poco applicabili nella pratica. Questa ambiguità pesa in modo particolare sulle PMI, che non dispongono delle strutture organizzative e dei dati storici su cui si basano i modelli pensati per la grande impresa. Infatti, la letteratura sulla DM si è sviluppata quasi esclusivamente attorno alle grandi imprese manifatturiere, lasciando scoperte le PMI che, per dimensioni e disponibilità di dati, richiedono strumenti di valutazione diversi e approcci specifici.

Un gruppo di ricercatrici dell’Università degli Studi Roma Tre ha provato a colmare questo vuoto, sviluppando un framework di maturità digitale pensato specificamente per le PMI italiane. Il modello, nato inizialmente per studiare le organizzazioni attive nel settore dei servizi, presenta una struttura dinamica che si presta a essere estesa a tutti i tipi di piccole e medie imprese, a prescindere dal settore di appartenenza. Questo perché il framework proposto si basa su un’idea semplice: la maturità digitale non è un numero, ma il risultato dell’interazione tra più dimensioni, che vanno misurate e sviluppate insieme.

Le tre dimensioni della maturità digitale nelle PMI

Il framework proposto si compone di tre dimensioni.

Infrastruttura digitale ed efficienza operativa.

È la dimensione più “tradizionale” del modello, e analizza hardware, software, connettività e automazione dei processi adottati dalle PMI. Rappresenta la base abilitante su cui si costruisce ogni ulteriore sviluppo digitale: una condizione necessaria sia per il data-driven decision making – cioè per prendere decisioni aziendali sulla base dell’analisi sistematica dei dati, invece che sull’intuito o sull’esperienza – sia per la scalabilità del business.

Competenze e leadership digitale.

Nel mondo della trasformazione digitale la tecnologia da sola non basta: servono persone in grado di utilizzarla e una leadership capace di guidare il cambiamento organizzativo. Questa dimensione sposta l’attenzione dagli strumenti alle capacità, alle competenze diffuse in azienda e alla cultura manageriale che ne determina l’effettivo utilizzo. È qui che entra in gioco la formazione: non un intervento occasionale, ma un investimento continuo, capace di aggiornare le competenze digitali a tutti i livelli dell’organizzazione, dai collaboratori operativi al management. In sintesi, riporta al centro della trasformazione la componente umana.

Sicurezza e collaborazione digitale.

La terza dimensione riguarda la protezione degli asset digitali e la capacità di costruire relazioni di fiducia, sia internamente sia con fornitori, clienti e partner. Una postura aziendale in grado di garantire sicurezza digitale è ciò che rende possibile la collaborazione digitale, elemento sempre più decisivo per la continuità operativa e la crescita.

Il dato più interessante emerso dall’analisi non riguarda, tuttavia, le singole dimensioni della maturità digitale e la loro misurazione, ma la loro interdipendenza. Attraverso l’analisi di un ampio set di variabili raccolte dai questionari alle imprese Istat, il modello individua tre dimensioni costitutive della DM che, pur distinte concettualmente, si sono rivelate fortemente correlate tra loro: un’impresa che investe solo in infrastruttura tecnologica senza sviluppare competenze, o che innova senza presidiare la sicurezza, difficilmente raggiunge una maturità digitale reale e duratura. Questo è un punto che ha implicazioni dirette per chi deve decidere dove indirizzare gli investimenti: la trasformazione digitale non ammette una “mentalità a silos”.

Non basta digitalizzare un processo o acquistare un software: la maturità digitale si costruisce con un progresso parallelo su infrastruttura, competenze e sicurezza. Per una PMI, spesso abituata a investire in modo incrementale e su singole priorità, questo significa ripensare la strategia digitale come un percorso integrato, non come una somma di interventi isolati.

Maturità digitale delle PMI italiane: i dati Istat sul territorio

Applicato ai dati Istat 2022, il framework restituisce una fotografia a tre velocità del territorio italiano. Sulla base delle elaborazioni realizzate dalle autrici, le regioni italiane possono essere suddivise in tre macro gruppi, caratterizzati da tre diversi livelli di digitalizzazione.

Un primo gruppo, che comprende gran parte del Centro-Sud e alcune regioni del Nord-Est (tra cui Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Puglia, Calabria, Sardegna), si colloca sotto la media nazionale su tutte e tre le dimensioni, con investimenti limitati in tecnologia e formazione. Un secondo gruppo — che include Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia — mostra valori moderatamente superiori alla media, con un’adozione più attiva di strumenti digitali, pur con differenze interne significative. La Lombardia, infine, emerge da sola come terzo cluster, con valori nettamente superiori alla media su tutte le dimensioni, trainata da investimenti robusti in infrastrutture, R&S e formazione del personale.

Il dato più interessante, però, non è la classifica in sé, ma la sua stabilità: il confronto tra le rilevazioni 2018 e 2022 mostra una gerarchia territoriale quasi invariata, con l’eccezione della Sicilia, passata dal gruppo a bassa maturità a quello intermedio. Un segnale che il divario digitale tra territori tende a consolidarsi senza politiche mirate, e che conferma l’utilità del framework come strumento di monitoraggio nel tempo, oltre che di fotografia statica.

Maturità digitale delle PMI: dalla diagnosi alle politiche

Il valore del framework non si esaurisce nella fotografia statistica. È pensato, prima di tutto, come strumento operativo: per gli imprenditori e i manager di PMI, offre una griglia di autovalutazione per capire su quale dimensione la propria azienda è più fragile, orientando le scelte di investimento in modo più mirato rispetto a un approccio “per tentativi”. Per i policymaker, invece, il framework consente di leggere le differenze territoriali tra le imprese italiane e di individuare dove le politiche di sostegno alla digitalizzazione risultano più o meno efficaci, permettendo di calibrare bandi, incentivi e programmi di formazione sulle reali criticità di ciascun contesto, anziché su misure uniformi valide ovunque.

PMI e maturità digitale: il ruolo dell’intelligenza artificiale

I dati alla base dell’analisi provengono dalle rilevazioni Istat 2018 e 2022, un orizzonte che nel frattempo ha visto accelerare in modo significativo l’adozione di tecnologie di intelligenza artificiale anche tra le imprese di piccole dimensioni. Proprio per questo, il framework non va letto come un modello statico, ma come un’architettura concettuale destinata ad evolversi.

L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non rappresenta una quarta dimensione a sé stante, ma un indicatore di ordine superiore che attraversa trasversalmente le tre componenti individuate: richiede infrastrutture adeguate per essere implementata, competenze specifiche per essere utilizzata in modo efficace e presidi di sicurezza rafforzati per gestirne i rischi. Integrare variabili legate all’adozione dell’AI negli aggiornamenti futuri del framework permetterebbe di mantenerlo allineato alla rapidità con cui evolve il concetto stesso di maturità digitale, senza però intaccarne l’impianto originario basato sull’integrazione delle tre dimensioni.

Maturità digitale delle PMI: la validazione del framework

Il lavoro delle ricercatrici di Roma Tre si presenta esplicitamente come un punto di partenza, non come un modello definitivo. Il passo successivo, indicato dalle stesse autrici, riguarda la validazione sul campo del framework, attraverso un confronto diretto con le imprese, e l’aggiornamento periodico dei dati per seguire l’evoluzione, tutt’altro che lineare, della trasformazione digitale delle PMI italiane.

Ma l’impianto concettuale, con la sua insistenza sull’integrazione tra infrastruttura, competenze e sicurezza, resta un contributo utile per chiunque debba oggi progettare, o finanziare, la digitalizzazione delle piccole e medie imprese.

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