Assalto al Congresso Usa: crisi della democrazia e ruolo del digitale | Agenda Digitale

post-verità e populismi

Assalto al Congresso Usa: crisi della democrazia e ruolo del digitale

Quanto avvenuto è fuoco che cresceva sotto le ceneri di un Paese spaccato in due approcci contrapposti alla realtà. Fenomeno di lunga data, già noto agli esperti. E dove il digitale ha un ruolo principe. Ma per affrontarlo non basta parlare di social e disinformazione. Dimenticando i fattori economici della globalizzazione

07 Gen 2021
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Nicola Strizzolo

docente sociologo Università di Udine

Si può essere sgomenti, ma non troppo sorpresi dall’assalto al Congresso Usa da parte di fan di Donald Trump, il presidente USA uscente che ancora ieri ribadiva la propria narrativa alternativa alla realtà ufficiale. “Elezioni rubate”.

Non sorprende troppo perché era fuoco che cresceva sotto le ceneri di un Paese spaccato in due approcci contrapposti alla realtà; fenomeno per il quale, nel diffondere disinformazione, hanno avuto un ruolo importante i social network, Facebook, Twitter, Youtube, Instagram; e il motore di ricerca Google che a volte ha portato in testa siti cospirazionisti.

Notevole che uno dei capi della rivolta si autodefinisca “Sciamano di Qanon”. Qanon, un gruppo e una teoria del complotto nata e sviluppatosi sui social. E che ha già portato ad azioni violente sul suolo americano, per idee non fondate su fatti (il “pizzagate”).

La questione è complessa, tuttavia, e non si può banalizzare il ruolo dei social e del digitale come “attentatori della democrazia”, come alcuni fanno in queste ore.

I social e la Casa Bianca: azioni e responsabilità

Le azioni immediate che i social hanno preso dopo gli eventi di ieri sono tra l’altro un’ammissione di responsabilità. Facebook, Twitter hanno congelato l’account di Trump, che il Washington Post addita come il responsabile primario della campagna di disinformazione che ha spaccato il Paese.

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Facebook ha avviato una policy di rimozione di contenuti di incoraggiamento a questo tipo di protesta, considerandola attività criminale.

Ricordiamo che Facebook è sempre stata più moderata di Twitter nel limitare contenuti di tipo cospirazionista o fake news, in nome della libertà di espressione; ribadendo che non aveva senso contrastare su Facebook cose presenti altrove su internet ed era meglio invece sfruttare quello spazio per discuterle.

Nell’ultimo anno, soprattutto per via delle nuove elezioni e del cospirazionismo associato al covid, ha deviato da questa linea e ha cominciato a considerare pericoloso quel tipo di contenuti e quindi da rimuovere o almeno da limitare nella diffusione (intervenendo sull’algoritmo).

Recenti ricerche dimostrano però, ancora una volta, che queste azioni non sono sufficienti a ridurre disinformazione e cospirazionismo sui social. I gruppi Qanon continuano a crescere su Facebook; e in ogni caso quando sono chiusi qui si spostano su Instagram.

In particolare i manifestanti hanno usato molto, per organizzarsi, il network Parler, che si presenta come piazza pubblica del libero discorso in opposizione a quelle che considera censure di Twitter, Facebook; ha repubblicani tra i principali finanziatori (e tra i fondatori).

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Una spaccatura nella più grande democrazia al mondo

Impossibile derubricare quanto avvenuto come un evento sporadico, un’azione di gruppi isolati, se si conosce e si studia da tempo questo fuoco sotto le ceneri.

Ecco perché tutti i commentatori americani ora parlano di gravi pericoli per la democrazia. Per quella americana, certo; ma anche per la democrazia in genere, dacché il fenomeno qui in atto è mondiale.

Il 70 per cento dei repubblicani crede che le elezioni sono state rubate. Come spiega Whitney Phillips, professor of communications alla Syracuse University basta che il 20 per cento del Paese creda in una narrativa diversa alla realtà ufficiale per mettere in crisi il sistema; tra l’altro impedendo a quello stesso Paese di combattere efficacemente il virus, perché quella fetta di popolazione non crede nemmeno a quanto gli scienziati affermano su vaccini, mascherine, distanziamento sociale.

Non c’è più una realtà condivisa

Sociologi ed esperti di comunicazione concordano infatti che non siamo di fronte a una guerra di fatti contrapposti (del tipo: vaccini sì o no, elezioni rubate sì o no). Ma a una guerra di narrazioni diverse, incompatibili tra loro. Chi aderisce a quelle del cospirazionismo prende tutto il pacchetto di sfiducia nei confronti della posizione ufficiale, istituzionale. Crede che le elite sono corrotte e mentono sistematicamente ai danni della popolazione. Una visione – contrapposizione tra elite e popolo – che è pure la cifra identitaria dei populismi politici, in forte crescita negli ultimi dieci anni (cfr analisi del professore di politica economica Dani Rodrik).

I movimenti di alt-right, cospirazionismo e populismo sono legati da un unico filo, infatti, secondo queste analisi.

Si rifiuta in blocco le tesi di certi politici, degli scienziati ed esperti ufficiali e dei media tradizionali. Eccetto quelli, come Fox News, che rispecchiano la visione “alternativa”; e si appoggia a scienziati fringe, che esprimono tesi contestatissime dalla comunità accademica.

Funziona così la “post-verità” (McIntyre, Post-Truth, 2018). Come spiega Giovanni Boccia Artieri (Fake News, Post-Verità e Politica, Quaderni/27, Fondazione Feltrinelli, 2018), “non è come le tradizionali forme di contestazione e protesta”; “E questo perché, da una parte, il principio di verità viene relegato in posizione secondaria rispetto alla dimensione emozionale (ricordiamoci dello sciamano di Qanon, Ndr.); dall’altra, la verità diviene un ambito per uno scontro culturale più profondo tra élite, comunità e diverse visioni del mondo. In questo senso anche la propagazione di una fake news non ha tanto a che fare con il principio di realtà quanto con il sostegno ad un’appartenenza diversa, può fungere cioè ad exemplum delle proprie posizioni”.

“Un post su Facebook che non solo rappresenta le proprie posizioni ma le presenta in modo chiaro ed inequivocabile – ad esempio un meme di denuncia – non richiede verifica e se anche esiste la consapevolezza della sua falsità, non importa: la sua condivisone ha funzione espressiva rispetto, ad esempio, alla rabbia che si prova per uno specifico fatto, si tratti di corruzione, immigrazione o altro”.

“La condivisione di un contenuto rappresenta così un atto di adesione ad una visione del mondo o a un gruppo politico o sociale, costituisce un’affermazione identitaria in pubblico (Boccia Artieri et al. 2017). Si tratta di comportamenti utili a marcare delle differenze rispetto ad altri gruppi sociali, che si fondano su un’attitudine partigiana che si può avere nei confronti della verità stessa – come quando la percezione soggettiva della presenza di immigrati da parte della popolazione non corrisponde alle statistiche ufficiali di un Paese. La crescita di differenza di valori e atteggiamenti – pensiamo a quello fra globalisti e sovranisti –, l’aggravarsi di conflitti sociali, producono universi culturali non solo distinti ma che confliggono tra loro. E l’esistenza di questi universi culturali è una sfida alla validità e legittimità degli altri”.

Sulla stessa linea recenti conclusioni del gruppo di ricercatori First Draft, che combattono la disinformazione. Come anche quanto affermato nel 2017 da Cory Doctorow: non è uno scontro di visioni del mondo, di “verità” (com’era tra le grandi narrazioni, destra contro sinistra, liberismo contro socialismo;) ma di “epistemologie”. Ossia uno scontro non su cosa pensiamo sia verità ma su come arriviamo al concetto stesso di verità: attraverso fatti e falsificazione degli stessi (metodo scientifico) o tramite un’emozionale appartenenza tribale (cospirazionismo).

Quanto avvenuto negli Usa mostra che le conseguenze di quello che le persone credono reale sono reali, indipendentemente dal fatto se ciò che credono reale lo sia davvero. È uno dei paradigmi sociologici all’interno dei quali interpretare la realtà come una costruzione sociale: quello che abbiamo visto ieri sera manifesta uno scontro tra rappresentazioni diverse.

Se riflettiamo, ciò che animano le guerre in coloro che le combattono sul campo spesso sono principi e valori che legittimano il conflitto e deumanizzano il nemico. Altrimenti tanti sacrifici in prima linea non sarebbero possibili e neppure certi crimini di guerra pensabili se non per mezzo di attenuanti morali, per le quali chi li compie si sente in qualche modo deresponsabilizzato, anzi, non poche volte, le colpe ricadono, attraverso queste leve psicologiche, sulle vittime.

È di fatto risaltato come (e con quali forze), all’interno di uno stesso Paese, esista una così grande frattura nella rappresentazione della realtà.

Questo, sociologicamente, è comprensibile attraverso il modello di cerchie sociali all’interno delle quali conducono le esistenze persone senza intersezioni con scambio di significati, valori e rappresentazione, anzi dove si sovrappongono confini culturali, di valori, di fruizione dei media e di ascolto dei messaggi. Ovvero, sempre utilizzando il concetto simmeliano (il sociologo tedesco George Simmel), le cerchie sociali come luoghi dove possiamo arricchire la persona di esperienze identitarie (in ogni cerchia esercitiamo ruoli diversi e incontriamo persone che non troviamo, tendenzialmente, in altre cerchie).

La teoria delle cerchie sociali

Se le persone fanno esperienze di diverse cerchie sociali arricchiscono il livello di civiltà e così anche la società dall’intersezione di queste cerchie, che offrono una maggiore ricchezza culturale per interpretare il mondo. Ovviamente vi dev’essere un’armonizzazione che non sempre riesce se le cerchie sono troppe e così le relazioni e la persona di frammenta in identità-ruoli tra loro non facilmente e nel profondo conciliabili, aumentando inoltre il distacco e l’individualismo, anche per l’elevata e facilitata intercambiabilità di situazioni e relazioni. Ma lì dove invece i confini tra cerchie (di identità etniche, appartenenze politiche, professioni, luoghi, lingue, religioni, culture…) si sovrappongono, si ergono muri e la società diventa una polveriera (come Belgrado alla fine degli anni ’90 descritta nel film di Goran Paskaljevic).

Simmel ovviamente non si riferiva ai social network online, ma alle società di fine 800 (nel suo caso a Berlino). Eppure, la metafora delle cerchie sociali pare reggere benissimo nei mondi diversi, con persone, relazioni, informazioni e valori diversi che il web pare offrire per costruirsi ognuno un suo mondo ideale o convogliare in quelli che maggiormente rispecchiano, anche nel senso di riflesso narcisistico, le proprie idee e rappresentazioni. Anche quelle di ieri parevano scintille all’interno di una polveriera.

Populismo e liberismo

Questa spaccatura è fenomeno di lunga data, che risale alla crisi delle grandi narrazioni (fine anni 80, inizi anni 90), già illuminato da Zygmunt Bauman (società liquida). La sfiducia in una visione comune della realtà è riflesso di una sfiducia nella possibilità di una coesione sociale per un progetto comune e secondo alcuni pensatori (come lo stesso Rodrik) è conseguenza diretta di un disagio economico e di una generale incertezza socio-economica alla luce della crescita delle diseguaglianze con la globalizzazione e del liberismo rampante degli ultimi quarant’anni.

Donald Trump è forse in questo, come tutti i populismi, conseguenza di un fenomeno più ampio e antico; anche probabilmente una delle cause primarie delle espressioni più pericolose di questo stesso fenomeno.

Il ruolo del digitale

Il digitale ha un ruolo complesso nel fenomeno. Certo ce l’ha nella globalizzazione. Si vedano anche le tesi di Francis Fukuyama su come la concentrazione di potere nelle mani di poche big tech sia un rischio per la democrazia. Soprattutto perché è un potere concentrato sull’informazione globale.

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Lo stesso Fukuyama nei giorni scorsi aveva previsto problemi per la democrazia americana, in una intervista al Wall Street Journal, a causa della polarizzazione manifestatasi con la tesi delle “elezioni rubate”.

Lo stesso Artieri sottolinea il ruolo duale dei media digitali e dei social, che al tempo stesso sia alimentano questa polarizzazione sia permettono un pluralismo di voci e strumenti di informazione. Ma anche quando si fanno disinformazione non agiscono come monadi ma con una forte interazione con altri media, anche tradizionali, e politici (come si è detto).

Chi ha interesse e strumenti per accedere a questa pluralità se ne arricchisce e si vaccina ulteriormente contro la disinformazione; chi invece è sensibile al richiamo dell’altra narrativa può trovare in quei media una via per entrare nelle echo chamber. 

I ricercatori ora dibattono sull’esistenza di un’area grigia, una fascia di popolazione che non è ancora convinta su cosa credere; e che avendo almeno in parte gli strumenti razionali per accettare una visione della realtà evidence-based potrebbe ancora restare al di qua della barricata.

In conclusione

Un problema così complesso non si può affrontare con semplici ricette. Ecco perché le azioni dei social – per quanto tardive, limitate – nella migliore delle ipotesi serviranno solo a contenere un po’ il fenomeno.

Ma il fuoco sotto la cenere ha motivi profondi per deflagrare. Si alimenta di una sfiducia profonda nei confronti dei presupposti della democrazia. Da parte di chi non si riconosce più in un progetto comune di popolo. 

Una minoranza sarà particolarmente arrabbiata e può arrivare ad azioni di forza. La maggioranza sarà solo passiva, sfiduciata; non voterà o voterà partiti populisti, comunque esprimendo (e contribuendo a) quella spaccatura di fondo.

La trasformazione digitale ha un ruolo molteplice in tutto questo. A volte protagonista nelle espressioni più radicali (il cospirazionismo). Certo è fattore della globalizzazione, nei suoi riflessi positivi e negativi. Questi ultimi ora sembrano emergere con più forza; così cresce il fronte di chi vorrebbe, tra le istituzioni USA ed europee, un maggiore controllo sulle big tech, una riduzione del loro potere.

Sarebbe illusorio però curare la profonda ferita della nostra democrazia senza un ripensamento del contratto sociale, per combattere le crescenti diseguaglianze e contrastare la perdita di sovranità pubblica sperimentata negli ultimi decenni, per la crescita del potere della finanza globale. Ossia l’aspetto più deteriore della globalizzazione, che per i vantaggi di pochi debilita i molti e li scoraggia.

Al punto da spingerli verso un approccio alternativo alla realtà stessa.

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