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Vibe coding nella PA: perché l’AI può sostituire l’Excel in Comune



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In Comune il digitale spesso rallenta e l’Excel diventa valvola di sfogo. Con il vibe coding e l’AI che scrive codice, bisogni reali possono diventare micro-soluzioni condivisibili su GitHub. Cambiano governance, rapporto coi fornitori e velocità dei processi, ma servono regole solide su sicurezza, privacy e qualità

Pubblicato il 17 feb 2026

Andrea Tironi

Project Manager – Digital Transformation

William Zisa

Esperto di OKR



Soluzioni intelligent document processing

Il vibe coding nei Comuni nasce da una routine che molti conoscono: una PEC da aprire, il copia-incolla nel gestionale, poi l’Excel “storico” per controllare regole che il sistema non prevede.

È lì, tra workaround e file sparsi, che l’AI può cambiare passo: se trasformare un’esigenza in un piccolo software diventa rapido, l’ufficio smette di inseguire i limiti dei programmi e torna a progettare il lavoro, invece di aggirarlo.

La scena quotidiana: quando il digitale rallenta

Una mattina qualunque in Comune. Una PEC arriva, qualcuno la apre, copia un pezzo di testo, incolla in un gestionale, poi apre un foglio Excel “storico” per controllare una regola che il software non conosce. Poi un altro file per fare un elenco, poi un altro ancora per incrociare due colonne che “il sistema non permette di incrociare”. Nel frattempo si annota a mano una cosa che servirà dopo, perché “tanto non c’è il campo”. Alla fine la pratica va avanti, ma non grazie al digitale: nonostante il digitale.

Ecco la provocazione, detta con educazione e che ad alcuni potrebbe sembrare una follia, soprattutto a quelli che non hanno ancora capito il potenziale dell’AI: il prossimo software per i Comuni potrebbe non arrivare da una software house. Potrebbe arrivare dagli uffici. Dai dipendenti pubblici. Non perché improvvisamente tutti diventeranno programmatori, ma perché si sta aprendo un varco enorme tra “sapere cosa serve” e “poterlo trasformare in software”. Quel varco, per decenni, è stato occupato da analisti, capitolati, ticket, roadmap, preventivi, moduli aggiuntivi, personalizzazioni, tempi di rilascio. Oggi c’è un oggetto nuovo in mezzo che cambia i rapporti di forza: l’AI che scrive codice insieme a te, mentre tu descrivi il problema come lo vivi. La tua idea, il tuo mindset che puoi tradurre da solo in applicazione che risolve il tuo problema, adesso.

Vibe coding nei Comuni: che cos’è e perché non è una moda

Il nome un po’ pop di questa cosa è vibe coding. Sembra una moda, in realtà è un passaggio di fase. Non è “scrivere software a caso”, è il contrario: è prendere esigenze reali, sporche, quotidiane, e trasformarle rapidamente in piccole soluzioni funzionanti. Con strumenti come Claude Code, per esempio, non devi partire da zero né conoscere a memoria la sintassi: descrivi l’obiettivo, ottieni una prima bozza, la provi, la correggi, la fai evolvere. È una conversazione che produce software.

GitHub come memoria collettiva: codice che si riusa e si migliora

E adesso mettiamoci dentro GitHub, che non è “il social dei programmatori”, ma una cosa molto più semplice e molto più potente: un posto dove il codice vive, si versiona, si commenta, si migliora, si riusa. Dove una soluzione non rimane sul PC del collega “bravo con Excel”, ma diventa un pezzo di patrimonio condivisibile. GitHub, in questo scenario, è la memoria collettiva open della PA. Claude Code è la macchina che accelera la trasformazione dell’esigenza in implementazione. E i dipendenti pubblici sono quelli che finalmente smettono di essere solo utenti e tornano ad essere progettisti del proprio lavoro.

Perché l’Excel domina: il processo che diventa software

C’è un punto storico che ci ha portati qui. Nel passaggio dall’analogico al digitale abbiamo fatto una scelta comprensibile: abbiamo preso i processi di prima e li abbiamo messi dentro un software. Era la via più rapida. Però quella scelta ha avuto un effetto collaterale gigantesco: a un certo punto il software non ha più “supportato” il processo, ha iniziato a “essere” il processo. E quando il processo cambia, o quando emerge un caso non previsto, non lo cambi tu: aspetti il fornitore. A volte paghi un modulo. A volte paghi un progetto. A volte ti arrangi. E quando ti arrangi, spesso ti arrangi con Excel.

Excel come valvola di sfogo e “software fantasma”

Excel, in Comune, non è un’abitudine. È una valvola di sfogo. È il modo con cui l’organizzazione recupera elasticità quando il gestionale è rigido, quando i sistemi non si parlano, quando le API non ci sono o ci sono ma “non come servirebbe”, quando ogni variazione costa e richiede tempo.

Il foglio di calcolo è diventato un linguaggio parallelo. Un livello applicativo non dichiarato.

E questa è la parte più paradossale: nel nome della sicurezza e dell’ordine abbiamo costruito un ecosistema dove la parte più critica del lavoro spesso vive in strumenti che non hanno versioning, audit, test, controllo degli accessi, tracciabilità reale. Sotto il cofano della PA digitale, c’è tantissimo “software fantasma” (Shadow Excel Software), e si chiama file.

Vibe coding nei Comuni: micro-soluzioni al posto dei workaround

Ora, se il vibe coding rende possibile creare piccoli pezzi di software su misura, velocemente, con una qualità potenzialmente superiore a quella di un foglio Excel, cosa succede? Succede che la PA può smettere di fare workaround e iniziare a fare micro-soluzioni. Non un altro mega-gestionale.

Non l’ennesimo “modulo”. Ma “softwarini” che risolvono problemi puntuali: un validatore di dati prima dell’invio, un connettore tra due sistemi, un estrattore che prepara un report come serve davvero all’ufficio, un generatore di documenti con regole aggiornabili, un controllo automatico di coerenza che oggi si fa a occhio, un piccolo cruscotto per seguire uno specifico procedimento. Cose piccole, precise, che riducono errori, tempi e stress.

Cosa cambia per i fornitori: da rendita a servizi e competenze

La svolta, però, non è solo tecnica. È economica e industriale. Perché se un Comune può produrre questi “softwarini” e condividerli, cosa resta della software house come la conosciamo oggi? Qui bisogna essere chiari: non sto dicendo che i fornitori spariranno. Sto dicendo che potrebbe sparire un certo tipo di rendita.

Quella basata sul fatto che solo loro possono mettere mano al software, solo loro controllano la roadmap, solo loro fanno l’integrazione, solo loro “sanno come funziona”. Se invece l’ente pubblico possiede e governa una base software condivisa, e i fornitori entrano come manutentori, integratori, specialisti di sicurezza, gestori di piattaforme, allora il rapporto cambia. Non compri più scatole chiuse e “personalizzazioni”.

Compri competenze e servizi attorno a componenti aperti e riusabili. È una differenza enorme. È passare da dipendenza a ecosistema, a Government as Platform (Piano Triennale docet).

Un repository pubblico condiviso: la provocazione del “software della PA”

E qui arriva l’idea più disturbante, perché mette davvero in discussione l’assetto attuale: e se esistesse un “software della PA” su GitHub, costruito e mantenuto dalla PA, dove ogni Comune contribuisce e riusa?

Un posto in cui chi lavora sul campo non deve più tradurre il bisogno in un capitolato infinito sperando di essere capito, ma può aprire un’issue, descrivere il problema, provare un prototipo generato con AI, e farlo migliorare con contributi di altri enti. In cui una modifica utile a un Comune non viene pagata e duplicata cento volte, ma viene condivisa e raffinata.

In cui il miglioramento continuo non è un extra, è il metodo. In cui il modulino che risolve il problema al comune A, diventa patrimonio degli altri 8000 comuni?

Issue, prototipi, contributi: ridurre distorsioni tra bisogno e soluzione

La parte più bella (e più scomoda) di questo modello è che riduce il filtro. Oggi il bisogno dell’operatore attraversa strati: interpretazione, analisi, priorità, budget, pianificazione, sviluppo, rilascio.

Ogni passaggio deforma un po’. Alla fine ti arriva una funzione che “più o meno” risolve. Nel frattempo tu hai fatto tre Excel per lavorare. In un modello di vibe coding più repository condiviso, il bisogno può diventare software con meno distorsioni.

Non perché l’AI sia magica, ma perché accorcia il ciclo tra problema e soluzione. È come passare dal dover ordinare un mobile su misura con settimane di attesa, al poterlo stampare, provarlo, modificarlo e riprovare.

Governance e sicurezza: la condizione per non fare danni

Naturalmente non è tutto rose e fiori. Se questa cosa parte male, diventa un festival di script pericolosi che toccano dati sensibili. Qui bisogna essere adulti tecnologicamente: sicurezza, privacy, governance, qualità del codice non sono dettagli, sono l’ossatura.

Serve un orchestratore (PagoPA s.p.a.?) “Fare softwarini” non significa farli senza regole. Anzi: il bello è che, rispetto a Excel, puoi avere versioning, controllo accessi, audit, test automatici, revisione del codice, scansioni di sicurezza, ambienti separati. È più controllabile, se lo vuoi rendere controllabile.

Serve una struttura minima: linee guida, manutentori, processi di revisione, un team piattaforma (anche sovracomunale), e la consapevolezza che non tutti devono scrivere codice, ma molti possono contribuire con specifiche, test, segnalazioni, miglioramenti, con un core di veri software engineering che controllano che il prodotto da umani e (aggiungo) AI venga orchestrato seguendo le regole dovute di privacy e cybersecurity, oltre che funzionali.

La domanda vera: portare alla luce ciò che già esiste

E allora la provocazione finale è questa: forse la domanda non è “i dipendenti pubblici possono fare software?”. Perché, a ben guardare, lo stanno già facendo da anni, solo che lo chiamano Excel, macro, procedure manuali, copie-incolla, “me lo sono costruito io”.

La domanda vera è: vogliamo continuare a far finta che quella capacità non esista, lasciandola in un sottobosco fragile e non governato, oppure vogliamo portarla alla luce, metterle intorno regole, strumenti e condivisione, e trasformarla in un patrimonio pubblico?

Il punto politico-organizzativo: movimento, produttività, mindset

Perché se davvero possiamo passare dai fogli di calcolo ai piccoli servizi costruiti con AI, e se possiamo farli crescere in un repository condiviso, allora cambia tutto: il modo in cui evolvono i processi, il modo in cui si spendono soldi, il ruolo dei fornitori, la velocità con cui si risponde ai cittadini. Non è “fare in casa per risparmiare”. È smettere di comprare immobilità.

E in fondo il punto è semplice: il digitale ci ha dato sistemi. Ora serve riottenere movimento, superando la logica del software che rallenta. Se il vibe coding è la leva che permette alla PA di riprendersi la capacità di modellare il proprio lavoro, allora non stiamo parlando di una moda.

Stiamo parlando di potere organizzativo. E sì, qualcuno farà resistenza. Perché ogni volta che un vincolo diventa opzionale, qualcuno perde una rendita. Ma se l’alternativa è continuare a governare i limiti del software con Excel, allora forse la cosa davvero radicale non è immaginare i dipendenti pubblici che contribuiscono al codice. La cosa radicale è chiederci perché ci sembra ancora così strano.

In fondo, se l’AI riuscirà davvero a “sostituire Excel”, vorrà dire che ha smesso di essere una curiosità da demo ed è diventata infrastruttura quotidiana: quella che usi senza accorgertene, perché ti fa lavorare meglio. La vera provocazione finale, però, è un’altra: se il vibe coding, che ci piaccia o no, porterà più persone a “pensare in digitale”, allora non sarà solo un tema di tool, ma di mentalità, di mindset. E lì si gioca la partita del Paese nel futuro: visto che non possiamo giocare la partita degli LLM o delle infrastrutture o delle gpu, possiamo perlomeno giocare questa partita da protagonisti.

Dalla paura al governo del “vibe tsunami”: competenze e responsabilità

Possiamo scegliere di subire questo “vibe tsunami” (con paura, mode e scorciatoie), oppure di guidarlo: trasformando quella spinta in competenze diffuse, cultura del dato, responsabilità, e coraggio di riprogettare processi che oggi diamo per “si è sempre fatto così” aggiungo “dai tempi della carta”.

Una partita di Paese: processi, norme e produttività stagnante

Se usiamo l’AI bene, non sarà la tecnologia a trasformarci: saremo noi come Paese che finalmente metteremo ordine, cambieremo modo di lavorare aumentando la produttività stagnante dal 2000, semplificheremo davvero le leggi e le norme pur garantendone il contenuto e sceglieremo dove andare. Il tutto guidato da chi il Paese lo fa dal cuore del sistema: i dipendenti pubblici che conoscono perfettamente norme e vincoli, burocrazia difensiva e colli di bottiglia, da superare proprio con il digitale e l’AI e un pizzico di vibe coding ben orchestrato.
E magari, per una volta, non inseguiremo il futuro, lo scriveremo, prima di Cina e Usa, trainando l’Europa in un ambito che nessuno ha ancora esplorato.

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