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Australia contro le Big Tech per salvare i giornali: accordi o prelievo forzato



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Il governo australiano propone un nuovo schema per spingere Meta, Google e TikTok a siglare accordi con gli editori: in alternativa scatterebbe un prelievo del 2,25% sui ricavi locali. Il caso riapre il confronto sul valore delle notizie online e sul ruolo crescente dell’AI.

Pubblicato il 29 apr 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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Il governo australiano rilancia il confronto tra piattaforme digitali e informazione professionale: Meta, Google e TikTok potranno evitare un prelievo sui ricavi locali solo se stipuleranno accordi commerciali con le testate giornalistiche. Una misura che aggiorna il News Media Bargaining Code del 2021 e riapre il tema del valore delle notizie nell’ecosistema digitale.

L’Australia prepara una nuova legge, il News Bargaining Incentive, per spingere le grandi piattaforme digitali a remunerare gli editori locali. La bozza, ora in consultazione pubblica, prevede un meccanismo di incentivo: accordi volontari con le testate oppure un prelievo del 2,25% sui ricavi australiani delle Big Tech. Il caso è importante anche per l’Europa, perché mostra l’evoluzione del conflitto tra giornalismo, social media, motori di ricerca e, sullo sfondo, piattaforme di AI.

Australia, big tech ed editori di giornali. Una nuova fase del conflitto tra piattaforme e giornalismo

L’Australia torna al centro del confronto globale tra Big Tech e industria dell’informazione. Il governo guidato da Anthony Albanese ha aperto la consultazione pubblica su una nuova proposta normativa, il News Bargaining Incentive, pensata per indurre le grandi piattaforme digitali a stipulare accordi commerciali con gli editori giornalistici australiani. La bozza di legge è stata resa disponibile il 28 aprile 2026 e la consultazione resterà aperta fino al 18 maggio 2026. Il testo è consultabile sul sito del Tesoro australiano, nella pagina dedicata alla draft legislation sul News Bargaining Incentive.

Il nuovo schema riguarda in particolare Meta, Alphabet-Google e TikTok. Le piattaforme che non concluderanno accordi con gli editori locali potranno essere sottoposte a un prelievo pari al 2,25% dei ricavi realizzati in Australia. La misura si applica alle imprese con attività rilevanti nel social media o nella ricerca online, con ricavi australiani superiori a 250 milioni di dollari australiani e con almeno 5 milioni di utenti per i servizi social o 10 milioni di utenti per i servizi di ricerca. Il prelievo entrerebbe in vigore dall’anno finanziario 2025-26, che in Australia inizia il 1° luglio 2026: un calendario che lascia alle piattaforme tempi molto stretti per negoziare.

La logica è diversa da quella di un semplice obbligo di pagamento per ogni contenuto giornalistico indicizzato, condiviso o rilanciato online. Il governo australiano prova a costruire un meccanismo più indiretto, non impone solo la negoziazione, ma crea un costo economico per chi decide di non negoziare. In altri termini, le piattaforme potranno evitare o ridurre il prelievo se dimostreranno di aver concluso accordi commerciali con le imprese giornalistiche.

Dal News Media Bargaining Code al News Bargaining Incentive

La nuova proposta nasce dall’esperienza del News Media Bargaining Code, introdotto in Australia nel 2021. Quel codice era stato considerato, all’epoca, uno dei primi tentativi al mondo di riequilibrare il rapporto negoziale tra piattaforme digitali ed editori. L’idea di fondo era semplice: Google e Meta beneficiavano della presenza delle notizie nei propri ecosistemi digitali e, di conseguenza, dovevano contribuire alla sostenibilità economica del giornalismo professionale.

Il primo modello australiano aveva effettivamente spinto le grandi piattaforme a siglare accordi con numerosi editori. Ma con il tempo sono emersi limiti evidenti. Il più importante riguarda il potere delle piattaforme di modificare unilateralmente le proprie strategie, riducendo la presenza delle notizie o interrompendo il rinnovo degli accordi. Meta, in particolare, ha progressivamente ridimensionato il proprio impegno sulle news: gli accordi con le testate australiane, che valevano complessivamente circa 70 milioni di dollari australiani, sono scaduti nel 2024 e non sono stati rinnovati. L’azienda ha contestato la premessa stessa secondo cui i social network trarrebbero un valore economico diretto dai contenuti giornalistici. Lo stesso governo australiano ha dichiarato che il precedente codice non stava più funzionando in modo efficace.

Il News Bargaining Incentive prova quindi a chiudere una falla del vecchio modello: evitare che una piattaforma possa sottrarsi agli accordi semplicemente riducendo la distribuzione delle notizie o sostenendo che i contenuti giornalistici non siano più centrali per il proprio business. La norma non si limita a dire di negoziare, ma stabilisce una conseguenza economica per chi non contribuisce e la applica indipendentemente dal fatto che le notizie compaiano o meno nei servizi della piattaforma. Un punto chiave che distingue il nuovo schema dal vecchio.

Come funzionerebbe il nuovo prelievo da big tech a editori in Australia

Il cuore della proposta è il prelievo sui ricavi locali delle grandi piattaforme. L’aliquota prevista è del 2,25% dei ricavi australiani. Si tratta di una misura pensata non tanto per massimizzare il gettito fiscale, quanto per rendere più conveniente la stipula di accordi con gli editori. Il meccanismo prevede un sistema di compensazione articolato: gli accordi commerciali con gli editori generano offset che possono ridurre o azzerare l’onere dovuto. In particolare, la bozza di legge prevede un moltiplicatore più favorevole per gli accordi con editori piccoli e medi (170%) rispetto a quelli con i grandi gruppi editoriali (150%). A questa asimmetria si aggiunge un tetto: nessun singolo accordo con un gruppo editoriale può compensare più di un quarto della liability totale della piattaforma. Questo significa che, per azzerare il prelievo, una piattaforma deve necessariamente diversificare gli accordi, coinvolgendo più testate di dimensioni diverse.

Questo punto è politicamente rilevante. Uno dei rischi dei modelli di remunerazione delle news è che i benefici finiscano soprattutto ai grandi editori, già più forti nella negoziazione. Il governo australiano sembra voler correggere questa distorsione. Il comunicato ufficiale del primo ministro australiano specifica che il governo sta lavorando anche a un meccanismo di distribuzione delle eventuali risorse raccolte, con l’obiettivo di restituirle al settore dei media australiani e sostenere il lavoro dei giornalisti, sulla base del numero di giornalisti impiegati da ciascuna testata.

Il sistema però non è privo di obiezioni. La Local and Independent News Association (LINA), che rappresenta oltre 170 testate indipendenti australiane, ha già dichiarato che la proposta nella forma attuale non affronta i problemi strutturali del codice su cui si basa. Alcuni osservatori hanno segnalato un possibile effetto paradossale: con il cap al 25% per editore, quattro grandi accordi con i principali gruppi editoriali potrebbero essere sufficienti ad azzerare il prelievo, lasciando zero risorse nel pool di redistribuzione per i media indipendenti. Un rischio che la fase di consultazione pubblica dovrà affrontare.

La posizione del governo australiano su giornalismo e big tech

La giustificazione pubblica della misura è molto chiara. Per il governo australiano, le grandi piattaforme digitali sono ormai infrastrutture fondamentali dell’accesso all’informazione. Una quota crescente di cittadini incontra le notizie attraverso Facebook, Google, TikTok o altri ambienti digitali controllati da soggetti privati globali. In questo contesto, il giornalismo professionale continua a produrre contenuti ad alto costo, mentre una parte rilevante della distribuzione, dell’attenzione e della monetizzazione pubblicitaria viene intermediata dalle piattaforme.

La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha sostenuto che sia equo chiedere alle piattaforme di contribuire alla produzione delle notizie che circolano nei loro ecosistemi e che alimentano l’engagement degli utenti. Il primo ministro Albanese ha presentato la misura come un passaggio necessario per garantire la sostenibilità del giornalismo australiano nel tempo. Alla domanda se il governo temesse una reazione da parte del presidente statunitense Donald Trump, Albanese ha risposto rivendicando la sovranità nazionale: il suo governo prenderà decisioni nell’interesse nazionale australiano.

Il punto politico non riguarda solo il copyright. Riguarda la funzione pubblica dell’informazione. L’Australia sta dicendo che il giornalismo non può essere trattato come un contenuto qualsiasi, perché produce un bene democratico: informazione verificata, controllo del potere, copertura dei territori, accountability delle istituzioni e delle imprese.

La reazione delle Big Tech alla proposta australiana

Le piattaforme contestano duramente l’impostazione del governo. Meta sostiene che l’idea secondo cui le piattaforme prendano contenuti dagli editori sia sbagliata, perché sono gli stessi editori a scegliere di pubblicare e condividere contenuti sui social per ottenere visibilità, traffico e pubblico. L’azienda ha definito il prelievo proposto una pura e semplice digital services tax, applicabile alle piattaforme indipendentemente dal fatto che i contenuti giornalistici compaiano o meno nei loro servizi. Il finanziamento dei media locali attraverso questo meccanismo creerebbe, secondo Meta, un’industria dell’informazione dipendente da un sistema di sussidi gestito dal governo.

Google si oppone al prelievo con altrettanta nettezza, dichiarando di rifiutare la necessità di questa tassa. Ma l’azienda aggiunge una critica specifica che ha implicazioni più ampie: l’esclusione delle piattaforme di AI generativa. Google sottolinea di avere già accordi con 226 testate australiane e osserva che il modo in cui gli utenti accedono alle notizie sta cambiando rapidamente. Non avrebbe senso, secondo l’azienda, regolare solo search e social media senza considerare anche chatbot, motori di risposta e assistenti AI che sintetizzano e presentano contenuti giornalistici senza necessariamente rimandare traffico alle fonti originali.

Questa obiezione non è marginale. Il nuovo schema australiano sembra nascere per correggere il rapporto tra editori, motori di ricerca e piattaforme social, ma arriva in un momento in cui l’accesso all’informazione si sta spostando anche verso sistemi generativi che rielaborano l’informazione per conto degli utenti.

Il nodo che manca alla legge australiana su editori e big tech: l’AI generativa

La proposta australiana non include direttamente piattaforme come OpenAI o altri operatori dell’AI generativa, questa non è un’omissione accidentale. La bozza di legge esclude esplicitamente i servizi di intelligenza artificiale che utilizzano esclusivamente large language model per rispondere a domande o fornire informazioni. Il governo ha indicato che le questioni relative all’AI saranno affrontate in altri tavoli, in particolare sul terreno del copyright e della proprietà intellettuale.

La scelta di codificare l’esclusione nel testo normativo è significativa: il legislatore australiano ha consapevolmente tracciato un confine tra piattaforme di distribuzione (search e social) e piattaforme di sintesi (AI generativa). Ma è un confine che rischia di diventare rapidamente obsoleto, man mano che i motori di ricerca integrano risposte generative e i chatbot diventano punti di accesso all’informazione.

Il conflitto tra giornalismo e piattaforme non riguarda più soltanto Google News, Facebook o TikTok. Riguarda il modo in cui l’informazione viene scoperta, selezionata, sintetizzata e presentata agli utenti. Nei motori di ricerca tradizionali, l’editore poteva almeno sperare in un ritorno di traffico. Nei social network, poteva cercare visibilità, engagement e relazione con il pubblico. Nei sistemi di AI generativa, invece, il contenuto può diventare materia prima per una risposta sintetica che riduce ulteriormente la necessità di visitare la fonte originaria.

Il caso australiano, quindi, apre una domanda più ampia: se le piattaforme digitali devono contribuire economicamente alla produzione dell’informazione perché ne traggono valore, lo stesso ragionamento varrà anche per le piattaforme di AI che addestrano, indicizzano o sintetizzano contenuti giornalistici?

Perché il caso australiano interessa anche l’Europa

La vicenda australiana è rilevante anche per l’Europa e per l’Italia. L’Unione europea ha già introdotto un diritto connesso degli editori nell’ambito della direttiva copyright, ma l’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che il problema non si risolve solo riconoscendo un diritto astratto. La vera questione è il potere negoziale. Le piattaforme controllano l’accesso al pubblico, i dati, gli algoritmi di raccomandazione, le metriche pubblicitarie e, sempre più spesso, anche l’interfaccia attraverso cui gli utenti leggono o ricevono le notizie.

Il modello australiano sposta il baricentro. Non dice soltanto che gli editori hanno un diritto da far valere. Dice che le piattaforme digitali, in quanto infrastrutture dell’informazione, devono contribuire in modo sistemico al finanziamento del giornalismo. Una differenza importante. Il tema non è più solo la remunerazione di un contenuto, ma il riequilibrio di un ecosistema.

Per l’Italia il tema è ancora più delicato. Il mercato editoriale nazionale è frammentato, la sostenibilità economica di molte testate è fragile, il giornalismo locale è sotto pressione e la dipendenza dalle piattaforme è cresciuta. Una misura come quella australiana non può essere semplicemente importata, ma può alimentare il dibattito su tre fronti: la remunerazione dei contenuti, la trasparenza dei rapporti commerciali tra piattaforme ed editori, e la necessità di includere nella discussione anche gli intermediari basati su AI.

Una legge sulle news o una legge sulle infrastrutture digitali?

Il punto più interessante della proposta australiana è che, pur presentandosi come una norma sul giornalismo, in realtà parla del potere infrastrutturale delle piattaforme. Meta, Google e TikTok non sono soltanto imprese che ospitano contenuti. Sono ambienti nei quali si forma una parte crescente dell’opinione pubblica. Decidono cosa viene visto, cosa viene marginalizzato, quali fonti acquisiscono visibilità e quali scompaiono dal radar dell’attenzione collettiva.

Questo spiega perché il tema non possa essere ridotto a una disputa commerciale tra editori e piattaforme. In gioco c’è la struttura economica della sfera pubblica digitale. Se l’informazione professionale perde sostenibilità, il rischio non è solo industriale, è democratico. Meno giornalisti significa meno copertura dei territori, meno inchieste, meno verifica, meno capacità di distinguere tra informazione, propaganda, marketing e contenuti generati automaticamente.

L’Australia prova a intervenire proprio su questa frattura. Non vieta alle piattaforme di organizzare i propri servizi, ma le mette di fronte a una scelta: contribuire attraverso accordi commerciali oppure pagare un prelievo destinato al settore dell’informazione. La forza del modello sta nella sua semplicità. La debolezza possibile sta invece nella sua capacità di reggere davanti alla continua trasformazione tecnologica, soprattutto con l’avanzata dell’AI generativa.

Il giornalismo nell’era delle piattaforme e dell’AI

La nuova proposta australiana segna una seconda fase della regolazione dei rapporti tra Big Tech e informazione. La prima fase era basata sull’idea di obbligare le piattaforme a negoziare con gli editori. La seconda introduce un incentivo economico più netto: accordi volontari oppure prelievo sui ricavi.

Una scelta che conferma una tendenza più ampia. Gli Stati stanno iniziando a trattare le grandi piattaforme non solo come imprese private innovative, ma come infrastrutture critiche della vita pubblica. Questo vale per la sicurezza, per la concorrenza, per la protezione dei dati, per la tutela dei minori e ora anche per la sostenibilità del giornalismo.

Resta però una questione aperta. La legge australiana guarda soprattutto al rapporto tra editori, social media e motori di ricerca. Ma il prossimo campo di battaglia sarà probabilmente quello dell’AI: sistemi che leggono, sintetizzano e riorganizzano l’informazione per conto degli utenti, spesso senza generare traffico verso le fonti. Se il giornalismo deve essere sostenuto perché produce un bene pubblico, allora il problema non è più solo far pagare Meta, Google o TikTok ma capire chi debba contribuire, e come, quando l’accesso stesso alla conoscenza viene mediato da piattaforme algoritmiche sempre più potenti.

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