Mi capita spesso, durante conferenze o corsi dedicati all’intelligenza artificiale, di iniziare con una provocazione che all’inizio fa sorridere. Dico: “Non è vero che stiamo regalando i nostri dati all’AI.” Poi lascio passare qualche secondo e aggiungo: “Sapete perché? Perché glieli abbiamo già dati tutti: nome, cognome, movimenti, gusti, abitudini. Ci resta solo da dargli le nostre emozioni. E purtroppo ci stiamo arrivando, in massa, velocemente.” A quel punto, il sorriso scompare. Perché non è una battuta.
società digitale
AI: se l’affetto si fa servizio, la solitudine diventa business
Milioni di persone affidano le proprie emozioni a chatbot e assistenti vocali. Anziani soli, giovani che cercano conferme, relazioni sintetiche in abbonamento. Non è solo tecnologia: è un fenomeno culturale. Ci stiamo abituando al surrogato senza accorgercene. Ma cosa ci resta se deleghiamo anche l’affetto?
Consulente e docente in digital marketing, divulgatore della cultura digitale

Continua a leggere questo articolo
Argomenti
Canali
InnovAttori
-

Carlsberg mappa il genoma del luppolo: cosa cambia per la birra
19 Ott 2026 -

Dalla fabbrica connessa all’AI, il percorso di innovazione delle PMI umbre
16 Ott 2026 -

Come l’ERP spinge la trasformazione organizzativa in azienda
16 Ott 2026 -

Costruzioni, comprare tecnologia è facile: farla funzionare molto meno
01 Ott 2026 -

R&D, perché anche nei team tecnici l’adozione dell’AI deve partire dalle persone
30 Set 2026


























