Musica generata da Suno, video da Sora, e ChatGPT come produttrice di prompt sono le componenti di Intelligenza Artificiale utilizzate da Sergio Donato di dday.it per creare un videoclip musicale intitolato Barok, pubblicato su YouTube il 21 maggio 2025.
Ballerine, di una perfezione che solo la generazione elettronica o i ritocchi digitali permettono, danzano in abiti e ambienti europei settecenteschi su un brano cantato da una voce femminile ammaliante, anch’essa di essenza artificiale, con un testo egualmente prodotto da Suno, in base a parametri dettati in inglese, lingua che pare essere la più compresa dalle intelligenze di cui sopra.
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Videoclip musicale con intelligenza artificiale: ingredienti e parametri di partenza
Le etichette descrittive scelte per qualificare il brano richiesto sono le seguenti: “tappeto sonoro di archi, regolare, elettronico, barocco, ispirato al barocco, 60 battiti per minuto, sintetizzatori simili al clavicembalo, clavicembalo, atmosfera elegante e solenne, musicale”.
Suno ha prodotto pure il metatesto della canzone inglese, che tradotta dice:
Attraverso i circuiti ronza
scivolano gli echi,
una corte digitale dove gli echi si nascondono.
Il fantasma di Bach danza in flussi binari,
trasformando il barocco in sogni di pixel.
Il clavicembalo vibra con grazia d’onda sinusoidale,
corde nell’etere mantengono il loro posto.
Un lampadario di suoni ruota lento,
in questa cattedrale
il futuro brilla.
Scintille di clavicembalo nella nebbia digitale,
le corde piangono lievi,
la notte non può resistere.
Ombre di logica e arte si intrecciano
in una danza solenne
dove il tempo si arrende.
Cantate sussurrate nelle mani dei dati,
come cori spettrali in terre neurali.
Ogni istante che passa
una perla levigata
in questa tempesta silenziosa dove i ritmi si dispiegano.
Il passato e il presente
si uniscono dolcemente,
elettrico e antico in un disegno sacro.
Ogni giro di cinque secondi
una nuova voce si leva,
un riflesso regale sotto cieli di pixel.
Quando la macchina parla di sé: mise en abyme e autoreferenzialità
Un testo che collega le etichette descrittive e ne fa oggetto di creazione nella perfetta tradizione della mise en abyme.
Versi tramite i quali la macchina parla di sé stessa, dell’atmosfera interna al proprio risultato, del proprio stesso prompt (il messaggio immesso dalla mano umana al fine di produrlo).
Scritti da quella mano sarebbero di grande interesse, ma concepiti da IA evocano la banalità enorme dell’autoreferenzialità di un software che finge di creare in autonomia, su una musica ben realizzata e accattivante, fatta per piacere ma fredda nella sua perfezione di strumenti autentici campionati in modo da farne trasparire l’inautenticità, portata da una voce femminile che se fosse umana si direbbe singolare nel suo giocare tra medio-bassi e acuti.
L’estetica del “non certo analogico”: corpi, ambienti, dettagli fuori posto
Il video consegue un risultato analogo (non certo analogico), con figure femminili abbigliate come alla Corte di un Re Sole inventato da un pubblicitario, modelle da videogame che mimano personalità talmente superficiali da apparire quasi profonde, in paesaggi e ambienti disumanizzati pur riproducenti l’idea di luoghi esistiti ed esistenti.
Cavalli che si specchiano di coda a passo di dressage, con un sole al centro che solo Lars von Trier aveva reso veramente drammatico nei fermo-immagine del suo Melancholia.
Acqua che non bagna pelle né vestiti, assenza di vita che imita la vita come solo il vuoto spinto di un Ingres avrebbe saputo ispirare con l’innaturale torsione della sua grande odalisca seduta di spalle.
Movimenti di macchina e zoom lenti su visi che sembrano presi da un poster di moda pesantemente ritoccato con l’ormai desueto Photoshop.
Nel finale, l’allucinazione IA lasciata intenzionalmente, dove mani multiple si agitano come capelli ai piedi di una modella.
Detto per inciso, i battiti per minuto non sono stati rispettati, ma l’umano ha scelto di arrendersi alla decisione dell’IA.
Videoclip musicale con intelligenza artificiale: il lavoro umano dietro l’automazione
Spiega Sergio Donati nell’articolo di accompagnamento dell’opera. «Ci siamo chiesti: “Ma oggi è davvero possibile realizzare un video musicale completamente generato dall’IA?” E abbiamo voluto provarci».
Poi fa un resoconto dettagliato di come il prodotto sia stato realizzato e quanta fatica sia costato l’affinamento delle richieste per vincere l’endemica non comprensione della macchina, che finge di creare ma semplicemente travisa le istruzioni (e ci si chiede se mai un giorno ci si possa affidare a droni bellici o aerei di linea guidati da un’IA per ora inattendibile nel rispondere a una domanda su Pirandello).
Dopo l’epica della realizzazione, con la scelta degli spezzoni migliori tra 253 clip per arrivare a usarne 51, il relatore si sente di affermare: «In fondo, Barok non è un’opera d’arte nel senso tradizionale, e probabilmente non lo è nemmeno nel senso più contemporaneo. Non ne siamo gli autori, ma forse nemmeno i co-autori. Siamo stati, piuttosto, registi di flussi generativi, montatori di sequenze offerte da intelligenze artificiali che non avevano un’idea del progetto complessivo. Il nostro compito è stato quello di riconoscere un’intuizione nel caos, di tagliare, selezionare, adattare. Abbiamo fatto ciò che fa un montatore, o un regista, o forse un direttore d’orchestra».
Il “fenomeno da baraccone” e il valore dell’ingovernabile
Sorvolando sui seri dubbi in merito all’assenza di arte richiesta nel mestiere di un regista o di un direttore d’orchestra, ci soffermiamo sul grande lavoro di intervento umano ancora richiesto per ottenere risultati comunque un po’ ingovernabili, il cui principale valore è l’effetto “fenomeno da baraccone” di una congerie di entità non umane che producono un patinato prodotto artistico, che all’uomo richiederebbe un grande sforzo economico e operativo con risorse tecnologiche meno moderne.
Tra IA e filiera umana: non una dicotomia, ma tre strade
Tra il prodigio da wunderkammer di un videoclip interamente generato su indicazioni umane, con balletti a sprazzi emozionanti, e un video realizzato invece da una grande compagnia di flamenco su una canzone concepita da un autore di rango, con regia e costumi impeccabili su una coreografia costruita ad hoc da un esperto del mestiere, con un montaggio di grande sensibilità, corre una distanza ragguardevole.
Ma non si tratta di una semplice dicotomia.
Tra l’impegno individuale giocato su un trio di intelligenze artificiali e quello di una piccola industria umana alle prese con una creatività professionalmente consolidata, compare pure una terza via, una sorta di resistenza sotterranea tesa a recuperare l’amore per un vintage artigianale che solo il fattore umano sa sviluppare.
Videoclip musicale con intelligenza artificiale: l’illusione della perfezione e il ritorno del “dal vivo”
Mentre sempre più individui si dilettano democraticamente a realizzare meraviglie digitali grazie a una strumentazione di grande impatto immediato, che suggerisce l’illusione di una perfezione inattingibile in natura, sorge o resiste un movimento di persone sempre più interessate all’imperfezione umana come quella che si può verificare in un concerto o in una registrazione storica per cui compiutezza e impeccabilità non costituiscono l’obiettivo principale.
David Bowie aveva detto, ancora nel primo decennio del 2000, che l’unico futuro per la musica sarebbe stato il concerto dal vivo.
E proprio nella locuzione “dal vivo” sta il nocciolo della questione, perfino se si tratta del documento registrato tramandato dopo che chi ha realizzato la performance è morto da tempo.
L’esempio postumo: Piero Ciampi e “Siamo in cattive acque”
Ne è un esempio l’album di inediti di Piero Ciampi Siamo in cattive acque, curato dallo storico della canzone Enrico de Angelis per l’editore squi(libri), quest’anno giunto secondo all’assegnazione delle Targhe Tenco per il miglior album.
La Targa Tenco è stata vinta dal vivente Lucio Corsi, già incoronato al precedente Festival di Sanremo, ma al secondo posto si è piazzato il morto Piero Ciampi, con una raccolta di 32 esecuzioni inedite tra cui 11 canzoni assolutamente sconosciute.
«Se l’esito della votazione per le Targhe Tenco – commenta Enrico de Angelis – è ovviamente per me di grande soddisfazione, ancora più commovente è pensare che sia considerata come una delle più belle opere attuali quella di un poeta scomparso 45 anni fa».
Contro playlist e cantanti inventati: la vividezza dei provini imperfetti
Nell’epoca in cui l’IA è in grado di realizzare, facendo però un po’ come le pare, prodotti a prima vista perfetti e intere play-list preconfezionate con cantanti inventati, al Club Tenco si fa strada un morto trascurato in vita, sempre più ascoltato, ora anche nella forma di una serie di registrazioni dai suoni a volte saturi, di provini messi da parte, di interruzioni e riprese di brani tra intemperanze forse alcoliche, di pezzi destinati ad altri e incisi unicamente come guida.
Capolavori, beninteso, ma capolavori non sempre curati con la perfezione tecnica già ottenibile in quell’epoca analogica presso case discografiche come la RCA e la CGD.
Vestigia, fantasmi di un passato affidato alla memoria sonora anziché alla ricostruzione olografica dell’IA.
L’essere umano ne ascolta la vividezza e sceglie la forza del ricordo alterato e confuso, incompleto in confronto all’attuale visione ineccepibile dell’impossibile.
Un uomo, un poeta in carne e ossa, torna così in tutta la sua spavalda insufficienza a incarnare una forma di resistenza contro i leccati giochi video di una generazione di “orchestratori” attratti dal fenomeno di un fai-da-te divenuto far-fare-ad-altro-da-sé.
Una resistenza estetica: Super8, sfarfallii e allucinazioni “indocili”
L’ascolto di Siamo in cattive acque, per quanto a volte tecnicamente carente, per alcuni specialisti e appassionati è dunque preferibile alla fruizione di una performance inappuntabile ma priva di vita.
Così nasceranno, se già non esistono, gruppi dediti alla realizzazione di video su vecchie pellicole Super8, inevitabilmente scadute, con immagini cosparse di sfarfallii involontari e improvvisi sbalzi nel montaggio come nei film fatti quasi per scherzo da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, allucinazioni ancora più indocili di quelle dell’Intelligenza Artificiale.
Fino a che non si inventerà la Macchina del Tempo e si andrà a pescare direttamente nel passato l’imperfezione tanto cara ai resistenti.
C’è ancora speranza per la specie umana.













