Le nuove linee di indirizzo AGENAS trasformano le 19mila farmacie convenzionate in nodi della rete di telemedicina. Il modello organizzativo c’è, ed è buono. Ma tre cose vanno recepite subito, prima che il PNRR chiuda i rubinetti e ci ritroviamo con gli elettrocardiografi in vetrina e nessuno che li paghi.
In migliaia di piccoli comuni italiani l’ultimo presidio sanitario aperto tutti i giorni non è un ambulatorio, non è una Casa della Comunità, non è il medico di famiglia che passa due mattine a settimana: è la farmacia.
Possiamo continuare a raccontarci che l’assistenza territoriale si costruisce con i mattoni e i cartelli, oppure prendere atto che, in mezza Italia, il territorio ha già scelto da solo dove il cittadino entra quando sta male. AGENAS, con le Linee di indirizzo per l’erogazione di servizi di telemedicina nelle farmacie convenzionate[footnoteRef:1], pubblicate in consultazione a settembre, ha fatto una cosa rara nella pubblica amministrazione italiana: ha guardato la realtà prima di scrivere il regolamento.
AGENAS, “Linee di indirizzo per l’erogazione di servizi di telemedicina nelle farmacie convenzionate“, settembre 2026.
Indice degli argomenti
Telemedicina nelle farmacie: il quadro normativo e organizzativo
Il documento nasce dal Protocollo d’intesa AGENAS–Federfarma del 21 marzo 2025, pensato inizialmente per le farmacie rurali ed esteso, su base volontaria, anche a quelle urbane purché dispongano di apparecchiature idonee. Non è una norma prescrittiva — lo dice esplicitamente — ma un modello organizzativo di riferimento offerto a Regioni e Aziende sanitarie per costruire gli accordi attuativi locali, dentro la cornice del D.M. 77/2022 e della Missione 6 del PNRR. Il quadro giuridico, per una volta, è solido: dal decreto legislativo 153/2009 sulla “farmacia dei servizi” fino alla Legge di Bilancio 2026, che all’articolo 1 comma 351 stabilisce che i servizi resi dalle farmacie sono stabilmente integrati nel Servizio sanitario nazionale e riconosce le farmacie come strutture eroganti prestazioni sanitarie[footnoteRef:2]. Sedici anni per arrivare dall’idea alla stabilizzazione: la velocità di crociera del nostro sistema.
Quali servizi di telemedicina si potranno fare in farmacia
Cosa si potrà fare, concretamente, dietro il banco? Televisita in uno spazio riservato, con il farmacista che prepara l’ambiente e assiste il cittadino nel collegamento; telemonitoraggio e telecontrollo di parametri come pressione, glicemia, saturazione; teleconsulto tra il medico di famiglia e lo specialista, anche con il paziente presente — che è, di fatto, la visita multidisciplinare che nelle aree interne non si è mai riusciti a organizzare; teleassistenza ed educazione terapeutica. E poi il capitolo che farà discutere: Holter pressorio, Holter cardiaco, elettrocardiogramma e auto-spirometria eseguiti in farmacia, con invio dei tracciati a un centro di tele-refertazione e restituzione del referto certificato, con oneri a carico delle Amministrazioni regionali.
Responsabilità clinica e ruolo del farmacista
Qui il documento è chirurgico, e va letto con attenzione da chi teme la “privatizzazione strisciante” del territorio. La farmacia non assume alcuna responsabilità clinica: svolge una funzione tecnico-logistica e di facilitazione. Il farmacista applica gli elettrodi, avvia la registrazione, trasmette i dati, consegna il referto — ma non interpreta il dato clinico. La responsabilità dell’atto sanitario resta integralmente in capo al professionista che lo eroga. Le prestazioni sono attivabili solo su prescrizione medica, e la scelta tra presenza e distanza è di esclusiva competenza del medico prescrittore, che ne valuta l’appropriatezza clinica[footnoteRef:3]. Chiunque abbia seguito il dibattito degli ultimi anni sulla refertazione da remoto sa quanto questi paletti siano stati sudati. Bene così: la telemedicina in farmacia funziona se è un’estensione del Servizio sanitario, non un mercatino parallelo di esami senza indicazione.
Telemedicina in farmacia, i tre problemi ancora aperti
E allora dove sono i problemi? Sono tre, e sono tutti nella parte del documento che va recepita rapidamente, non “nell’ambito di successivi atti”.
Tariffe e remunerazione delle prestazioni
Il primo si chiama soldi, e sta in una frase che dovrebbe togliere il sonno a qualche assessore: le attività di telemedicina in farmacia si configurano come servizi aggiuntivi erogati su base volontaria, e “in attesa di un aggiornamento del nomenclatore tariffario nazionale che recepisca pienamente le prestazioni di telemedicina in farmacia”, tariffe e remunerazione sono definite a livello regionale negli accordi integrativi regionali. Tradotto: un ECG refertato a distanza vale una cifra in Veneto, un’altra in Calabria, forse zero in una Regione in piano di rientro che decide di non firmare nulla. L’aggiornamento del nomenclatore tariffario è la cosa più urgente di tutto il dossier, e non dipende da AGENAS: dipende dal Ministero e dalla Conferenza Stato-Regioni. Senza quello, la telemedicina di prossimità nasce già come servizio a geometria variabile — esattamente la disuguaglianza geografica che il PNRR diceva di voler ridurre.
Il nodo dei dispositivi diagnostici
Il secondo problema è nascosto in una nota tecnica di poche righe, di quelle che nessuno legge e che poi decidono il destino dei progetti. Le postazioni di base — tablet, webcam, connessione — sono finanziate dal PNRR e fornite in comodato d’uso. I dispositivi diagnostici, cioè proprio ECG, Holter e spirometri, non rientrano nella fornitura nazionale: sono a carico delle singole farmacie, oppure oggetto di accordi integrativi regionali[footnoteRef:4]. Il che significa, con brutale semplicità, che la telecardiologia arriverà dove il titolare ha i margini per comprarsi l’apparecchio. Nelle farmacie rurali, quelle che il Protocollo AGENAS–Federfarma voleva servire per prime, i margini sono spesso quello che restano dopo l’indennità di residenza. Se le Regioni non intervengono subito con linee di finanziamento dedicate, avremo telemedicina nei centri storici e nulla nei paesi: il contrario dichiarato dell’obiettivo.
Interoperabilità con FSE e CUP
Il terzo nodo è quello che conosciamo meglio, perché ci accompagna da vent’anni: l’interoperabilità. Il documento chiede che tutti i dati alimentino i sistemi informativi regionali, da lì le Infrastrutture Regionali di Telemedicina, e da lì l’Infrastruttura Nazionale dentro la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, con integrazione al Fascicolo Sanitario Elettronico “ove possibile” e prenotazione tramite CUP locale “laddove previsto”. Quei due “ove” e “laddove” sono la storia della sanità digitale italiana in sei sillabe. Se il referto dell’Holter finisce solo in un pdf consegnato allo sportello e non nel Fascicolo, non abbiamo fatto telemedicina: abbiamo fatto un servizio di corriere sanitario con la firma digitale. L’integrazione con FSE e CUP va resa obbligatoria negli accordi attuativi, non facoltativa, e va fatta prima dell’avvio dei servizi, non dopo.
Formazione e indicatori per la telemedicina nelle farmacie
Ci sono poi due cose che meritano un applauso sincero. La formazione, trattata come “condizione indispensabile” e non come modulo e-learning da timbrare: modulo tecnico-operativo sui dispositivi, modulo organizzativo su CUP e FSE, modulo comunicativo su accoglienza e consenso informato, con documentazione tracciabile per l’audit. E il cruscotto di indicatori del capitolo 10, che introduce metriche che finalmente misurano ciò che conta: tasso di copertura territoriale, riduzione dei tempi di attesa, coinvolgimento di medici di famiglia e pediatri, riduzione della mobilità sanitaria, e soprattutto il tasso di autosostenibilità — quante prestazioni resterebbero in piedi con le risorse ordinarie, senza PNRR[footnoteRef:5]. È l’indicatore più onesto che abbia letto in un documento pubblico italiano degli ultimi anni: chiedere a un progetto finanziato con fondi straordinari di dichiarare, dal primo giorno, quanto sopravviverà quando quei fondi finiranno. Peccato che il set definitivo, le modalità e le tempistiche di raccolta saranno definiti “con successivi atti”: e i successivi atti, nella nostra tradizione amministrativa, sono il luogo dove le buone idee vanno a riposare.
Il futuro della telemedicina di prossimità
Il documento è in consultazione pubblica: chi lavora nel territorio ha il dovere professionale di leggerlo e commentarlo, invece di aspettare di trovarselo in Gazzetta e lamentarsi. Perché il modello organizzativo, questa volta, è scritto bene. Ma un modello organizzativo senza tariffe, senza dispositivi e senza interoperabilità è un ottimo spartito consegnato a un’orchestra senza strumenti. E il pubblico — i pazienti cronici dei nostri paesi, che oggi prendono due autobus per un elettrocardiogramma — ha già comprato il biglietto da parecchio tempo.




















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