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Direttore responsabile Alessandro Longo

beni culturali

Mibact: “Così gli Open Data della cultura creano crescita e sviluppo”

di Laura Moro, direttore dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

18 Lug 2017

18 luglio 2017

Al Mibact servono strumenti stabili per riconoscere la domanda, analizzarla, organizzarla, soddisfarla, così da creare valore (ossia servizi di qualità ai cittadini) dal riutilizzo dei dati aperti. Un gap che si vuole colmare con la pubblicazione del portale dei dati dei beni culturali

Con la pubblicazione del sito Dati.beniculturali.it il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo intende consolidare e rilanciare il processo di apertura dei dati della cultura, già avviato negli anni passati su iniziativa di alcuni istituti. L’obiettivo è quello di trasformare un adempimento normativo in un’occasione di crescita complessiva dell’amministrazione: il Mibact, infatti, dopo aver automatizzato gli strumenti per la conoscenza del patrimonio attraverso la catalogazione informatizzata (esperienze che hanno ormai più di trenta anni) e aver avviato la pubblicazione dei dati attraverso il web, deve ora affrontare un ulteriore step relativo alla condivisione e alla circolazione dei dati conoscitivi del patrimonio culturale. Si tratta quindi di passare da un’impostazione basata sull’informatizzazione, tesa sostanzialmente alla velocizzazione e all’efficientamento dei processi, alla transizione digitale, ossia al ripensamento complessivo dei servizi offerti alla collettività.

Il quadro normativo attuale spinge su un doppio binario: da un lato la pubblicazione dei dati come forma di trasparenza e accountability; dall’altro il riutilizzo dei dati come incentivo per la crescita e lo sviluppo (e molte attese ci sono in tal senso riguardo ai dati del patrimonio culturale). Questo doppia finalità chiama in causa sia il Mibact che i cittadini, in quanto entrambi attori di un processo che vede il rilascio dei dati da un lato, e il loro riutilizzo dall’altro, come due facce di una stessa medaglia. I due momenti si completano a vicenda, giacché non si può dire compiuto l’operato dell’amministrazione se i dati pubblicati in ragione della trasparenza non generano valore per la collettività.

Dai tavoli avviati già tre anni orsono con AGID è emerso come i dati sui luoghi della cultura potessero essere considerati strategici per le finalità sopra accennate. Per rispondere a tale istanza, la Direzione generale Organizzazione del Mibact, alla quale compete il coordinamento in materia di innovazione e di politiche del digitale, ha avviato nel 2015 sotto il coordinamento di Annarita Orsini un percorso che oggi, alla luce dei risultati raggiunti, può essere considerato virtuoso: dotarsi di solidi strumenti per pubblicare dati aperti di qualità. Ciò ha significato partire dalla costruzione di un’ontologia per la modellazione dei dati relativi ai luoghi e agli eventi culturali, che partisse dal coinvolgimento di tutti gli esperti di dominio interni al Mibact (un mondo ampio e articolato che riguarda musei, archivi, biblioteche, istituti di ricerca e soprintendenze) e che si affinasse attraverso il confronto con alcuni soggetti esterni impegnati in percorsi analoghi. Il risultato, Cultural-ON, è ora a disposizioni di quanti vogliano riutilizzare l’ontologia per i propri processi interni di creazione di LOD.

A partire da questa ontologia sono stati modellati e pubblicati i dataset relativi ai luoghi della cultura, già residenti nei sistemi informativi di produzione (DBUnico gestito dall’Ufficio stampa del Mibact; Anagrafe delle biblioteche gestita dall’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche; Anagrafe degli archivi di Stato gestita dall’Istituto centrale per gli archivi; contenitori fisici di beni culturali gestiti dall’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione).

In questo processo il Mibact, come molte altre amministrazioni statali, si è trovato ad affrontare alcuni gap strutturali:

gap tecnologico: le competenze, i contenuti scientifici e i dati vengo offerti nella maggior parte dei casi con modalità, formati e mezzi arretrati rispetto a quello che oggi è lo standard medio per la circolazione delle informazioni sul web e per l’interazione con il pubblico; anche alcune esperienze del Mibact avviate in modo soddisfacente alcuni anni fa mostrano oggi le corde;

gap informativo: il Mibact conosce poco, e in modo non strutturato, quelli che sono i suoi stakeholder, i fruitori dei servizi che eroga e in generale il mercato in cui questi servizi si inseriscono; questo anche perché non sono mai stati attivati misuratori di impatto ma solo – e recentemente – di risultato. Tuttavia, anche il mercato non conosce le attività del Mibact, quali le effettive potenzialità e risorse, dal momento che continua a dominare il preconcetto di una pubblica amministrazione lenta, opaca e vischiosa, da cui ottenere servizi interagendo il meno possibile;

gap reputazionale: il Mibact non riesce a collocarsi tra i “fornitori” interessanti per il mercato, perché rapportarsi con esso è complesso per i motivi di cui si è accennato sopra.

Al tempo stesso, anche la domanda è frammentaria quanto l’offerta: i portatori di interessi fanno infatti fatica a posizionarsi in modo chiaro e a formulare le loro richieste. Le istanze che pervengono sono riconducibili alla scala macro (portate prevalentemente dall’associazionismo, tendono ad enunciare principi più che a formulare richieste chiare: “Libero accesso alla cultura”, “Immagini libere per i beni culturali”, “Libere riproduzioni negli archivi”, ecc.) o alla scala micro (richieste di risoluzione di problemi specifici di singoli soggetti, piccole forniture di dati, richieste di accesso per ricerche personali; nessuna di queste domande produce valore collettivo che può essere condiviso perché muovono da interessi strettamente specifici).

In ogni caso il Mibact non ha ancora sviluppato strumenti stabili per riconoscere la domanda, analizzarla, organizzarla, soddisfarla, se non caso per caso a livello di singolo istituto.

Il progetto dunque che prende ora concreto avvio con la pubblicazione del portale dei beni culturali, si propone di stimolare il cambiamento, affinché la trasparenza sia considerata un’opportunità per creare valore, sia all’interno che all’esterno dell’amministrazione. Il valore che ci si aspetta di creare all’interno dell’organizzazione è quello di trasformare ciò che viene percepito come un adempimento in una successione di azioni coerenti e condivise che consentano di chiarire quale sia la posizione di ciascuno settore nell’ambito degli obiettivi dell’amministrazione nel nuovo orizzonte che la normativa sulla trasparenza ha introdotto.

Sul fronte esterno, partendo dalla considerazione che fare rete richiede in primo luogo una prospettiva comune, ossia che tutti debbano intravedere il vantaggio nella condivisione dei dati, l’aspettativa del progetto è quella di superare le barriere che ancora esistono tra le istanze di chi produce i dati e quelle di chi li utilizza o vorrebbe riutilizzarli.

Il progetto dati.beniculturali.it si è proposto dunque di creare (nel senso di immaginare, definire e realizzare) le condizioni e gli strumenti affinché sia possibile far incontrare l’offerta (il patrimonio informativo del Mibact) con la domanda (le istanze di riuso). Questo non accade per diretto effetto della norma, che asserisce – quasi in modo assiomatico – che la pubblicazione di dati aperti genera valore nella società. Ciò che può creare effettivamente valore è l’incontro tra le competenze di chi produce i dati e quelle di chi effettivamente li riutilizza. Ribaltando la prospettiva dal prodotto-dato al processo-competenza tecnica, ritengo si potranno aprire le opportunità di crescita più interessanti.

  • elena

    Mi chiedo se farà la fine di tutti gli altri portali via via creati negli anni dal ministero (vedi Culturaitalia) e di fatto abbandonati poco tempo dopo… le premesse sono assolutamente identiche.

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